Confusione nel Golfo

Confusione nel Golfo

Stefano Silvestri
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La durezza delle posizioni contro il Qatar assunte dai Sauditi, dall'UAE e da Bahrein non ha precedenti ed è stata immediatamente seguita da importanti aperture dell'Iran nei confronti di Doha. C'è da augurarsi che i mediatori diplomatici riescano a contenere la crisi

*Nell'immagine, le bandiere nazionali dei 6 stati membri del CCG

Stiamo forse assistendo alla fine del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), l’organizzazione che ha messo insieme l’Arabia Saudita, il Kuwait, Bahrein, il Qatar, l’Unione degli Emirati Arabi (UAE) e l’Oman? La durezza delle posizioni contro il Qatar assunte dai Sauditi, dall’UAE e da Bahrein (cui si sono associati l’Egitto e altri paesi e fazioni minori) non ha precedenti ed è stata immediatamente seguita da importanti aperture dell’Iran nei confronti di Doha (che peraltro sino ad oggi non le ha accettate) e dall’annuncio di Ankara dell’invio di nuove truppe in Qatar, dove peraltro sta già impiantando un’importante base militare. Gli altri stati del GCC, il Kuwait e l’Oman, non si sono uniti alla condanna collettiva e hanno invece offerto i loro buoni uffici per negoziare la fine della crisi (anche se l’Oman in particolare è in questo periodo guardato con sfavore a Riyadh per il suo rifiuto di intervenire nella guerra in Yemen, oltre che per la sua tradizionale politica più aperta nei confronti dell’Iran).

Cos'è il Consiglio di Cooperazione del Golfo

Il GCC è una strana creatura, con forti elementi di coesione, specie quando si tratta di difendere la natura dinastica di questi regimi, ma altrettanto vasti spazi di dissenso, anche se questi non hanno mai impedito, in passato, una ricomposizione della solidarietà del gruppo e anche lo stabilimento di importanti azioni comuni come la creazione delle PSF (le Forze-Scudo Peninsulari). Il recente intervento collettivo in Bahrein è stato un segnale importante di unità di intenti. Tuttavia l’unità del GCC è sempre stata storicamente sottoposta a gravi tensioni nei momenti critici di mutamento politico e strategico nella regione. Lo abbiamo visto con grande evidenza nelle reazioni diversificate nei confronti della primavera araba e poi degli sviluppi in Iraq e Siria. Ma la crisi attuale potrebbe andare oltre quelle precedenti, perché sembra nata da una opposta lettura delle opportunità e delle scelte strategiche fondamentali. Non è certo un caso se, almeno inizialmente, le accuse al Qatar erano soprattutto di essere un alleato e protettore dei terroristi dell’Isis, che sino ad allora era invece stato percepito e accettato come nemico comune.

Il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) è una strana creatura, con forti elementi di coesione, specie quando si tratta di difendere la natura dinastica di questi regimi

Interpretando il volere degli Usa

Il mutamento è probabilmente una conseguenza dell’interpretazione saudita dell’orientamento strategico degli Stati Uniti. Sembra così delinearsi una interpretazione realpolitica estrema degli orientamenti regionali della nuova amministrazione americana, così come sarebbero stati esposti ai sauditi da Donald Trump. L’individuazione della lotta al terrorismo come obiettivo di gran lunga prevalente su tutti gli altri (inclusi quelli degli equilibri regionali) e l’individuazione dell’Iran come il nemico da abbattere sono indicazioni forti che i sauditi hanno certo recepito con grande interesse e, forse, eccessivo entusiasmo. Essi sembrano così convinti della possibilità concreta di prendere decisamente l’offensiva nei confronti dell’Iran, direttamente o, più probabilmente, indirettamente attraverso l’Iraq e la Siria, e di poter ottenere il ridimensionamento di organizzazioni come Hamas e Hezbollah. La decisione di agire potrebbe essere stata accelerata da recenti visite di esponenti iraniani in Iraq e dalla stessa vittoria del moderato Hassan Rouhani alle elezioni presidenziali iraniane, nel timore che ciò possa accrescere l’accettabilità internazionale del paese. Ma un tale schieramento saudi-americano, che comprenderebbe anche l’Egitto e, almeno potenzialmente, Israele, finirebbe per essere diretto non solo contro l’Iran e gli sciiti, ma anche contro una larga parte dei sunniti, in particolare quelli che si riconoscono nelle molteplici sfumature della Fratellanza Musulmana. Ciò non può non preoccupare paesi come il Qatar o la Turchia, che invece hanno sempre mantenuto importanti legami con quelle realtà.

Confidando nei mediatori diplomatici

Di qui una spaccatura che potrebbe rivelarsi più grave del solito, specie se aumentasse il coinvolgimento esterno nella crisi del GCC: in queste ore il ministro degli Esteri qatarino è a Mosca. Non è probabile che il tutto si risolva con il ricorso alla forza militare: la presenza in Qatar della maggiore base americana in Medio Oriente, di una base turca e di elementi della RAF britannica complicano in modo inaccettabile il quadro militare. Lo stesso presidente Trump, dopo aver inizialmente approvato l’azione saudita, deve essere stato meglio informato sulla situazione e ora sembra allineato con il suo governo nella richiesta di negoziati. Tuttavia questa semplificazione forzata del quadro politico del Golfo, che spazza via tutte quelle sfumature e ambiguità che sinora erano state la base del consenso e della cooperazione, rischia di lasciare spaccature molto pericolose, mandando all’aria ogni prospettiva di solidarietà interaraba. Ora c’è da augurarsi che i mediatori diplomatici riescano a contenere la crisi, se non a risolverla del tutto. Ma se così non fosse dovremo prepararci ad un più violento conflitto infra-sunnita, in sovrapposizione a quello in atto tra sciiti e sunniti e a quello dei terroristi.

Il mutamento è probabilmente una conseguenza dell'interpretazione da parte dell'Arabia Saudita dell'orientamento strategico degli Stati Uniti d'America