America Latina: un continente che potrebbe stupirci

America Latina: un continente che potrebbe stupirci

Roberto Di Giovan Paolo | Giornalista professionista
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L'America Latina ed i suoi naturali collegamenti subcontinentali rappresentano una potenza di impatto mondiale in termini economici, sociali e ambientali | Tutti gli approfondimenti sull'America Latina nel prossimo numero di Oil 35

Las venas abiertas de America Latina, le vene aperte dell’America Latina furono il libro simbolo di uno sforzo intellettuale, accademico e nello stesso tempo "di strada" con cui Eduardo Galeano, giornalista uruguayano, cattolico, ricercato dalla dittatura militare dell’Argentina e del suo Paese, sublimò una storia fatta di sfruttamento sin dalla prima ora ma anche di rivoluzioni gettate al vento, di populismo basso e deteriore, di indolenza spagnolescamente esibita. Le vene aperte del Sudamerica sono ancora lì, davanti ai nostri occhi, con un continente, che per via di lingua, storia ed abitudini può certamente essere associato al subcontinente dell’America centrale e divenire in termini di ampiezza e cultura immensamente grande, aggiungendo anche il Messico che pure - è duro da comprendere talvolta- è Nord America come Usa e Canada.

Una potenza di impatto mondiale

Se dunque lo si considera per lingua, storia, popolazione, risorse naturali e minerarie, il Sudamerica ed i suoi naturali collegamenti subcontinentali rappresentano una potenza di impatto mondiale in termini economici, sociali, ambientali. Se poi consideriamo il valore simbolico di una terra che ha eterni corsi e ricorsi storici e simbolici , che nasce come specchio dell’Europa e poi deve combatterla per avere l’indipendenza quando viene usata solo come risorsa economica o comunque materiale ( anche i coloni statunitensi provarono ad accordarsi con il loro sovrano, la corona inglese, ma alla fine scelsero nettamente l’Indipendenza, storia simile di ribellione ed orgoglio "americano") una riflessione su cosa è oggi il Sudamerica e cosa può rappresentare soprattutto nel futuro del pianeta è assolutamente coerente con gli obiettivi di visione e sguardo al futuro che ogni classe dirigente, sia politica che economica e sociale dovrebbe avere.
Stiamo parlando, per ricordarcelo , di un continente che, appunto escludendo per ora Messico e America centrale, riguarda oltre 370 milioni di persone su oltre 18 milioni di km quadrati ,ovvero circa il 13 per cento delle terre emerse, in una situazione di fragilità al confine tra conservazione dello stato naturale e trasformazione definitiva non solo in zone estremamente antropizzate ma anche di
forte inquinamento ambientale, come è spesso in alcuni dei grandi agglomerati urbani che si sono formati nell’ultima parte del secolo ventesimo. Le vene aperte dell'America Latina è anche il libro che Chavez regalò a Barack Obama nel corso del vertice delle due Americhe nel 2009 a Trinidad e Tobago a cui presero parte entrambi e che -disse Chavez già malato all'epoca - sperava facesse  da guida al Presidente USA per ritrovare un rapporto che negli anni, dalle comuni battaglie di indipendenza è divenuto prima squilibrato dal punto di vista economico e poi dalla dottrina politico diplomatica  del "cortile di casa" USA (dottrina Monroe);infine decisamente conflittuale a seconda delle annate, dei presidenti e della posta economica o politico-diplomatica in gioco. Non si sa se Obama abbia letto il libro (forse da studente modello quale era e da seguace di Alinski potrebbe averlo fatto anche già in gioventù a Chicago), di sicuro il libro è più interessante ancora adesso di quanto Chavez sia stato realmente democratico, e in ogni caso è escluso che il Presidente Trump leggerà mai il libro, anche solo per invidia nei confronti del predecessore (che peraltro come sappiamo non coltiva).

Il Sudamerica è oggi di fronte ad una serie di scelte in campo economico, energetico, ambientale che produrranno effetti di lungo termine e che saranno davvero decisivi nel confronto, sempre presente con gli Stati Uniti d' America

Il nuovo corso delle nazioni sudamericane

E tuttavia sarà proprio Trump che dovrà fare i conti col nuovo corso delle nazioni sudamericane che dopo l'epoca delle dittature e del "Plan Condor" hanno già passato (a volte inutilmente dati i risultati economici e sociali) almeno due fasi della loro storia: quella della "ubriacatura" democratica, per così dire, ovvero del ritorno a Governi eletti dal popolo che non necessariamente ha fermato il processo di personalizzazione e leaderizzazione in atto nel sudamerica come in tutto il mondo. Per cui accanto a leader carismatici ma certamente non eletti con un uso particolare di "democrazia", come Fidel Castro da sempre e Chavez poi abbiamo visto alternarsi i coniugi Kirchner in Argentina, figli di una storia sovversiva ma peronista (i montoneros), oppure l'eterno candidato e poi finalmente Presidente, come Lula in Brasile,o figure particolari e dotate di maggiore presa all' estero nel momento di governo che in Patria, come Mujica o Morales. A questa è seguita la fase della ripresa economica che se si è consolidata in Cile con le Presidenze sobrie della figlia di un generale "lealista" perseguitato dalla dittatura di Pinochet, come la Bachelet, ha avuto una fiammata di alcuni anni per poi ritornare nel pantano in Brasile, con la fine della seconda presidenza Lula ed il passaggio alla discussa e poi deposta Dilma Roussef. In mezzo c'è stata una stagione non breve in cui il Brasile assieme ad altri Paesi del mondo che una volta si sarebbero detti "non allineati" come l'India ed alla nascente potenza economica cinese ha capitanato i Paesi cosiddetti "Brics" assieme al Sudafrica del difficile dopo Mandela ed alla Russia, sempre in cerca di costruire nuove alleanze. E tuttavia, mentre la crisi politica a volte sommerge questo o quello Stato (oggi tocca al Venezuela di Maduro che di certo non regge il confronto anche con la creativa rudezza di Chavez che molte volte lo ha messo in rilievo accantonando i reali problemi del Paese....) o ne migliora le prospettive in altri, come la Colombia che tenta con il processo di pace di darsi una veste economica e sociale nuova dopo anni di guerriglia delle Farc, il Sudamerica è oggi di fronte ad una serie di scelte, in campo economico, energetico, ambientale che produrranno effetti di lungo termine e che saranno davvero decisivi nel confronto , sempre presente con gli Stati Uniti d' America, che una presidenza Trump, così ruvida nei modi politico diplomatici potrebbe allo stesso tempo promuovere e per certi versi sostenere, quantomeno per dare coerenza al fatto che l'America viene "first", prima , anche del proprio "cortile di casa".

Le annose questioni climatiche

Le questioni ambientali e di sviluppo sostenibile legate ai vari Trattati, ultimo COP21 di Parigi, infatti, pur non avendo visto i Paesi Sudamericani protagonisti assoluti delle scelte in campo politico diplomatico, trovano nella condizione sociale, economica ed ambientale del Sudamerica (come in Africa peraltro) un terreno di messa alla prova essenziale per la buona riuscita degli obiettivi dei Trattati stessi. Consideriamo solo il territorio di America Latina e Caraibi: si va  dalle barriere coralline seriamente minacciate dal rialzo delle temperature  della superficie marina  alla Regione Amazzonica che rischia la perdita  del 43 per cento delle 69 specie di alberi entro la fine  del ventunesimo secolo con un avanzamento progressivo della savana nella parte orientale; mentre nel meno conosciuto ma non meno importante Cerrado (regione della savana tropicale del Brasile) si presume una perdita del 24 per cento delle 138 specie di alberi presenti; aggiungiamo un danno pesante per tutto il mondo, ovvero la diminuzione drastica delle terre coltivabili per il caffè, mentre l’aridità e la forte riduzione delle risorse idriche minaccia i territori ma anche  le estinzioni di vari tipi di  mammiferi, uccelli, farfalle, rane e rettili entro il 2050. Poi ci sono i rischi energetici dovuti alla riduzione di produzione di energia idroelettrica se si riducono drasticamente i ghiacciai mentre a livello di clima già il Rio de la Plata ,dove insistono tra l’ altro le capitali  Montevideo e Buenos Aires, è minacciato dall’ aumento dei temporali e dall’ innalzamento del livello dei mari, senza contare la maggiore vulnerabilità in terre così poco antropizzate  di fenomeni come El Nino-Oscillazione Meridionale, che già da tempo, ogni cinque anni, peggiora i suoi effetti nefasti  colpendo spesso anche popolazioni, seppure periferiche.

Ora, si potrà dire con Trump, che questi sono fenomeni letti in maniera pessimistica e con tendenza catastrofista ma rimane il dubbio, quantomeno. E rimane certa la necessità che un equilibrio ambientale migliore in America Latina recherebbe con sé anche una migliore organizzazione dello Stato e della pubblica amministrazione; una crescita di azioni positive di sviluppo sostenibile ed un censimento ed uso delle risorse naturali ed ambientali (che vuol dire anche minerali preziosi, materiali da raffinare, produzioni a favore del ciclo energetico) che forse favorirebbe un mercato più sociale e più democratico di quello attuale. Una regione continentale meno esposta agli alti e bassi che sollevano le folle per il caudillos locali o nazionali temporanei è forse la strada che trasformerebbe un Presidente statunitense così concentrato sulle necessità del suo Paese in una sorta di riedizione del Nixon trattativista con la Cina ai tempi della "diplomazia del ping pong". Di fronte ad uso migliore ed accorto delle economie, ad una relazione diplomatica pacificata, forse persino Trump accetterebbe di buon grado una America Latina che dopo la fase delle dittature e quella dell’ubriacatura democratica con un entusiasmo di mercato rintuzzato dalla crisi economica mondiale, scegliesse una via moderata alla democrazia ed allo sviluppo sostenibile. È peraltro l’unica via per far fronte alla povertà e per costruire almeno un abbozzo di classe media, che solo l’Argentina ha realmente conosciuto nella sua storia recente.

Oggi Papa Francesco parla a tutto il mondo e parlando dei suoi fratelli sudamericani li invita spesso a farsi parte del mondo. È una strategia, che mira ad evitare l'"eccezione" e il tipico lamento della condizione di sfruttati dalla nascita che ha afflitto per anni diplomazia e discorso pubblico sia alto che basso dell'America Latina.

Il ruolo di Papa Francesco per il Sudamerica

Ed è su questa strada forse che si è incamminato dal punto di vista della proposta sociale e pastorale un signore che, venuto da Buenos Aires svolge un ruolo per il Sudamerica che spesso sembra in secondo piano rispetto alle sue origini, ovvero Papa Francesco. Da un papa sudamericano ci si poteva aspettare molte cose meno l’ aplomb con cui ha sempre trattato i fatti del suo continente...d’ altronde va detto che non sono certo più i tempi della "teologia della liberazione", la cui contestazione dal punto di vista dottrinale cominciò perfino da Paolo VI, pur così aperto al mondo post-’68 e fortemente terzomondista quale era; e proseguì duramente con Giovanni Paolo II che certo non poteva accettare in nome della fede  una scelta per i poveri che arrivasse a proclamarsi ideologia :molti ricorderanno i rimproveri "apertis verbis" in "mondovisione", appena sceso dall’ aereo al teologo -prete e Ministro Nicaraguegno Cardenal (il cui fratello era prete e ministro sandinista anch’ esso, e difatti entrambi furono scomunicati  fino alla riammissione, nel 2014 ). Oggi il Papa parla a tutto il mondo e parlando si suoi fratelli sudamericani li invita spesso a farsi parte del mondo. È una strategia, che mira ad evitare l’"eccezione" e il tipico lamento della condizione di sfruttati dalla nascita (vera ma che non può essere una permanente scusante) che ha afflitto per anni diplomazia e discorso pubblico sia alto che basso dell’America Latina.
Ma egli non dimentica di certo da dove viene: a settembre ,guarda caso, sarà in Colombia a suggellare il cammino di pace di quel martoriato Paese ed a parlare di uguaglianza e rispetto della società civile-ci annunciano già oggi dal Vaticano- con una lista dei tanti incontri con Ong ( spesso di filiazione o cooperazione europea) impegnate sul territorio per il rinnovamento del comparto agro alimentare e per lo sviluppo sostenibile in campo  economico oppure con il microcredito alternativo o cooperativo con le grandi banche internazionali di sviluppo ed aiuto della regione.
Non è un caso e non è un caso che avvenga da chi -da lontano-forse ha una maggiore nitidezza nel volgersi ad un continente che -come detto- con America centrale e Messico è più di un continente; e che per l’economia e gli standard ambientali ed energetici potrebbe diventare un elemento di equilibrio mondiale impensato. Le vene dell’America Latina rimangono sempre aperte ma quel libro chiudeva una storia secolare nel 1986.Non è detto che il suo epilogo non possa cambiare.