Prezzo del petrolio, cause e conseguenze

Prezzo del petrolio, cause e conseguenze

Demostenes Floros | Analista geopolitico ed economico
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L'andamento delle quotazioni del greggio, l'indebolimento del dollaro, le ripercussioni del calo dei prezzi soprattutto sui Paesi produttori. Ecco l'analisi di quello che sta succedendo

Nonostante il deprezzamento del dollaro statunitense rispetto all’euro, che da 1,06€/$ ha raggiunto quota 1,09€/$, a dicembre i prezzi del petrolio e del gas sono diminuiti significativamente sulla scia della decisione dell’OPEC di lasciare invariato il tetto della produzione petrolifera in occasione dell’ultimo vertice del 4 dicembre.

In particolare, il Brent ha aperto a 45,49 dollari al barile e chiuso a 37,99 dollari al barile, mentre il WTI ha aperto a 42,95 dollari al barile ed è stato scambiato a 37,21 dollari al barile alla fine del 2015. Sia il Brent che il WTI hanno toccato il loro livello minimo il 21 dicembre, rispettivamente con 36,63 dollari al barile (un livello che non era mai stato raggiunto da luglio 2004) e con 35,75 dollari al barile. I prezzi sono rimasti stabili fino all’inizio del 2016 quando sono di nuovo scesi sotto i 30 dollari al barile. Questo prezzo è il break-even point per i progetti “looking forward” menzionati dal CEO dell’ENI Claudio Descalzi. Al contempo, i prezzi del gas sul mercato statunitense Nymex - ai minimi da 16 anni negli Usa - sono precipitati al di sotto di 1,89 dollari per milione di British thermal units.

Come si può spiegare il deprezzamento del dollaro rispetto all'euro?

Il 3 dicembre, la Banca Centrale Europea ha tagliato il tasso sui depositi a -0,30% e ha esteso il programma di quantitative easing fino a marzo 2017. Il 16 dicembre, la Federal Reserve ha aumentato i fondi Fed dallo 0,25% allo 0,50%. Nonostante queste misure, il dollaro ha subito un deprezzamento rispetto all’euro, ma il prezzo del barile non è salito come sempre. Il mercato ha espresso probabilmente il suo disappunto nei confronti della politica monetaria del Governatore Mario Draghi, il quale non ha aumentato l’importo mensile complessivo dei bond acquistati dalla BCE. Pare che il mercato non abbia preso in considerazione il “nuovo corso di interessi” avviato da Janet Yellen, Governatore della FED.

Greggio, le conseguenze del calo delle quotazioni

Quali sono gli effetti più importanti della caduta dei prezzi del petrolio? In primo luogo, secondo quanto riportato da MEES (Weekly Middle East Oil & Gas News and Analysis), tra il 2013 e il 2015 le rendite annue dei Paesi dell’OPEC sono diminuite di 598 miliardi di dollari, ossia di oltre il 50%, e per il 2016 si stima un’ulteriore riduzione di 118 miliardi di dollari. Questo impatto sui bilanci degli Stati membri dell’OPEC, tra cui vi è anche l’Indonesia, il cui ritorno nell’Organizzazione è stato deciso durante il vertice di dicembre, varia sicuramente da Paese a Paese. In particolare, le economie dell’Iran, del Venezuela, dell’Algeria, della Nigeria e dell’Ecuador stanno subendo maggiori perdite rispetto a quelle dell’Arabia Saudita, del Kuwait, degli Emirati Arabi Uniti e del Qatar a causa del maggiore break-even point. “L’Arabia Saudita sta agendo contro gli interessi di metà del cartello e sta portando l’Opec sull’orlo del precipizio”, ha affermato Helima Croft di RBC Capital Markets.
In secondo luogo, come sottolineato da Fatih Birol, gli investimenti nell’industria petrolifera sono calati del 20% nel 2015. Inoltre, il Direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia ha dichiarato che “negli ultimi 30 anni non si è mai assistito a un calo degli investimenti, e questa situazione avrà delle ricadute [sui prezzi] negli anni a venire".
In terzo luogo, l’indebolimento della valuta russa. Infatti, il 31 dicembre, il rublo ha toccato il minimo nei confronti dell’euro (80,6€/rublo) e del dollaro (74,1rublo/$) dal 26 agosto e dall’attacco speculativo del 17 dicembre del 2014, che è stato superato grazie a un accordo valutario (swap) tra la Banca centrale russa e la People’s Bank of China.

Secondo i dati riportati dall’Oil Market Report l’11 dicembre del 2015:

1) A novembre la produzione globale di petrolio è salita a 96,9 milioni di barili al giorno. La produzione di greggio dell’OPEC è aumentata di 50 mila barili al giorno raggiungendo i 31,73 milioni di barili al giorno (con un surplus di 1,8 milioni di barili al giorno un anno fa) grazie a una produzione record dell’Iraq. La produzione dei Paesi non OPEC si è mantenuta a quota 58,5 milioni di barili al giorno, ma la crescita annua si è ridotta a 300 mila barili al giorno da 2,2 milioni di barili al giorno all’inizio del 2015, nonostante la Federazione Russa abbia raggiunto il suo massimo storico con 10,78 milioni di barili al giorno. Nel 2016 si prevede una diminuzione della produzione dei Paesi non OPEC pari a 0,6 milioni di barili al giorno.

L’Arabia Saudita sta mantenendo la produzione oltre i 10 milioni di barili al giorno da marzo del 2015. Sembra quindi che la strategia rischiosa voluta dal regno saudita stia iniziando a funzionare con il passare del tempo. Considerando che il surplus si aggirerebbe intorno ai 500 mila e i 2 milioni di barili al giorno e che ciò coincide con lo sforamento del tetto di produzione dell’OPEC, la richiesta avanzata dal ministro dell’Energia iraniano, Bijan Zanganeh, alla vigilia del vertice di rispettare il limite di produzione del Cartello è rimasta inascoltata. Probabilmente, questa situazione ha indotto il ministro dell’Energia russo Alexander Novak a dichiarare che “l’Arabia Saudita ha aumentato la produzione di 1,5 milioni di barili al giorno destabilizzando la situazione sul mercato".

2) Per quanto riguarda la domanda, la crescita annua di 1,8 milioni di barili al giorno per il 2015 è stata guidata dalla Cina, dagli USA, dall’India e, inaspettatamente, dall’Europa. Nel 2016, si prevede una crescita della domanda globale di 1,2 milioni di barili al giorno.

3) Dopo il massimo storico raggiunto nell’aprile 2015 con 9,7 milioni di barili al giorno, la produzione di greggio degli Stati Uniti si aggira intorno ai 9,2 milioni di barili al giorno, il che è frutto di 2 diverse tendenze. Da un lato, la produzione convenzionale è aumentata a causa dei nuovi pozzi petroliferi nel Golfo del Messico. Dall’altro, la produzione non convenzionale dell’America sta diminuendo e il rafforzamento della politica monetaria della FED metterà all’angolo i fracker a causa del crescente indebitamento. Il via libera contemporaneo del Congresso statunitense all’esportazione di petrolio non li salverà. Nel corso del 2015, circa 40 società - l’ultima è la Magnum Hunter Resources - sono ricorse al Chapter 11. Il titolo “Il tempo sta scadendo per i fracker statunitensi”, apparso su Bloombergview.com sottolinea che nel secondo trimestre del 2015, l’83% del cash flow operativo dei produttori onshore statunitensi è stato utilizzato per saldare i debiti.  Nonostante ciò, i parlamentari britannici hanno votato una legge che consentirà le attività di fracking per l’estrazione di shale gas a 1.200 metri al di sotto di parchi nazionali e altre aree protette.

Cosa succede in Europa

La produzione europea di gas naturale sta diminuendo da anni. Questa tendenza si accelererà dopo la decisione del governo olandese di tagliare la produzione presso il giacimento di Groningen, il più grande in Europa e il terzo al mondo, a causa dell’aumento dell’attività sismica. Dopo 55 anni, l’Olanda si ritrova quindi a importare gas dalla Russia e dalla Norvegia. Considerando l’obiettivo della Russia di bypassare il territorio ucraino, la cancellazione del South Stream e il congelamento del Turkish Stream, la Germania potrebbe diventare il nuovo hub del gas più grande in Europa. In tal caso, l’Italia dipenderà dalla Germania anche per l’approvvigionamento di gas. Il coinvolgimento della società italiana SAIPEM nella posa delle condotte sui fondali del Baltico è importante, ma non è sufficiente per la sicurezza energetica dell’Italia, un Paese che riceve il gas russo, che copre il 42% del mix energetico, attraverso l’Ucraina. Dopo l’acquisto di SNAM del 20% delle quote detenute da Statoil in Tap, perché il governo italiano non suggerisce di fare altrettanto nel Nord Stream II? D’altra parte, TAP soddisferà circa l’1% dei consumi europei e l’azionista più importante di SNAM è Cassa Depositi e Prestiti Reti (28,98%), che è controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano (80,1%).