Una partita tutta da giocare per il bacino del Caspio

Una partita tutta da giocare per il bacino del Caspio

Lello Stelletti
Condividi
L'area, che potrebbe contenere 48 miliardi di barili di petrolio e 292 mila miliardi di piedi cubi di gas naturale, è contesa tra diversi attori. Si aggiungono la dibattuta definizione giuridica di lago internazionale o di mare chiuso e gli occhi del mondo puntati sul Kashagan

Leggi WE 36

 

Un anno fa, nell’ottobre del 2016, è stato finalmente spedito il primo quantitativo di greggio prodotto dal giacimento offshore di Kashagan nel Kazakistan, risultato di un lavoro titanico durato oltre vent’anni e di un investimento pari a poco meno di 60 miliardi di dollari. La storia di Kashagan, campo petrolifero offshore nella parte nord-orientale del Mar Caspio, al largo delle coste del Kazakistan, 80 km a sud della città di Atyrau, esemplifica le difficoltà di operare in una regione in cui si intrecciano enormi interessi economici, problemi geopolitici e difficoltà ambientali al limite dell’insuperabilità. Ad aprire la strada del Kazakistan era stata negli anni Novanta l’Eni di Guglielmo Moscato col mega-giacimento onshore di Karachaganak, che aveva permesso alle compagnie occidentali di aprire i loro interessi nell’ex repubblica sovietica. All’epoca un consorzio internazionale con Agip capofila e poi Mobil, Total, Shell, BG Group, aveva trovato un accordo col governo del presidente kazako Nursultan Nazarbayev (ancora in carica) per effettuare prospezioni nel paese, che ambiva ad uscire dall’ombra dell’ex Urss. Si trattava di operare in una regione praticamente sconosciuta, e in un ambiente fisico ed economico che aveva avuto ben scarsi contatti con l’Occidente, a parte l’ormai remota eredità risalente alla Compagnia olandese delle indie orientali. Le esplorazioni andarono avanti per anni, con onde sismiche di potenza mai raggiunta prima, generate per definire i contorni della struttura geologica in cui - come si rivelò nel 2000 - sotto una cupola salina a quattro chilometri e mezzo di profondità, sotto il fondale del Caspio, erano custodite riserve di greggio stimabili in 35 miliardi di barili, di cui 13 miliardi recuperabili. Un bene immenso, ma una sfida tecnologica altrettanto grande, dalla pressione (che comporta gravi difficoltà estrattive) all’altissimo contenuto di zolfo, fino alle condizioni climatiche proibitive, con clima torrido d’estate e, d’inverno, acque che si ghiacciano da ottobre a marzo. Si aggiunga che la profondità di pochi metri dell’acqua marina impedisce l’impiego delle normali navi perforatrici, per cui è stato necessario costruire i pozzi su isole artificiali realizzate trasportando 11 milioni di metri cubi di rocce. Tutto questo ha comportato non soltanto ritardi nei programmi ma soprattutto una fortissima lievitazione dei costi, con ovvie difficoltà nei rapporti con il governo di Astana. Il consorzio internazionale ha conosciuto diversi avvicendamenti nell’asset, dovuti ai costi crescenti dell’impresa e ai complessi rapporti con il governo di Nazarbayev. Nel 2001 Eni è stata nominata operatore esclusivo perché – così dice la leggenda – i kazaki non si fidavano né degli americani, né degli inglesi e tanto meno dei francesi. Dopo anni di ritardi e diverse vicende proprietarie, l’11 settembre del 2013 si è arrivati alla prima produzione petrolifera, con la prospettiva di arrivare a una produzione di 8 milioni di tonnellate di greggio nel 2014. È stata una breve illusione, perché la presenza di acido solfidrico nel flusso si è rivelata estremamente corrosiva, fino a provocare crepe nelle condotte. È stato necessario sospendere la produzione e procedere alla sostituzione delle tubature. Altre spese, altri ritardi, fino a quando, a metà ottobre del 2016, una nota dell’Eni non ha annunciato l’inizio delle esportazioni: "La produzione, riavviata a seguito del completamento delle operazioni di sostituzione delle pipeline - si legge in una nota - aumenterà gradualmente fino a un primo livello di 180.000 barili al giorno, con un target di 370.000 barili al giorno che sarà raggiunto entro la fine del prossimo anno". Eni ha ribadito che "considerate le dimensioni e le caratteristiche tecniche, ambientali e logistiche, Kashagan rappresenta uno dei progetti industriali più complessi e sfidanti realizzati a livello mondiale". I partner nel progetto Kashagan sono China National Petroleum Corp (8,33 per cento, acquisito nel 2013 per 5 miliardi di dollari da ConocoPhillips, attraverso KazmunaiGaz), Inpex (7,56 per cento) e, ciascuna, con una quota dal 16,81 per cento, Shell, Exxon Mobil, Total, KazMunaiGaz ed Eni. A ogni società è stata assegnata la responsabilità di una parte dei lavori. All’Eni è stata affidata quella relativa alla cosiddetta “fase del primo olio”, in cui ci troviamo adesso.

Un'area difficile nello scacchiere internazionale

La vicenda del giacimento di Kashagan esemplifica le difficoltà di operare nella regione del Marc Caspio, che dall’inizio degli anni Novanta, quando venne definita il "Nuovo Medio Oriente", è un punto di riferimento nella strategia energetica dei principali attori internazionali. Non sempre, tuttavia, è riuscita a rispettare le attese, a causa di problemi di vario genere: in particolare la questione sullo status del Caspio (lago o mare? La questione non è soltanto geografica, perché cambiano i trattati internazionali), la competizione fra i paesi rivieraschi e le condizioni climatiche e ambientali. Nel 2003, la U.S. Energy Information Administration (EIA) ha stimato che l’area del bacino potesse contenere 48 miliardi di barili di petrolio e 292 mila miliardi di piedi cubi di gas naturale, fra riserve certe e probabili. In confronto, l’area mediorientale presenta tutt’altra prospettiva: oltre 803 miliardi di barili di petrolio e circa 2.827 milioni di miliardi di metri cubi di gas; una stima che tiene conto anche delle riserve iraniane e che mostra come difficilmente le pur non trascurabili risorse del Caspio potrebbero minacciare quelle dei paesi del Golfo Persico. Paragoni a parte, il bacino del Caspio resta uno scenario interessante, non solo per gli operatori del settore degli idrocarburi, ma anche per una serie di attori statali e transnazionali. Gli Stati Uniti, da tempo, osservano gli sviluppi nell’area e sono stati fra i primi a puntare su di essa, con compagnie come Chevron ed ExxonMobil. L’Unione europea punta da tempo ad una diversificazione delle forniture, per ridurre la dipendenza dal gas russo. Anche la Turchia segue con attenzione gli sviluppi nell’area e può contare sui rapporti positivi costruiti con due paesi rivieraschi, l’Azerbaijan e il Turkmenistan. Guardano con interesse al Caspio, infine, paesi asiatici come Cina, India e Giappone, tutti (anche se per motivi diversi) alla ricerca di nuove forniture di gas e petrolio. L’area del Mar Caspio continua a caratterizzarsi per il progressivo avanzamento dei progetti di esplorazione ed estrazione di gas. In particolare il comparto gasiero potrebbe consentire alla regione di aumentare la produzione mondiale di circa il 27 per cento nel corso dei prossimi dieci anni. Il Turkmenistan può contare su riserve di gas provate pari a 17.500 miliardi di metri cubi ed è il paese che, secondo l’EIA, potrà contribuire maggiormente alla crescita della produzione del comparto negli anni a venire. A sostenere l’aumento della produzione turkmena sarà prevalentemente l’entrata in funzione di nuove fasi di sfruttamento del maxi-giacimento di Galkynysh (area centro orientale del paese), il secondo più ampio al mondo dopo quello di South Pars, nel Golfo, con riserve stimate dalle autorità turkmene in 27.400 miliardi di metri cubi. Da non sottovalutare, inoltre, anche la recente scoperta di un nuovo giacimento che conferma appieno la ricchezza del sottosuolo turkmeno e le potenzialità di crescita: lo scorso dicembre, infatti, le autorità di Ashgabat hanno annunciato la scoperta di un nuovo giacimento a Chelekbay, nei pressi di Galkynysh, che avrebbe un potenziale estrattivo attorno al milione di metri cubi al giorno.

I potenziali sbocchi di questa ricchezza

Tutto questo gas dovrà trovare degli sbocchi e la Cina è al primo posto nelle preferenze, in primis perché ha favorito - attraverso capitali, tecnologie e infrastrutture di trasporto - l’aumento della produzione. Questo rapporto ha, tuttavia, causato l’accumulo di miliardi di dollari di debiti nei confronti di Pechino, rivelandosi un’arma a doppio taglio per la fragile economia turkmena. Entro i prossimi dieci anni si prevedeva il completamento della cosiddetta "Linea D", la quarta tratta del Central Asia-China Gas Pipeline (Cacgp), attraverso cui transita già il 72 per cento dell’export di gas turkmeno. Con la conclusione di questo progetto, il Cacgp potrebbe raggiungere una capacità annua di 85 miliardi di metri cubi di gas, un incremento considerevole rispetto agli attuali 55 miliardi. Tuttavia non mancano gli ostacoli: la costruzione della Linea D è stata sospesa a marzo scorso fino a data da destinarsi. La nuova tratta avrebbe dovuto attraversare Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan, per poi arrivare nell’area nord occidentale della Cina. I paesi attraversati dal tracciato non avrebbero usufruito del gas turkmeno, ma avrebbero guadagnato dalle tasse di transito. La bocciatura, seppur momentanea di questo progetto mette a dura prova l’economia turkmena, in piena crisi, e in gran parte basata sulle esportazioni di gas, i cui prezzi hanno subito un forte calo negli ultimi tre anni. Oltre ai debiti con la Cina, che resta tuttavia l’unico compratore di gas turkmeno, ci sono problemi con uno dei principali attori del bacino del Caspio: la Russia. Le autorità di Mosca, all’inizio del 2016, hanno cancellato il contratto di fornitura con il Turkmenistan, a causa del mancato accordo sui costi. Ashgabat chiedeva una somma pari a 240 dollari per mille metri cubi di gas, ma Gazprom ha preferito negoziare due nuovi accordi con i paesi estrattori, l’Uzbekistan ed il Kazakistan, che hanno proposto un prezzo di 140 dollari per mille metri cubi. All’inizio di quest’anno, inoltre, è venuto a mancare il contratto con l’Iran, che ha deciso di investire nella produzione interna di energia elettrica. Per diversificare i propri introiti, il Turkmenistan punta a due alternative: l’India, attraverso l’Afghanistan; e l’Unione europea, attraverso il Mar Caspio e l’Azerbaijan. Prospettive interessanti, ma certamente complicate. In primo luogo, Ashgabat deve riuscire ad attirare investimenti per delle infrastrutture che devono essere realizzate partendo da zero. La prima opzione fa sembrare l’India più lontana di quanto non sia effettivamente dal punto di vista geografico, a causa dell’accidentato e incerto teatro afgano. Nella seconda permangono i problemi legati allo status del Mar Caspio e, senza una soluzione alla questione, la Russia non consentirà mai la creazione di un gasdotto transcaspico, che diventerebbe un serio concorrente per le sue forniture destinate all’Europa.

Il ruolo determinante di Mosca

Il soft power russo nell’area rimane, per ora, molto forte e limita le grandi potenzialità turkmene. Oggi la Russia è grandemente interessata a sviluppare le sue risorse continentali per ampliare il potenziale derivante dall’estrazione di gas e petrolio. Essendo uno dei principali esportatori di idrocarburi al mondo, la Russia ha iniziato da alcuni anni ad individuare un’alternativa valida per sostituire, nel tempo, i suoi giacimenti situati nella Siberia occidentale, che stanno sperimentando un graduale e inevitabile declino della produzione. Questa alternativa è il bacino del Caspio, dove si affaccia la regione russa di Astrakhan, famosa proprio per i suoi depositi di idrocarburi: gas naturale e condensato, ma anche petrolio. Le risorse on-shore ammontano a quasi 6 mila miliardi di metri cubi di gas e ad oltre un miliardo di tonnellate di idrocarburi liquidi. A differenza dell’Azerbaijan, del Kazakistan e del Turkmenistan, la Russia ha deciso abbastanza "in ritardo" di procedere con lo sviluppo dei suoi campi off-shore di petrolio e gas nelle acque del Caspio. Durante il periodo sovietico, infatti, le aree settentrionale e centrale del bacino caspico, dove la Russia ha la sovranità e la competenza esclusiva sull’esplorazione di idrocarburi, erano considerate poco promettenti. L’emergere dalla regione di Astrakhan come “terra di conquista” per i player russi dell’energia è quindi abbastanza recente: solo nel 1994 Lukoil diede il via al suo programma di esplorazione nell’area settentrionale del mare, e fu a lungo l’unica grande azienda presente in quella che veniva percepita come una zona a basso profitto. Tuttavia, già dal 2000 le attività esplorative russe iniziarono ad avere i primi successi. In quell’anno Lukoil annunciò la scoperta del giacimento Yuri Korchagin, seguito da altri sette nei successivi otto anni: Rakushechnoye e "170 Km" nel 2001; Khvalynskoye e Sarmatskoye nel 2002; Vladimir Filanovsky nel 2005; Morskoye e Tsentralnoye nel 2008. Complessivamente le stime indicano riserve pari a 4,7 miliardi di barili di petrolio equivalente. Il primo, Yuri Korchagin, ha riserve certe che ammontano a circa 29 milioni di barili di petrolio e quasi 64 miliardi di metri cubi di gas: Lukoil vi ha investito sinora 45 miliardi di rubli (al tasso di cambio attuale 640 milioni di euro), come riferisce la stessa compagnia russa, a conferma dell’importanza assegnata a questo giacimento. Il giacimento Vladimir Filanovsky è il più grande in termini di riserve di petrolio scoperte in Russia negli ultimi 20-25 anni, con riserve stimate in 290 milioni di barili di petrolio equivalente. Da pochi mesi è stata annunciata la messa in funzione del quinto pozzo nel giacimento. A lungo Lukoil ha operato in autonomia i giacimenti della zona; solo in un secondo momento sono arrivate anche Gazprom e Rosneft. La prima si è unita a Lukoil nello sviluppo del giacimento di Tsentralnoye, mentre Rosneft ha acquistato il blocco di trivellazione a Laganskiy nel 2013 e, un anno dopo, ha iniziato con Lukoil a costruire una piattaforma di trivellazione a Rybachya. Proprio nel 2013 è stato scoperto l’ultimo giacimento a Velikoye: per quest’ultimo le stime di accertamento sono ancora in corso ma secondo i dati preliminari potrebbe contenere fino a 300 milioni di tonnellate di petrolio e 90 miliardi di metri cubi di gas. Nonostante questi dati incoraggianti, le sfide non mancano per un’economia come quella russa, uscita quest’anno dalla recessione, ma comunque ancora fragile e gravata dalle sanzioni internazionali decise dopo l’annessione della Crimea. I primi problemi sono di tipo climatico: l’area settentrionale del Caspio in inverno si ghiaccia, mentre in estate si passa alle condizioni tipiche delle steppe desertiche dell’Asia centrale. Questi sbalzi di temperatura hanno riflessi negativi sulle attività di esplorazione e trivellazione. A ciò si aggiunge una certa carenza di attrezzature speciali e di personale qualificato nella regione, per costruire e gestire gli impianti off-shore, un fattore non trascurabile che ostacola gli investimenti di nuove aziende nel Caspio ed è, anche, uno dei motivi per cui Lukoil continua a detenere la sua leadership nella regione.

Gli sviluppi del Kazakistan

Le compagnie russe hanno così deciso di aprire le porte a un altro attore statale della regione: il Kazakistan. I rapporti fra Mosca e Astana sono solidi e il Kazakistan è senza dubbio il principale alleato di Mosca in Asia centrale. Alla fine del 2016 il governo russo ha autorizzato la costituzione della joint venture Central Oil and Gas Company, composta da Lukoil e Gazprom (entrambe al 25 per cento) e la compagnia kazakha KazmunaiGaz (al 50 per cento). La società si occupa di sviluppare Tsentralnoye, il giacimento nel settore russo del Mar Caspio. In verità la cooperazione fra Russia e Kazakistan risale al 15 ottobre 2015, quando i due paesi siglarono un protocollo che prevede una licenza per lo sfruttamento delle aree di fondale nel Mar Caspio. Il Kazakistan partecipa inoltre allo sfruttamento del giacimento off-shore di Khvalynskoye, operato sempre da Lukoil che, al momento, vanta riserve pari a 322 miliardi di metri cubi di gas, 18,4 milioni di tonnellate di condensato e 242 milioni di tonnellate di petrolio. Il Kazakistan, tuttavia, si muove anche in autonomia e prosegue lo sviluppo di progetti nel Caspio anche senza la Russia. A ottobre del 2016, pur con le grandi difficoltà descritte all’inizio, è ripresa la produzione dal mega giacimento di petrolio e gas di Kashagan, definito da molti una "grande sfida" ma che, una volta superati gli ostacoli, potrebbe rappresentare uno dei principali motori di sviluppo del Kazakistan. Negli ultimi anni il paese è stato spesso descritto come in "rampa di lancio", ma la sua posizione geografica, la controversa situazione politica e gli stretti legami con la Russia ne hanno spesso frenato l’ascesa. In Kazakistan, comunque, non c’è solo Kashagan, ma anche realtà consolidate, come il mega giacimento di Tengiz. Scoperto nel 1979 nei pressi della costa nord-orientale del Caspio, è stato subito identificato come una delle principali scoperte d’idrocarburi della storia recente. Per questo motivo ha attirato diverse imprese che, approfittando della dissoluzione dell’Unione sovietica, hanno deciso di investire nel giacimento. Dal 1993 Tengiz è gestito dal consorzio Tengizchevroil, che detiene i diritti per 40 anni, composto da Chevron (50 per cento), Exxon Mobil (25 per cento), Kazakistan Petroleum (20 per cento) e Lukoil (5 per cento). Oggi Tengiz rappresenta il 45 per cento della produzione petrolifera complessiva del paese asiatico. Il sito on-shore di Karachaganak, situato nell’area occidentale del Kazakistan, nel cosiddetto bacino pre-caspico, è un altro mega giacimento che produce petrolio, condensati e gas naturale, e ha una produzione stimata in circa 230 mila barili al giorno di petrolio e 26 milioni di metri cubi giornalieri di gas naturale. È gestito dal consorzio Karachaganak Petroleum Operating, in cui Eni e Shell sono co-operatori e controllano ciascuna il 29,25 per cento delle azioni. Nel consorzio sono inoltre presenti Chevron (18 per cento), Lukoil (13,5) e KazmunaiGaz (10 per cento). Il 51 per cento della produzione è destinato alla centrale di Orenburg, in Russia, mentre la parte restante viene inviata ai mercati occidentali attraverso il Caspian Pipeline Consortium e la pipeline Atyrau-Samara, collegata direttamente alla rete di esportazione russa. Il Caspian Pipeline Consortium è uno dei massimi esempi di collaborazione fra Russia e Kazakistan, oltre che dei tanti altri player internazionali coinvolti, e consente l’export della produzione petrolifera dei giacimenti kazakhi ai partner occidentali. Anche il giacimento Tengiz ne fa parte ed è stato collegato direttamente al porto russo sul Mar Nero di Novorossiysk grazie ad una pipeline inaugurata nel 2001. La produzione di idrocarburi kazaka, tuttavia, non è destinata ai soli partner occidentali. Le grandi aziende cinesi, come avvenuto in Turkmenistan, hanno infatti messo gli occhi sui principali progetti energetici nazionali. Non a caso Cnpc ha acquisito l’8,4 per cento del consorzio di Kashagan nel 2013, versando oltre 5 miliardi di dollari a KazmunaiGaz. Inoltre, all’inizio del 2016, il Fondo energetico cinese ha acquisito il 51 per cento di Kmg International – il ramo internazionale di KazmunaiGaz – mentre China Investment Corp possiede una quota dell’11 per cento di KazMunaiGas Exploration Production, altra sussidiaria della compagnia statale kazaka. A dimostrazione del rafforzamento dell’asse energetico fra Astana e Pechino, c’è lo sviluppo del gasdotto Kazakistan-Cina, che entro la fine del 2017, quando saranno completate le sei stazioni di compressione, potrà trasportare oltre 25 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Va ricordato che dal punto di vista economico il Kazakistan ha sviluppato, nei suoi 25 anni di indipendenza, soprattutto il settore energetico e minerario. Il Paese è il primo produttore al mondo di uranio, il decimo per la produzione di carbone, il 18mo produttore di petrolio e 14mo per riserve di gas. Diverse sono inoltre le infrastrutture di primaria importanza nel comparto energetico: l’oleodotto Kazakistan–Cina, che consente ad Astana di esportare direttamente in territorio cinese le risorse estratte dai giacimenti petroliferi situati nell’area del Mar Caspio; il sistema di gasdotti dell’Asia Centrale, risalente al periodo sovietico e attualmente controllato dalla russa Gazprom che trasporta verso la Russia il gas estratto dai giacimenti del Turkmenistan passando attraverso Uzbekistan e Kazakistan; il sistema di gasdotti Asia Centrale-Cina, nato nel 2009 e attualmente in fase di ampliamento, che trasporta il gas turkmeno verso la regione cinese dello Xinjiang attraverso Uzbekistan e Kazakistan.

Fattori di difficoltà sia esterni che interni

La panoramica sulle riserve di idrocarburi di tre dei principali attori che si affacciano sul bacino del Caspio mostra, quindi, una grande quantità di riserve, ma anche grandi difficoltà che emergono in particolare nei costi molto elevati per gli investitori. Il ribasso dei prezzi di petrolio e gas degli ultimi anni ha imposto una disciplina abbastanza rigorosa agli investitori in termini di distribuzione del capitale e causato non pochi problemi alle economie dei paesi del Caspio, fortemente dipendenti dall’export degli idrocarburi. Anche le sanzioni pendenti su Russia e Iran non sono state certamente un fattore positivo, a causa della stretta interdipendenza economica fra i paesi rivieraschi. Anche per questo motivo, non sorprende che paesi come Azerbaijan, Kazakistan e Russia abbiano deciso di adeguarsi ai tagli alla produzione petrolifera proposti lo scorso anno dall’Opec nella speranza di favorire un rialzo dei prezzi. In questo contesto, inoltre, gli Stati Uniti – uno degli attori esterni più interessati alle imponenti riserve di idrocarburi del Caspio – si avvicinano alla tanto agognata autosufficienza energetica, frutto della cosiddetta “rivoluzione del gas da scisti”. Le esportazioni verso la Cina non bastano a controbilanciare il cambiamento di prospettive di alcuni dei destinatari principali delle forniture: la domanda di energia di Pechino resta effettivamente elevata, ma per essere soddisfatta necessita dello sviluppo di nuove infrastrutture di trasporto. L’Azerbaijan conta tuttavia sulla collaborazione con l’UE. L’Unione europea, sempre alla ricerca di nuove fonti per ridurre la dipendenza dal gas russo, guarda con particolare attenzione alle grandi scoperte del Mediterraneo orientale, ma intanto si è rivolta all’Azerbaijan e al progetto del Corridoio meridionale del gas. Cruciale, in questo senso, è lo sviluppo del giacimento azero di Shah Deniz, situato nel Caspio meridionale, circa 70 chilometri a sud-est della capitale Baku, e a una profondità di 600 metri. Scoperto nel 1999, ospita riserve stimate dai 50 a 100 miliardi di metri cubi di gas. È gestito da Bp, con una quota del 28,8 per cento. Altri partner includono Tpao (19), Socar (16,7), Petronas (15,5), Lukoil (10) e Nioc (10). Nel giugno 2013, il consorzio ShahDeniz II per il trasporto del gas in Europa ha scelto il progetto del Gasdotto Trans-Adriatico (Tap, Trans-Adriatic Pipeline), preferendolo al Nabucco West. A settembre dello stesso anno, Enel, Hera, Shell, E.On, Gas Natural Fenosa, Gdf Suez, Axpo, Bulgargaz e Depa hanno firmato a Baku i contratti per la fornitura di gas: importo totale stimato, 130 miliardi di euro. La conduttura, lunga 870 chilometri, partirà dalla Grecia nei pressi della frontiera con la Turchia, attraverserà il territorio ellenico e l’Albania, proseguendo con un tratto sottomarino di 104 chilometri sotto il fondale adriatico, per giungere in Puglia, nella provincia di Lecce. La capacità iniziale di trasporto prevista è di circa 10 miliardi di metri cubi all'anno di gas naturale, raddoppiabili a 20 con l’aggiunta di una terza stazione di compressione alle due già previste. L’UE ha assegnato al Tap la qualifica di Progetto d’interesse, in quanto funzionale all'apertura del Corridoio Meridionale del Gas, uno dei 12 corridoi energetici prioritari per il conseguire gli obiettivi europei del settore. Nell’aprile del 2015 Tap ha assegnato a Saipem il contratto di ingegneria, fornitura, costruzione e installazione della sezione offshore del progetto. Ai fattori esterni, infine, si aggiungono quelli interni: il soft power russo; la competizione fra i diversi attori statali dell’area; la questione giuridica del Mar Caspio. La longa manus di Mosca, per esempio, ha determinato gran parte dei problemi attuali del Turkmenistan, visto come un competitor pericoloso per le forniture russe. Ed è sempre la Russia a porre gli ostacoli principali alla sigla di una convenzione sul Mar Caspio. Con la caduta dell’Unione sovietica sono sorte le prime rivendicazioni circa lo status del Mar Caspio. La questione riguarda la definizione giuridica di lago internazionale o di mare chiuso. Se il Caspio fosse dichiarato mare (chiuso, ma pur sempre mare), si applicherebbe allora il trattato di Montego Bay del 1982, secondo il quale gli Stati rivieraschi governano entro le 12 miglia nautiche, ma oltre questo limite possono sfruttare una zona economica esclusiva che può estendersi fino a 200 miglia dalla linea di base. La connotazione giuridica di "mare" implicherebbe l’applicazione del principio della cosiddetta “linea mediana”, secondo cui la frontiera viene determinata da tutti i punti equidistanti dalle coste 12 miglia nautiche. In questo modo la suddivisione in settori del Mar Caspio comporterebbe un’area pari al 30 per cento del totale per il Kazakistan; del 20,6 per cento per l’Azerbaijan; del 19,2 per cento per il Turkmenistan; del 15,6 per cento per la Russia, e del 14,6 per cento per l’Iran. Nel caso in cui, invece, il Caspio dovesse essere riconosciuto come lago, gli Stati litoranei potrebbero esercitare la loro competenza territoriale esclusiva solo entro le 12 miglia, mentre al di là di queste lo sfruttamento diverrebbe comune e necessiterebbe di un’autorità internazionale chiamata a coordinare l’estrazione e la divisione delle ricchezze presenti nei fondali. Su questo tema emerge come ogni paese rivierasco abbia i propri bisogni, interessi e priorità, che spesso collidono con quelli dei vicini. L’Iran, per esempio, ha una scarsa produzione di petrolio e gas nel bacino del Caspio mentre l’Azerbaijan ne è completamente dipendente. Non a caso proprio le autorità di Baku e quelle del Turkmenistan sono fra le principali promotrici della firma di una convenzione che, stando alle ultime dichiarazioni ufficiali, sarebbe concordata per circa il 70-80 per cento e che potrebbe essere firmata in occasione del prossimo summit fra i presidenti dei cinque paesi rivieraschi, che si terrà quest’anno ad Astana, in Kazakistan, in una data ancora da decidere.