Braccio di ferro
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Trump punta a contenere il più possibile le quotazioni di greggio, esercitando pressione sui paesi produttori, in testa gli alleati sauditi, perché rivedano i termini dell'accordo OPEC+ del 2016 e consentano l'accesso al mercato delle floride riserve americane

Il 2018 è stato un anno insolito per i mercati petroliferi e per i principali responsabili delle politiche dell’OPEC. Il successo raggiunto dall’OPEC+ nel 2016 (ovvero lo storico accordo sui tagli alla produzione tra l’organizzazione e molti dei più importanti produttori di petrolio non-OPEC al fine di mantenere più elevato il prezzo del greggio) ha aperto un nuovo capitolo nella diplomazia del petrolio, dimostrando che il coordinamento tra paesi OPEC e non-OPEC, in particolare tra l’Arabia Saudita e la Russia, non solo era possibile, ma offriva anche un nuovo modello sostenibile per la gestione dei mercati petroliferi. Nel 2017, la crescita della domanda mondiale di petrolio (più forte del previsto) e il rispetto dei tagli da parte dell’OPEC+ hanno determinato una ripresa dei prezzi che ha visto il Brent attestarsi mediamente sopra i 54 dollari nel corso dell’anno, arrivando a picchi superiori agli 80 dollari nel quarto trimestre del 2018. Ma mentre l’OPEC era impegnata a creare un nuovo sistema di riferimento per la gestione degli approvvigionamenti, stava per entrare in scena un nuovo fattore che avrebbe contribuito all’aumento del prezzo del petrolio. La decisione del presidente statunitense Donald Trump di ritirarsi dall’accordo sul nucleare iraniano e di reintrodurre le sanzioni sulle esportazioni di petrolio dall’Iran non è stata un fulmine a ciel sereno. Tuttavia, l’assenza di una politica circostanziata ha alimentato ulteriormente l’incertezza dell’offerta, contribuendo a rafforzare il premio di rischio geopolitico che in autunno ha portato i prezzi del greggio a raggiungere picchi ben al di sopra degli 80 dollari. Eppure, sono state proprio le controverse critiche di Trump nei confronti dell’OPEC e del suo operato (nonché i costanti commenti del presidente statunitense sul prezzo del petrolio, resi pubblici a suon di tweet) a scatenare il caos tra i membri dell’OPEC e nel mercato petrolifero stesso, che Trump sembra avere la capacità di trainare in direzioni diametralmente opposte.

L'accordo del 2016: un successo storico

Questi sviluppi hanno fatto seguito a un periodo di successo storico per il gruppo dei paesi produttori. All’inizio del 2018, l’idea di anticipare l’abbandono dei tagli alla produzione non suscitava alcun entusiasmo. Malgrado l’evidenza che le scorte petrolifere erano scese al di sotto della media degli ultimi cinque anni, era già cominciato il tentativo di stabilire nuovi parametri di riferimento che avrebbero giustificato il mantenimento dei tagli. Alla fine del 2017, infatti, l’OPEC riteneva che la riduzione della produzione (in alcuni casi addirittura superiore al 100 percento, tanto grazie al contenimento disciplinato delle forniture quanto a causa di periodi imprevisti d’interruzione e calo della produttività in molti paesi membri) avrebbe dovuto essere estesa a tutto il 2018. Quest’analisi si fondava sull’idea che siglare l’accordo del 2016 aveva richiesto un enorme dispiego di tempo ed energie e che sarebbe stato più sicuro contrarre maggiormente il mercato petrolifero anziché rischiare di sprofondare nuovamente nella situazione di eccedenza dell’offerta che dal 2014 al 2016 aveva provocato un accumulo record di scorte, portando il prezzo del petrolio ai minimi storici sotto i 40 dollari. All’inizio del 2018 il quadro della domanda sembrava particolarmente saldo e, sebbene l’offerta statunitense fosse in forte aumento, nulla lasciava presagire quanto sarebbe stato necessario rivedere al rialzo le previsioni di crescita nordamericane. A marzo, il rapporto mensile dell’OPEC sui mercati petroliferi affermava che il call on OPEC (la quota di greggio che l’organizzazione deve garantire) sarebbe stato di 32,6 milioni di barili al giorno per tutto l’anno, mentre la domanda sarebbe cresciuta di 1,6 milioni di barili al giorno e l’offerta da parte dei paesi non-OPEC sarebbe aumentata di 1,66 milioni di barili al giorno, di cui 1,46 milioni provenienti dai soli Stati Uniti.

Prima della fine dell’anno, tuttavia, alcune di queste stime hanno subito profonde modifiche a causa dell’aumento molto maggiore dell’offerta statunitense di idrocarburi liquidi, mentre la crescita della domanda è stata rivista al ribasso a fronte delle preoccupazioni sul futuro dell’economia globale a causa della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, del deterioramento delle prospettive di alcune economie emergenti e delle conseguenze dell’aumento dei prezzi del petrolio sulla domanda. Mentre nel rapporto di novembre il call on OPEC è rimasto invariato a 32,6 milioni di barili al giorno (secondo le previsioni, nel 2019 scenderà a 31,5 milioni di barili al giorno), le stime sulla crescita dell’offerta non-OPEC per l’anno in corso erano state aumentate per un totale di 650.000 barili al giorno, soprattutto a causa di un incremento di 600.000 barili al giorno della produzione statunitense di idrocarburi liquidi, ora attestata a 2,06 milioni di barili al giorno. L’offerta russa era passata da una previsione di calo di 160.000 barili al giorno a una di crescita annua di 70.000 barili al giorno. Secondo le stime della stessa OPEC, tale livello di crescita dell’offerta da parte dei paesi non-OPEC dovrebbe mantenersi in gran parte inalterato nel 2019 (ovvero, a 2,23 milioni di barili al giorno) determinando un netto calo della domanda di greggio OPEC.

OPEC+: il nuovo volto della diplomazia del petrolio

Nonostante la missione di riequilibrio del mercato apparisse ardua, l’infrastruttura delle politiche sembrava in grado di affrontare la sfida. L’accordo sui tagli raggiunto dall’OPEC+ nel 2016 è stato importante al di là delle sue conseguenze sui concreti equilibri petroliferi, poiché ha mandato un forte messaggio ai mercati: ovvero, che i principali produttori avevano dato un nuovo volto alla diplomazia del petrolio, riorganizzandosi in una struttura che ha fornito credibilità al mercato e su cui l’Arabia Saudita, che ne è da sempre uno dei membri più importanti, è stata in grado di esercitare la propria influenza, al punto da convincere la Russia a prendervi parte. Questo multilateralismo ha inviato un segnale forte, e il fatto che Riad sia stata disposta a non ritirarsi prematuramente dall’accordo ha messo in evidenza la coerenza e l’impegno con cui il regno saudita era pronto a perseguire i propri intenti di mercato. Tuttavia, i tentativi di Riad di mantenere gli obiettivi di produzione sarebbero stati mandati a monte da due importanti sviluppi. In effetti, l’impatto di Trump sui mercati petroliferi è stato duplice. Anzitutto, il presidente statunitense ha annunciato il ritiro degli USA dal Piano d’azione congiunto globale (PACG), l’accordo sul nucleare che aveva revocato le sanzioni sulle esportazioni di petrolio iraniano e garantito l’accesso di Teheran a mercati finanziari, servizi bancari e investimenti globali in cambio di limitazioni al proprio programma nucleare. Dal momento che alla fine del 2017 Trump aveva detto chiaramente che non avrebbe più accettato di certificare il rispetto dell’accordo da parte dell’Iran, la decisione (annunciata all’inizio di maggio) era ormai prevista. In apparenza, tale mossa andava a sostegno della missione dell’OPEC+ di contrarre l’offerta, dal momento che implicava la perdita graduale dell’export iraniano: un cambiamento che avrebbe contribuito in modo significativo alla retorica del mercato rialzista che ha predominato dal momento dall’annuncio all’inizio di ottobre.  I funzionari statunitensi hanno fatto sapere che, rispetto a quello adottato da Obama, il loro approccio alle sanzioni iraniane sarebbe stato draconiano e a somma zero. La Casa Bianca ha dichiarato di voler azzerare le esportazioni di petrolio dall’Iran: un tentativo di strangolare l’economia della Repubblica islamica, regolarne il comportamento nella regione e perfino provocare un cambiamento di regime, stando a quanto riferito da alcune personalità di rilievo dell’amministrazione Trump.

In tale contesto, l’Arabia Saudita ha svolto un ruolo di primo piano, assicurando agli Stati Uniti di compensare eventuali diminuzioni dell’offerta causate dalla mancanza dei barili iraniani. La possibilità di prosciugare il rubinetto delle esportazioni iraniane, con una conseguente perdita di circa 2,4 milioni di barili al giorno, è stata alla base della tendenza al rialzo (durata tutta l’estate) dei mercati petroliferi, preoccupati che a novembre la reintroduzione delle sanzioni statunitensi contro l’Iran avrebbe provocato un drastico calo dell’offerta petrolifera da parte dei paesi del Medio Oriente. In effetti, molti operatori di mercato dubitavano del fatto che la capacità inutilizzata dell’OPEC fosse sufficiente a compensare perdite di tale entità. Anche la Russia, partner non-OPEC strategico dell’Arabia Saudita nell’accordo sui tagli alla produzione del 2016, ha complicato ulteriormente la diplomazia del petrolio saudita e degli altri paesi dell’OPEC a partire da giugno, dicendo senza mezzi termini che, pur essendo disposta a restare simbolicamente all’interno del sistema dei tagli, non avrebbe più frenato la crescita dell’offerta: in pratica, un’uscita dall’accordo dopo le elezioni presidenziali di maggio che hanno riconfermato Putin per un nuovo mandato. Mosca era sicuramente pronta a ridimensionare la propria partecipazione, peraltro già indebolita, poiché anche se vi si dichiarava favorevole a parole, nella pratica consentiva alle compagnie petrolifere di attuare i propri piani di crescita da tempo in stand-by. Tuttavia, vista la prontezza del Cremlino a sottolineare la propria volontà di mantenere la cooperazione, si è trattato di un problema minore rispetto agli attacchi all’OPEC sferrati da Trum

La litania di lamentele della Casa Bianca

Il presidente statunitense ha lanciato la sua prima offensiva via Twitter all’OPEC in aprile, accusando il gruppo di tenere i prezzi del petrolio “artificiosamente elevati” nonostante le abbondanti scorte disponibili. Il tweet, pubblicato proprio mentre funzionari e ministri dei paesi OPEC erano riuniti a Gedda, in Arabia Saudita, è stato un duro colpo per l’organizzazione. Indubbiamente, i commenti statunitensi sulle politiche dell’OPEC non sono una novità. Ma il modo diretto, poco diplomatico e pubblico in cui Trump è intervenuto ha colto di sorpresa i funzionari. E non era che l’inizio. Nei mesi successivi, il presidente ha continuato a sparare a zero contro l’OPEC, schernendo l’organizzazione nei comizi elettorali in vista delle elezioni statunitensi di metà mandato. Questi attacchi non sembravano puramente retorici: i funzionari dell’OPEC temevano che vi fosse un fondamento e che il legislatore statunitense accelerasse l’approvazione del NOPEC, un disegno di legge volto a far perdere ai paesi dell’organizzazione il principio della cosiddetta “immunità sovrana” in caso di procedimenti giudiziari ai sensi della legge antitrust americana. Dal 2008 il NOPEC ha conosciuto diverse incarnazioni e, dato il raro sostegno bipartisan di cui gode al Congresso, i funzionari dell’OPEC lo ritengono una minaccia concreta per l’organizzazione.

La richiesta di Trump all’OPEC di mantenere più elevata l’offerta di petrolio riducendone al contempo il prezzo ha costituito una sfida cruciale per gli sforzi dell’OPEC di definire un messaggio credibile di gestione del mercato in vista del vertice dell’organizzazione che si è tenuto lo scorso giugno. Oltre a dover fare i conti con l’uscita de facto della Russia dall’accordo sui tagli, l’Arabia Saudita si è anche dovuta mostrare disponibile alla richiesta statunitense di aumentare le forniture per mettere un tetto ai prezzi del petrolio, cercando al contempo di impedire una fluttuazione incontrollata delle quotazioni. Questo spiega la natura contraddittoria della politica saudita, che ha provocato una serie di inversioni di marcia e ha reso molto più difficile veicolare quel messaggio di credibilità del mercato in vista del vertice OPEC di dicembre 2018. Oltre alla pressione degli USA per diminuire i prezzi del petrolio, nonostante il calo di oltre il 30 percento dai picchi di inizio ottobre, l’annuncio delle deroghe alle sanzioni sul petrolio iraniano ha colto di sorpresa il mercato e i produttori OPEC. L’assenza di ogni tipo di coordinamento su questo voltafaccia americano ha preso in contropiede l’Arabia Saudita, che aveva già cominciato ad aprire i rubinetti per rassicurare i mercati e adeguarsi alla politica statunitense sull’Iran, e si è invece ritrovata con un mercato petrolifero al ribasso che dovrebbe spingerla a frenare l’impennata. Lo scorso novembre, la produzione saudita superava gli 11 milioni di barili al giorno, ovvero 1 milione di barili al giorno al di sopra della sua quota prevista dall’OPEC. Nonostante il recente calo dei prezzi, Trump continua a incitare Riad a non invertire la rotta tagliando la produzione, compiacendosi di aver fornito ai cittadini americani (ma anche agli altri importatori netti di petrolio) uno “sgravio fiscale”.

Le scelte dei sauditi si fanno sempre più ardue

L’intervento della Casa Bianca ha lasciato l’Arabia Saudita alle prese con nuove e molteplici sfide, molte delle quali provengono dagli USA. Individuare la natura degli shock che colpiscono il mercato rappresenta una sfida costante per l’OPEC. Se il calo dei prezzi è temporaneo (determinato, per esempio, da pressioni speculative sulla domanda e dal deterioramento delle aspettative) il tentativo dell’Arabia Saudita di ridurre la produzione per stabilizzare le aspettative del mercato e invertire le tendenze delle quotazioni petrolifere potrebbe provocare aumenti di prezzo maggiori e più duraturi. D’altro canto, se i cali delle quotazioni petrolifere sono determinati da cambiamenti strutturali nelle dinamiche di domanda e offerta, i sauditi potrebbero essere restii a tagliare la produzione, poiché questo provocherebbe una riduzione della loro quota di mercato e dei loro introiti, mentre ogni aumento temporaneo dei prezzi è destinato a scomparire. Pertanto, la percezione che l’Arabia Saudita ha dello shock è uno dei fattori alla base delle decisioni del paese arabo in materia di produzione. La rapida crescita dell’offerta di scisto statunitense e il conseguente spostamento dei flussi commerciali, il suo ciclo di investimenti a breve termine e la sua reattività ai segnali di prezzo rappresentano nuove caratteristiche strutturali del mercato petrolifero che ne complicano la gestione da parte dell’OPEC. Un altro cambiamento strutturale è la crescente incertezza relativa alle prospettive di crescita della domanda mondiale di petrolio a fronte delle politiche più aggressive attuate dai governi per combattere i cambiamenti climatici e l’inquinamento atmosferico, nonché dei progressi tecnologici che dovrebbero ridurre la quota di petrolio nel settore dei trasporti.

Tuttavia, l’impatto degli USA sul mercato petrolifero non si limita allo sviluppo dello scisto statunitense. La capacità di Trump di influenzare le mosse del mercato (e di prendersene addirittura il merito) resta inalterata. E ciò ha creato un conflitto per l’Arabia Saudita. Da una parte, il regno saudita ha bisogno che i prezzi si rialzino per centrare i propri obiettivi in materia di entrate, continuare a investire nel welfare e proseguire il programma delle riforme, che è essenziale per il benessere economico a lungo termine del paese. A differenza del 2014, quando l’Arabia Saudita aveva deciso di non ridurre la produzione a fronte di uno shock strutturale dei fondamentali del mercato (rallentamento della crescita della domanda, aumento della produzione di scisto americano e ritorno sul mercato di molti paesi in cui la produzione era stata interrotta), gli attuali stock di riserva del regno saudita sono più esigui e le prospettive della sua economia e del suo settore privato sono meno rosee, mentre la spesa pubblica continua ad aumentare. Al contempo, Riad non può farsi accusare di far salire i prezzi né di essere tra i principali fautori di tagli drastici alla produzione. Ciò rappresenta un cambiamento fondamentale delle percezioni sulla politica petrolifera saudita da parte del mercato, che dubita che Riad possa prendere decisioni di produzione senza lasciarsi influenzare dalla pressione di Trump. Questi vincoli potrebbero imporre al regno saudita di cambiare il proprio modo di agire e di inviare segnali ai mercati petroliferi.

Le condizioni future

In futuro, due fattori saranno centrali: la politica statunitense sull’Iran e la capacità di Trump di preservare la relazione strategica con l’Arabia Saudita a fronte della pressione esercitata dal Congresso, che invoca sanzioni di qualche tipo. Per quanto riguarda il primo aspetto, gli USA sembrano voler continuare a contrastare l’influenza dell’Iran nella regione, nonostante il percorso tattico sia stato reso più confuso dalle deroghe alle sanzioni. In quanto al secondo, il presidente statunitense intende preservare l’alleanza strategica con il regno saudita ed è piuttosto restio a mettere la vendita di armi a Riad sul tavolo delle trattative. Pertanto, si potrebbe presupporre che l’alleanza strategica tra Stati Uniti e Arabia Saudita sia destinata a rimanere solida. Riad dovrà continuare a trovare il giusto equilibrio: mantenere i prezzi del petrolio a un livello abbastanza moderato da sottrarsi alla censura della Casa Bianca per evitare di rallentare la crescita della domanda e moderare la crescita dell’offerta di scisto statunitense, ma anche attuare politiche a lungo termine per assicurare le proprie finanze. Finché non saranno introdotte vere riforme economiche e una diversificazione dell’economia, l’Arabia Saudita non potrà permettersi di allentare i propri sforzi di riequilibrio del mercato a breve termine, che anzi diventeranno sempre più difficili.

 


Bill Farren-Price e Bassam Fattouh

Bill Farren-Price, direttore dell’RS Energy Group, è analista esperto e ricercatore specializzato sulle politiche energetiche, riferite in particolare alla regione Mediorientale e del Nord Africa.

Bassam Fattouh è il direttore dell’Oxford Institute for Energy Studies e professore alla School  of Oriental African Studies (SOAS), University of London.