Riad guarda all'Asia per una nuova economia

Riad guarda all'Asia per una nuova economia

Simone Cantarini [Agenzia Nova]
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L'Arabia Saudita, il principale paese produttore dell'area e unica economia del Golfo con ampi margini di crescita potenziale, guarda ad Oriente per sostenere il suo ambizioso programma di riforme economiche

Con una crescita economica superiore al 6 per cento, l’Asia è divenuta ormai il principale punto di riferimento per le economie dei paesi del Golfo, non solo per quanto riguarda la domanda di petrolio, ma anche sul piano del commercio e degli investimenti. Pur vantando storici legami economici con i paesi occidentali, in particolare con gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita, il principale paese produttore dell’area e unica economia del Golfo con ampi margini di crescita potenziale, guarda ad Oriente per sostenere il suo ambizioso programma di riforme economiche, “Vision 2030”, volto a ristrutturare il sistema paese sganciandolo dalla dipendenza dal settore petrolifero. Il viaggio del vice principe ereditario Mohammed bin Salman in Cina e Giappone, iniziato lo scorso 27 agosto e terminato il 2 settembre, pochi giorni prima del G20 di Guangzhou, certifica questo nuovo corso, definito dal principale quotidiano di stato saudita – “Arab News” – come “un passo da gigante nella realizzazione di Vision 2030”. L’interesse sempre più ampio per il rilancio delle relazioni con i paesi asiatici, mostra che l’Occidente non rappresenta più l’unico faro dell’economia saudita, ed il ruolo che un tempo era svolto dalle società statunitensi ed europee, è oggi ricoperto in parte da compagnie cinesi, giapponesi, indiane e sudcoreane. I dati del 2015 sono un esempio di questa nuova situazione, con ben quattro paesi asiatici (Cina, Giappone, India e Corea del Sud) tra i primi cinque partner commerciali di Riad, mentre l’unico paese occidentale della lista è rappresentato dagli Stati Uniti. Washington è ormai il terzo partner per l’export saudita, dopo Cina e Giappone che coprono rispettivamente il 13,1 per cento e il 10 per cento delle esportazioni saudite, prevalentemente legate al settore degli idrocarburi.
Lo scenario è simile anche per quanto riguarda la provenienza delle importazioni, con Pechino prima in classifica con il 20 per cento, seguita dagli Stati Uniti con il 15,4 per cento, India con il 13 per cento, Germania e Corea del Sud, rispettivamente con l’11,5 e l’8,9 per cento. Anche le importazioni dal Giappone hanno un ruolo importante per l’economia saudita e tra il 2014 e il 2015 sono cresciute dell’1 per cento, attestandosi intorno al 6 per cento del totale, soprattutto grazie ai veicoli (circa il 32 per cento del totale).

Quanto incidono i prezzi bassi del petrolio

Con una crescita economica superiore al 6%, l'#Asia è divenuta ormai il principale punto di riferimento per le economie dei #paesi del Golfo

La persistenza nel lungo periodo di un clima di bassi prezzi del petrolio sta costringendo Riad a mutare radicalmente le proprie prospettive economiche, lanciandosi in una corsa per raccogliere investimenti e nuove competenze, in modo da sviluppare industria, servizi e infrastrutture. I sauditi sembrano confidare più nella solidità dei contratti con i colossi asiatici – meno propensi a critiche circa il rispetto dei diritti umani e le vicende geopolitiche – piuttosto che con gli storici partner occidentali, soprattutto visto l’attuale clima avverso al regno saudita, spesso accusato di sostenere il terrorismo, al fine di stabilire la propria egemonia in Medio Oriente. I fattori che stanno contribuendo alla virata di Riad verso l’Asia sono molteplici: il riavvio dell’industria petrolifera statunitense attraverso lo sfruttamento dei giacimenti non convenzionali, considerata dai sauditi come la principale causa dell’eccesso di offerta di greggio e del conseguente calo dei prezzi; la situazione di crisi economica dell’Unione europea, che ha portato i tassi di crescita dell’Ue sotto il 2 per cento; la crisi migratoria in corso nel continente europeo e la conseguente ascesa dei populismi; la minaccia di attentati terroristici nelle capitali europee. Un altro fattore fondamentale, che potrebbe accelerare la ricerca di Riad di nuovi partner in Asia, è la recente decisione del Congresso degli Stati Uniti di approvare le legge che consente alle famiglie delle vittime degli attentati dell’11 settembre di citare in giudizio il governo saudita. Gli osservatori sono convinti che Riad tema la staticità dell’occidente e avrebbe ormai compreso l’importanza del mercato asiatico e delle relazioni con i colossi del continente anche sul piano politico. II viaggio di Mohammad bin Salman, nuovo volto dell’establishment saudita, confermerebbe questa tendenza. Il vice principe ereditario ha avviato il suo viaggio in Cina e Giappone lo scorso 27 agosto, accompagnato da una folta delegazione che ha visto la partecipazione del ministro degli Esteri, Adel al Jubeir, ma anche di quelli dell’Energia, Khalid al Falih, delle Finanze, Ibrahim al Assaf, e del Commercio e degli investimenti, Majid al Qassabi.

L'interesse sempre più ampio per il rilancio delle relazioni con i paesi asiatici, mostra che l'Occidente non rappresenta più l'unico faro dell'economia saudita

Le sinergie tra Arabia Saudita, Cina e Giappone

A Pechino si è tenuta la prima riunione congiunta della Commissione sino-saudita, fondamentale per presentare il programma di riforme economiche “Vision 2030”, annunciato in aprile da Mohammed bin Salman, e per presentare i vantaggi offerti dalla nuova apertura del mercato azionario saudita agli investitori stranieri. Durante la sua permanenza in Cina, la delegazione guidata dal vice erede al trono saudita ha firmato ben 15 tra accordi e protocolli d’intesa che hanno riguardato i settori dell’energia, delle infrastrutture e della tecnologia. L’accoglienza da parte dei vertici cinesi è stata molto positiva. Mohammed bin Salman ha incontrato il presidente Xi Jinping, il primo ministro Li Keqiang, il ministro della Difesa Chang Wanquan, e ha avuto colloqui con i rappresentanti e i funzionari delle 15 più importanti società cinesi. Uno dei primi traguardi è stata la concessione della licenza al gigante tecnologico Huawei di investire nel settore delle telecomunicazioni e delle tecnologie dell’informazione. Gli accordi firmati a Pechino hanno riguardato i settori dell'energia, della tecnologia, dei servizi e lo sviluppo delle risorse umane. Tra le società saudite che hanno sottoscritto memorandum con le rispettive controparti cinesi figurano il gruppo commerciale Al Ajlan; la holding Al Jabr che ha tra le sue attività principali l’importazione di veicoli nel regno; il gruppo Al Jeraisi, una delle principali società saudite, specializzata in mobili per ufficio, informatica e servizi. Dei 14 memorandum d’intesa sottoscritti tra Pechino e Riad, sette risultano di particolare importanza. Il più rilevante è forse quello firmato dal colosso energetico saudita Aramco, il Programma nazionale del regno per la promozione dei distretti industriali e la compagnia statale chimica cinese Chem China. L’intesa ha aperto la strada a Chem China per l’esplorazione delle opportunità d’investimento nel regno per quanto riguarda il comparto delle energie rinnovabili, in particolare lo sviluppo di programmi per la produzione di silicio organico, energia solare prodotta da cellule fotoelettriche e la produzione di sostanze chimiche per pneumatici. Il memorandum prevede inoltre la possibilità di sviluppare altri settori industriali, tra cui le fibre sintetiche ad alte prestazioni, utilizzate nel settore dell’aviazione, additivi per alimenti e tecnopolimeri. L’accordo tripartito prevede inoltre un aumento della cooperazione di Aramco nella fornitura di petrolio greggio alla Cina. Gli altri due accordi importanti sono quelli firmati sempre dal colosso energetico saudita insieme alla Commissione reale per le città industriali di Jubail e Yambu, con le società cinesi Yanchuan Yoching investiment company e il gruppo Gwanzu, entrambi incentrati sullo sviluppo industriale. L’accordo si concentra sul miglioramento delle opportunità di investimento per le imprese cinesi nella zona economica speciale saudita di Jazan e prevede anche altre forme di partecipazioni in progetti nel settore dei trasporti. Sempre sul piano dell’energia, la Saudi electricity company (Sec) ha sottoscritto ben quattro protocolli d’intesa con le cinesi Shanghai electric company, China electric company, Huawei e Zte. Gli accordi sono mirati a diversificare le fonti di reddito nazionale e ad attrarre nuovi investimenti nelle industrie dell’energia elettrica. Infine è da sottolineare il protocollo d’intesa firmato dal ministro degli Alloggi, Majed al Huqail, e dal viceministro cinese del Commercio, Qian Kemin, volto a costruire circa 100 mila unità abitative nelle località di al Asfar e al Asha. In una dichiarazione alla stampa, il ministro al Huqail ha sottolineato che l’accordo mira a raggiungere l'obiettivo strategico di stimolare lo sviluppo immobiliare e l’offerta di abitazioni. Di particolare interesse è stato il discorso del ministro dell’Energia al Falih, il quale ha sottolineato che il ruolo assegnato al suo dicastero sarà più che rafforzato grazie alle partnership nel settore energetico tra realtà saudite e cinesi. “Attraverso Vision 2030 il regno è pronto a diversificare l'economia e, allo stesso tempo, guidare il mondo nel settore dell'energia”, ha dichiarato al Falih, il quale ha aggiunto che nei prossimi anni Riad e Pechino vedranno rinnovati investimenti congiunti nel settore energetico, osservando tuttavia che “l’energia non sarà l’unico settore dell’economia saudita al centro delle relazioni bilaterali tra i due paesi”. Al Falih ha esortato il settore commerciale cinese ad “essere proattivo” e ad investire nel comparto industriale saudita. In Giappone il vice erede al trono ha incontrato l’imperatore Akihito e ha presenziato con il premier giapponese Shinzo Abe alla firma di 7 accordi di cooperazione, di cui quattro incentrati sullo sviluppo economico: collaborazione nella produzione di energia; cooperazione per gli investimenti nel settore industriale, compreso quello della difesa; sostegno alle piccole e medie imprese; cooperazione nello sviluppo internazionale, negli investimenti nello scambio di informazioni tra il Fondo saudita per lo sviluppo e l’Agenzia per la cooperazione internazionale giapponese. Gli altri tre memorandum d’intesa riguardano il miglioramento degli scambi culturali, la protezione dei diritti d’autore e un accordo tra le agenzie di stampa Arabian Press Agency e Kyodo News Agency. L’accordo nell’ambito della sicurezza firmato da Mohammed bin Salman, che copre anche l’incarico di responsabile della Difesa, e l’omologo giapponese Tomomi Inada, riguarda la promozione della cooperazione nell’ambito dei dispositivi di difesa e sicurezza. Tokyo ha già all’attivo memorandum simili con Qatar e Bahrein, ma l’accordo con Riad assume un’importanza più rilevante, dato che il regno ha superato nel 2015 l’India come primo importatore di armi al mondo e sta cercando di avviare una sua industria militare. La centralità dei rapporti tra Arabia Saudita e Asia è emersa anche al G20 di Guangzhou, dove oltre ad un incontro ufficiale con Xi Jinping, il vice principe ereditario ha tenuto colloqui bilaterali con il premier indiano Narendra Modi. Per gli analisti la successione delle visite in Cina, Giappone e la partecipazione al G20 rappresenta anche la volontà di Riad di affermarsi pienamente come potenza regionale del Medio Oriente, soprattutto per arginare l’ascesa dell’Iran, che con i paesi asiatici vanta storici rapporti. La scelta di re Salman di inviare il figlio Mohammad in sua vece conferma inoltre la nuova strategia della cosiddetta “triade saudita”, formata da Salman, da suo fratello e primo erede al trono, Mohammed bin Nayef, e dal figlio Mohammed bin Salman. Quest’ultimo, data la sua giovane età (31 anni), rappresenta il volto nuovo dell’establishment saudita, che ha un’età media superiore ai 70 anni. La scelta d’inviare il giovane principe risponderebbe al tentativo di rassicurare i nuovi partner asiatici circa la stabilità e la continuità della dinastia regnante, oltre ad offrire un terreno per una futura modernizzazione e apertura del paese. Per Cina e Giappone, Riad resta il principale forniture di greggio e di prodotti petroliferi, dato che entrambi i paesi, privi di risorse rilevanti, hanno costante bisogno di energia per mantenere i propri ritmi di produzione industriale e di crescita economica. I dati sul volume degli scambi descrivono la centralità delle relazioni tra i tre paesi. La Cina ha con l’Arabia Saudita un volume di scambi annuale di circa 69,1 miliardi di dollari, con esportazioni che riguardano anzitutto prodotti petroliferi. Riad inizia però a subire la concorrenza di altri paesi produttori. Nel mese di giugno le esportazioni di greggio saudita in Cina hanno subito una flessione del 14,2 per cento, rispetto allo stesso periodo del 2015, con un volume di circa 1,112 milioni di barili al giorno. Al contrario le esportazioni dalla Russia alla Cina sono aumentate dell’8,6 per cento, a 999.420 barili al giorno, mentre quelle iraniane sono cresciute del 16,1 per cento in giugno rispetto allo stesso mese del 2015, toccando i 780.175 barili di petrolio al giorno. I dati relativi al Giappone vedono invece un volume di scambi che negli ultimi anni ha raggiunto i 57 miliardi di dollari, mentre le esportazioni petrolifere di Riad verso Tokyo hanno raggiunto negli ultimi mesi una media di 1,15 milioni di barili di petrolio al giorno, il 30 per cento delle importazioni totali di greggio da parte giapponese.

La scelta di re Salman di inviare il figlio Mohammad in sua vece al G20 conferma la nuova strategia della cosiddetta "triade saudita", formata da Salman, da suo fratello e primo erede al trono, Mohammed bin Nayef, e dal figlio Mohammed bin Salman