BrexitEnergy, cosa cambia

BrexitEnergy, cosa cambia

Giancarlo Strocchia
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Tutto dipenderà dall'esito dei negoziati biennali che anticiperanno l'effettiva fuoriuscita della Gran Bretagna dall'Unione. Ma se le grandi compagnie petrolifere saranno quasi sicuramente in grado di reggere il colpo, a rischiare di più potrebbero essere i consumatori finali

Sono mille gli interrogativi che affollano la mente di burocrati, imprenditori e funzionari europei in vista dell’oramai certa fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, come stabilito dalla volontà popolare emersa dal referendum del giugno 2016. La Brexit porterà con sé mesi, se non anni, di riassestamenti generali nel Regno di Elisabetta II, che potrebbe dover affrontare un frangente economico non semplice, un ulteriore deprezzamento della sterlina, un rallentamento nei livelli di crescita e la "fuga" di alcuni grandi gruppi bancari, assicurativi e industriali. Per far fronte, da una posizione di maggior forza, a tali e tante incognite, la premier, Teresa May, ha annunciato le elezioni anticipate a giugno, nella speranza che una vittoria netta dei conservatori consenta una transizione più facile.
Sul piano energetico, saranno determinati i negoziati che stabiliranno se e come il Regno Unito continuerà a far parte delle istituzioni che interpretano e coordinano le normative energetiche dell'UE, ovvero ACER (Agency for the cooperation of Energy Regulators), ENTSO-E (European Network of Transmission System Operators for Electricity) e ENTSO-G (European Network of Transmission System Operators for Gas), cioè che consentirebbe a Londra di intervenire nelle scelte energetiche continentali. Un’alternativa a questa prospettiva potrebbe essere che il Regno Unito rimanga legato alle direttive dell’Unione Europea per quanto riguarda il settore energetico e le misure di lotta ai cambiamenti climatici, regolate da accordi firmati a livello globale, ma senza per questo poter intervenire sulle scelte politiche e imprenditoriali che l’Unione farà nel settore all’indomani del distacco di Londra. Un modello che ricalcherebbe, in parte, l’attuale posizione della Norvegia, che è comunque riuscita a creare un fiorente settore dell’Oil&gas senza essere parte dell’Unione, sottoscrivendo, nello stesso tempo, l’European Free Trade Agreement.

Costi energetici e regime fiscale

Il primo effetto "energetico" a fronte della Brexit potrebbe essere un consistente rialzo dei costi energetici per i sudditi di sua Maestà, conseguenza dell’indebolimento della sterlina. Nonostante la svalutazione della moneta sia stata meno evidente di quanto fosse stato previsto, la perdita corrente è sufficientemente significativa da determinare effetti sulla catena di approvvigionamento delle risorse energetiche. Ciò è particolarmente vero per quanto riguarda le importazioni di petrolio nel Regno Unito. Londra è un importatore netto di petrolio, nonostante la produzione del Mare del Nord abbia fatto registrare un aumento del 13,4% nel 2015 (45,3 milioni di tonnellate), in controtendenza rispetto al passato, grazie anche all’operatività di nuovi giacimenti, come il Golden Eagles. I previsti aumenti energetici che andrebbero comunque a colpire i consumatori nel post-Brexit potrebbero essere compensati grazie ad un eventuale abbassamento dell’Iva, un’opzione attualmente già in discussione nel Paese. Per ciò che concerne le conseguenze energetiche "a valle", l’eventuale estromissione della Gran Bretagna degli organismi dell’Unione potrebbe determinare anche un aumento dell’energia elettrica che il Paese importa soprattutto dai Paesi Bassi e dalla Francia tramite due interconnettori IFA (2GW) e BritNed (1GW). Dagli stessi Paesi Bassi, così come dalla Norvegia, Londra importa anche gran parte del gas che consuma.

Sul piano energetico, saranno determinati i negoziati che stabiliranno se e come il Regno Unito continuerà a far parte delle istituzioni che interpretano e coordinano le normative energetiche dell'UE

I grandi player e la domanda

Se si guarda agli operatori del settore Oil&gas, sicuramente chi potrebbe subire le maggiori conseguenze dalla Brexit sono le piccole società, collegate all’indotto e meno diversificate. I grandi gruppi sono maggiormente in grado di sostenere dei cambiamenti. Occorre non sottovalutare, comunque, che eventuali restrizioni alla circolazione dei lavoratori potrebbero incidere negativamente su quelle aziende britanniche che dispongono di squadre "off-shored" o utilizzano centri di servizio che attualmente sono condivisi con il resto dei Paesi dell’Unione. Inoltre, molti lavoratori del Regno Unito sono impiegati dalle compagnie petrolifere europee nei paesi dell'UE e viceversa. Al termine del processo di fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Unione, la prospettiva che questi lavoratori acquisiscano lo status di cittadini extracomunitari potrebbe rendere molto più complesse le pratiche burocratiche d’impiego e, conseguentemente, far aumentare i costi per i loro datori di lavoro - un risultato che l'industria del petrolio e del gas desidera evitare, in un periodo in cui si tende a incidere drasticamente sui bilanci.  Lo stesso CEO di Shell, Ben Van Beurden, ha recentemente sottolineato che l’eventuale crescita degli sbarramenti commerciali che dovessero essere eretti in conseguenza della Brexit avrebbe un impatto negativo su molte compagnie petrolifere. D’altro canto, questa prospettiva potrebbe generare un vasto movimento di lavoratori britannici del settore verso altri paesi del Commonwealth ricchi di risorse energetiche, come il Canada, l’Australia e Nigeria. La stessa India presenta per lavoratori e società energetiche margini di crescita e di impego molto più elevati rispetto a mercati molto più maturi come, ad esempio, la Norvegia. Londra, inoltre, detiene già la sovranità sul regime d’imposta sulle società e le licenze operative nel Mare del Nord, fattore che salvaguarderebbe la fiscalità percepita dal Regno Unito.