Conviene all'Europa la decarbonizzazione?

Conviene all'Europa la decarbonizzazione?

Davide Tabarelli | Presidente e cofondatore di Nomisma Energia
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Sicuramente sì per gli aspetti etici, perché rafforza una leadership politica che l'Europa vanta nei confronti di tutto il mondo. Il problema sono i prezzi elevati dell'elettricità, che determinano una perdita di competitività dell'industria europea

Che domande, certo che conviene. In un mondo dominato da tante verità e dall’ansia da cambiamento climatico, la domanda sembrerebbe non avere senso, ma qualche riflessione è invece utile. Conviene per gli aspetti etici, perché rafforza una leadership politica che l’Europa vanta nei confronti di tutto il mondo e che aiuta a superare, e a volte a nascondere, i tanti problemi interni che ciascun paese si trova ad affrontare, fra crisi economiche e rivolgimenti politici. Il presidente francese Macron, non molto diversamente dal suo predecessore, subito dopo l’elezione nel maggio 2017, ha rimesso al centro la lotta al cambiamento climatico quale tema portante per rinvigorire quella tensione nazionale da grandeur, negli anni un po’ afflosciatasi, che serve ad arginare la deriva populista a destra. Parla meno del nucleare e del futuro delle sue 52 centrali, ormai vecchie, tema più complesso, ma da cui dipende il destino di tutta l’industria elettrica europea. A Berlino, dove di politiche verdi si discute da sempre, la grande coalizione della Merkel di inizio 2018 trova nel cambiamento climatico un collante essenziale fra partiti di destra e di sinistra. Sembra dimenticare, però, che il 40 percento della produzione di elettricità, indispensabile alla prima economica manifatturiera d’Europa, è prodotta con il carbone e con la lignite.  Di là dalla Manica, un paese sotto shock per la Brexit del giungo 2016, si affida alle politiche climatiche per riappropriarsi di una leadership internazionale irrimediabilmente compromessa. Tuttavia, la chiusura delle centrali a carbone, attuata con encomiabile coerenza negli ultimi due anni, ha fatto salire i prezzi. I consumatori finali, già seccati dai deludenti effetti delle liberalizzazioni, non gradiscono e spingono i politici a decisioni che, se attuate, porterebbero l’industria indietro di 30 anni.

Tutto iniziò con la qualità dei combustibili

Storicamente la stessa Unione Europea, ha trovato nell’ambiente l’obiettivo su cui far convergere le politiche energetiche, quando, invece, i singoli paesi hanno accumulato strutture profondamente diverse per effetto di politiche spesso divergenti. Tuttora, ad oltre 20 anni dalla direttive che miravano a creare un mercato unico dell’elettricità e del gas, l’integrazione rimane lontana. L’ambiente fin dagli anni ’70 è stato l’elemento di facile coesione su cui tutti si trovano d’accordo, anche se inizialmente le disposizione riguardavano solo la qualità dei combustibili. Nel 1986 il Consiglio europeo fissò la strategia sull’energia e fra gli obiettivi fondamentali mise quello dell’aumento delle fonti rinnovabili, ma fu solo negli anni ’90 che arrivò l’impegno sulla riduzione della CO2, dopo la Conferenza di Rio del 1992, nella quale l’Europa era in prima fila nel prendere impegni. Il Libro Bianco del 1995 e quello Verde del 1997, anticiparono la Direttiva 2001/77/CE che fissò obiettivi, non vincolanti, per le fonti rinnovabili. La spinta accelerò nel 2007 quando la Commissione presentò la nuova strategia, il famoso 20-20-20, che portò al pacchetto di direttive dell’aprile 2009, dove per la prima volta venivano fissati obiettivi vincolanti. Per la CO2 l’impegno era quello di ridurre del 20 percento le emissioni di CO2 entro il 2020 rispetto al livello del 1990. Per le rinnovabili il target fu posto al 20 percento dei sui consumi finali, sempre entro il 2020, contro un livello allora dell’8 percento.  L’Europa si confermava così di gran lunga la prima al mondo per decisionismo a favore delle rinnovabili e della riduzione delle emissioni di CO2. Forte del consenso politico interno, tale leadership sarebbe dovuta servire, nel dicembre del 2009, per siglare il protocollo di Copenaghen in sostituzione di quello di Kyoto in scadenza. I colloqui, invece, fallirono e, orfana del protocollo, la diplomazia europea si diede molto da fare per arrivare, se anni dopo, al vertice di Parigi del dicembre 2015 che tutt’ora domina le decisioni in materia. I risultati finora raggiunti dall’Europa sono confortanti sul lato delle emissioni di CO2: al 2016 sono inferiori del 24 percento rispetto a quelle del 1990, anno base di riferimento, il che significa che l’obiettivo al 2020 del -20 percento è stato ampiamento superato. Ciò spinge a ritenere la nuova soglia proposta per il 2030, -40 percento sempre sul 1990, come facilmente raggiungibile, tuttavia, molte delle dinamiche favorevoli del passato non saranno ripetibili con altrettanto facilità. La domanda di energia in Europa è calata per il processo di deindustrializzazione in corso che ha portato alcune aeree d’Europa, soprattutto al Sud, ad un profondo impoverimento.

La prima urgenza è la ripresa economica

La prima urgenza dell’Europa, per cercare di arginare l’onda del populismo, è la creazione di posti di lavoro che passa attraverso la ripresa economica che, a sua volta, necessita di maggiori consumi di energia, soprattutto fonti fossili. La veloce chiusura di numerose centrali elettriche a carbone nella Germania dell’Est negli anni ’90 dopo l’unificazione, incontrerà numerosi ostacoli in futuro, sia perché con il carbone compensa gli alti costi delle rinnovabili, sia perché molte aree depresse dell’est del paese non possono fare a meno delle attività minerarie di estrazione della lignite.  La Polonia, poi, ha messo bene in chiaro che non vuole rinunciare al carbone, non solo per ragioni economiche, molto fondate, ma soprattutto per non finire nella dipendenza da gas dalla Russia.

 

Emissioni Co2 Unione Europea e obiettivi

Emissioni Co2 Unione Europea e obiettivi

 

La forte crescita delle rinnovabili del passato, che ha ridotto le emissioni dal settore della generazione elettrica, è stata ottenuta con generose incentivazioni, oltre 50 miliardi di euro all’anno, non ripetibili in futuro. L’obiettivo sulle rinnovabili, 20 percento dei consumi finali al 2020, è più distante, oltre che più costoso: nel 2017 sono state il 13 percento dei consumi finali, valore che stenta a salire da tre anni a questa parte e che fa ritenere irraggiungibile il target fra due anni. La forte crescita degli anni passati è difficile, nonostante il sensibile calo dei costi diretti a valori allineati a quelli delle fonti fossili. Tuttavia, le rinnovabili hanno costi nascosti. La maggiore complessità che deriva dalla loro intermittenza e dalla gestione diffusa in milioni di piccoli impianti, impone investimenti sulle reti elettriche che inevitabilmente si devono scaricare sui prezzi finali. Fin dall’avvio delle politiche climatiche, l’Europa è stata all’avanguardia nell’attuare il commercio dei permessi di emissione, l’Emission Trading System (ETS), un sistema dove la mano invisibile del mercato, su cui allora vi era massima fiducia, ha mostrato nella realtà parecchie difficoltà. I prezzi del permesso di emissioni di una tonnellata di CO2 sono scesi a minimi di 4 euro negli ultimi due anni, da valori inziali oltre 20 euro quando le previsioni indicavano per oggi livelli a 40 euro. Solo nel 2018, si è verificata una modesta crescita di nuovo verso i 10 euro, ma si tratta di livelli enormemente più bassi rispetto ai costi della riduzione della CO2 ottenuta con le rinnovabili, che oscillano fra i 100 ai 300 euro per tonnellata di CO2. Nonostante ciò, l’ETS è il fiore all’occhiello delle politiche europee che tutti nel mondo cercano di imitare. Incentivi alle rinnovabili, investimenti nelle reti elettriche, costo dei permessi di CO2, sono stati elementi che hanno fatto lievitare i prezzi dell’elettricità in Europa, l’elemento più debole di tutto lo sforzo, perché, nonostante non lo dicano i politici, di pasti gratis in natura non ce ne sono. Rispetto al resto del mondo il distacco è netto, con valori in Italia e Germania, i due paesi leader nelle politiche ambientali, che sono doppi o tripli rispetto a quelli della Cina o degli Stati Uniti. La perdita di competitività dell’industria europea è dovuta in parte anche agli alti prezzi dell’energia, sacrificio fatto per ridurre di 1,3 miliardi di tonnellate di CO2 le sue emissioni, quando nel resto del mondo sono aumentate nel frattempo di 12. Lo sforzo dell’Europa, che conta per il 10 percento delle emissioni globali, è stato eccessivo: la decarbonizzazione allora non conviene sempre.  

 

Prezzi elettricità all'industria

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