Il dividendo della pace
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La firma dell'accordo tra il governo di Santos e le FARC, alla fine del 2016 darà un impulso alla crescita economica, anche nel settore degli idrocarburi e delle rinnovabili. Non mancano però le difficoltà

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Era un giorno di quelli in cui la primavera brilla in tutto il suo splendore. E proprio per questo motivo non sono mancati i commenti su come la temperatura gradevole registrata a Washington lo scorso 18 aprile abbia rappresentato la cornice naturale perfetta per la diffusione da parte del Fondo Monetario Internazionale di previsioni più confortanti sull’andamento dell'economia mondiale. Al culmine dell’ottimismo per il progresso del pianeta è emerso in modo evidente il contrasto con la situazione dell’America Latina. Lungi dal migliorare, in questo momento le prospettive della regione sono più cupe rispetto a inizio anno, nonostante i numeri in rosso sembrino appartenere ormai al passato. Inoltre, quando si parla di reddito per abitante la situazione peggiora. "La regione registrerà un altro anno di regresso del PIL pro capite nel 2017" afferma Alicia Bárcena, Segretaria Esecutiva della Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL), un organismo aggregato alle Nazioni Unite con sede in Santiago del Cile. Naturalmente la sorte dei paesi di un’area che si estende da sud del Río Grande fino alla Patagonia è diversa. Accanto alle sconfitte del Venezuela vi sono storie di successi come quella del Perù, il Paese che ha registrato il miglior andamento tra quelli di maggiore grandezza relativa nel corso del secolo, o della Colombia, che non è più considerato uno "Stato fallito" ma una nazione con grandi possibilità.

La fine del conflitto interno più lungo della storia

Con una popolazione di oltre 49 milioni di persone e un territorio di oltre 1,1 milioni di chilometri quadrati di superficie, la realtà colombiana è profondamente diversa rispetto a dieci o venti anni fa. Appartengono ormai al passato i cartelli della droga che lasciarono dietro di loro una scia di sangue e morte ed è ormai superato anche il conflitto interno più lungo della storia del mondo. La firma dell'accordo di pace tra il governo di Juan Manuel Santos e la guerriglia delle FARC alla fine del 2016 è stato motivo di festeggiamenti a diverse latitudini, dividendo però l’opinione pubblica colombiana, come dimostrato dall’esito del referendum dell’ottobre 2016. Ma, al di là della controversia politica, si prevede che il miglioramento delle condizioni di sicurezza darà un impulso alla crescita economica. "La pace lascerà un dividendo", sostiene il ministro delle Finanze Mauricio Cárdenas. I calcoli più moderati indicano una crescita di 0,3 punti del PIL della Colombia, sebbene il ministro appartenga alla schiera di coloro che ritengono che le conseguenze saranno più rosee. "Il motivo principale è l’aumento dell’investimento in aree e settori supplementari", afferma il ministro. Uno dei settori che sulla carta dovrebbe trarre vantaggio è quello energetico. Idrocarburi, biocombustibili e la produzione di elettricità dipendono dalla presenza di condizioni minime di tranquillità nelle aree rurali. A ciò occorre aggiungere l’immenso potenziale del paese in termini di fonti rinnovabili come l’energia eolica o l’energia solare. Non mancano tuttavia le difficoltà. Nonostante i combattenti delle FARC abbiano abbandonato le armi, rimangono attivi gruppi violenti, alcuni dei quali sono legati alla produzione di narcotici illegali. Dall’altro lato le comunità sono sempre più restie all’attuazione di un progetto energetico nel loro territorio, in particolare per il timore di una compromissione irreversibile dell’ambiente. Sebbene le conseguenze giuridiche non siano chiare, un numero sempre crescente di comuni ha deciso di vietare le miniere nel proprio territorio, in concomitanza con l’inasprimento delle leggi e la riduzione dei permessi. A ciò si aggiunge il cambiamento climatico. Se in alcuni settori dell’opinione pubblica persistono dubbi riguardo al riscaldamento globale, eventi quali gravi siccità e stagioni di piogge persistenti sembrano essersi intensificati, aumentando i rischi per le persone e le infrastrutture. Occorre ricordare che la cordigliera delle Ande si divide in tre catene in Colombia. Le principali risorse di acqua che fanno di questo Paese uno dei cinque stati con la maggior ricchezza idrica del pianeta nascono dalle vette delle montagne, ma la deforestazione dei boschi aumenta la probabilità di pesanti alterazioni dei corsi d’acqua. Per questo motivo, l’equazione dello sviluppo del settore energetico in Colombia deve comprendere le variabili segnalate, se intende proseguire in maniera sostenibile. Le possibilità ci sono ma ora la situazione è cambiata, assicurano diversi esperti intervistati per questo articolo.

Idrocarburi nel mirino

Pur condividendo un confine di oltre 2.000 chilometri con il Venezuela, la ricchezza petrolifera della Colombia è molto bassa in confronto. Le riserve provate di greggio e gas sono inferiori a 2.000 milioni di barili, molto distanti dai quasi 300.000 milioni di barili stimati per il Venezuela. Ciononostante vi è un’importante dinamica che si esprime attraverso un ritmo di produzione prossimo agli 800.000 barili al giorno e investimenti orientati a nuovi giacimenti e al miglioramento della percentuale di recupero dei campi esistenti. Grazie a questa condizione il paese è riuscito a confermarsi come esportatore importante, un aspetto fondamentale per un’economia in cui il petrolio rappresenta la metà delle esportazioni. La previsione di investimento nel 2017 è di 4.700 milioni di dollari, secondo la Asociación Colombiana del Petróleo, associazione che rappresenta le aziende del settore del petrolio. Questo dato è il doppio rispetto a quello registrato l’anno precedente ed è la conseguenza dell’aumento dei prezzi a livello internazionale, del miglioramento del clima di sicurezza e di migliori prospettive in determinate aree. A inizio maggio, per esempio, l’azienda statale Ecopetrol ha annunciato che la perforazione di un pozzo nelle acque profonde del mare Caraibico, in collaborazione con Anadarko, ha dato esito positivo. Sebbene manchino mesi di prove, il ritrovamento conferma l'esistenza di un importante giacimento di gas con riserve equivalenti a oltre 800 milioni di barili di greggio. I lavori di ricerca si sono concentrati in un’area di 14.900 chilometri quadrati, ma gli esperti affermano che l’area con potenziale di ulteriori scoperte sale a 49.000 chilometri quadrati. "Siamo molto ottimisti poiché le prove effettuate dimostrano che le nostre previsioni sulla presenza di idrocarburi erano fondate", commenta Juan Carlos Echeverry, presidente di Ecopetrol. Il potenziale di riserve di cui dispone la Colombia è importante e non solo offshore. Secondo la Agencia Nacional de Hidrocarburos sarebbero presenti oltre 120.000 milioni di barili di petrolio naturale in place. Trasformare in realtà queste possibilità non è semplice. Da mesi i portavoce del settore affermano che la legislazione vigente ha indebolito la competitività del Paese rispetto ad altre nazioni dell’America Latina. In risposta, il governo sostiene che per l’esplorazione vi siano incentivi che incrementano il tasso interno di rendimento di un progetto di successo e che premiano la scoperta, l’aggiunta o la inclusione di riserve. Inoltre è chiaro l’accento sul recupero di petrolio migliorato che comprende tecniche quali l’iniezione continua di vapore, la combustione in loco, l’iniezione di acqua e quella di gas. L’obiettivo generale consiste nel ridurre la viscosità dei greggi presenti per ottimizzare la quantità di petrolio estraibile da un campo maturo. Tutto ciò dimostra che lo spazio per il settore privato è vasto. Sia in collaborazione con Ecopetrol che a livello individuale, esiste una lunga tradizione di società straniere in Colombia. È tuttavia opportuno segnalare le difficoltà. Oltre alle sfide logistiche, tipiche di una topografia complessa e di una scarsa qualità delle vie di comunicazione, la gestione delle comunità locali si è trasformata in un’attività molto complessa. "La presenza dello Stato in Colombia è debole, in particolare nelle zone isolate. Quando arriva una società per svolgere un progetto, vengono esercitate pressioni non solo per l'assunzione di personale locale, ma anche per la manutenzione delle strade, la costruzione di biblioteche o il miglioramento delle condizioni sanitarie", spiega l’esperto Francisco Miranda. "Tecnicamente non vi è alcun obbligo di intervento, ma l’esperienza dimostra che si verificano blocchi o alterazioni che nella maggior parte dei casi non valgono la pena", aggiunge. Dall’altro lato, le condizioni di sicurezza sono notevolmente migliorate rispetto al passato, sebbene i rischi siano ancora presenti. Per citare un caso, piante come la coca vengono coltivate in aree vicine ad alcuni campi petroliferi, attirando la presenza di bande criminali collegate ai cartelli della droga. "Il consiglio è quello di conoscere il territorio. Operare in Colombia può essere molto redditizio ma non è come operare in un paese sviluppato", conclude Miranda.

Il carbone resiste

Sono diverse, invece, le sfide con cui si misura la produzione di carbone, al secondo posto delle esportazioni della Colombia. Con giacimenti di 6.746 milioni di tonnellate che potrebbero durare oltre settanta anni al ritmo dello sfruttamento attuale, il paese sudamericano è uno dei cinque maggiori esportatori al mondo. Nel 2016 sono stati prodotti 90,5 milioni di tonnellate di carbone, un record storico. La maggior parte delle miniere si trova in prossimità dei porti della costa Atlantica e rifornisce impianti termici di diversi paesi del mondo. Nell’entroterra colombiano è presente un minerale con un potere calorifico più alto utilizzato nell’industria siderurgica ma destinato al consumo nazionale, trattandosi di giacimenti più artigianali. Esistono programmi di esportazione ma la costruzione di una linea ferroviaria dipende da uno scenario di prezzi che, al momento, sembra impraticabile. Per questo motivo, lo scenario futuro dipende dall’andamento di due grandi progetti situati nel nord del paese da oltre 30 milioni di tonnellate ciascuno. Si tratta di miniere a cielo aperto che integrano trasporto ferroviario e porto esclusivo, con costi competitivi a livello internazionale. Questa condizione è fondamentale per il lungo termine. È ben risaputo che, a causa delle limitazioni imposte all’emissione di gas a effetto serra, il carbone è una materia prima utilizzata sempre meno, soprattutto in Europa. Se il consumo globale rimane invariato nei prossimi 15 anni, secondo i calcoli dell’Agenzia Internazionale dell'Energia, è difficile parlare di scenari di crescita per l’attività. La chiusura delle miniere meno produttive è una realtà, dalla Gran Bretagna alla Cina passando per la Colombia occorre un grande impegno se il carbone vuole continuare a ricoprire un ruolo importante. "Abbiamo un vantaggio comparato naturale" afferma Santiago Ángel della Associazione Colombiana delle Miniere. "Non possiamo tuttavia ignorare le pressioni esercitate sul consumo e la produzione di carbone che ci obbligano a contenere i costi mantenendo, al contempo, alti standard di efficienza", conclude.

Il futuro è nell'idroelettrico

Le tre ramificazioni della cordigliera delle Ande costituiscono per la popolazione colombiana un ostacolo nelle comunicazioni. Le valutazioni effettuate dal Forum Economico Mondiale indicano che i costi per lo spostamento di un container dai porti ai principali centri di consumo superano ampiamente i costi registrati in Cile o in Perù. Tuttavia, la combinazione di montagne e precipitazioni abbondanti offre vantaggi in altri settori. Uno di questi è la produzione di energia basata sulle risorse idriche, la cui partecipazione alla potenza installata ammonta al 70 percento del totale. Proprio per questo si ribadisce con insistenza che la Colombia potrebbe diventare una potenza energetica regionale, poiché da qui proviene buona parte dell'energia utilizzata dai paesi dell'America centrale e dai Caraibi. Di fatto esiste un programma di interconnessione di reti con Panama che dovrebbe essere sviluppato in futuro. Non sorprende dunque che nel percorso di espansione fino al 2030 siano proprio le risorse idroelettriche ad avere il peso maggiore sulla potenza installata aggiuntiva che verrà costruita. Uno studio condotto nel 2015 dall’Unità di Pianificazione Mineraria ed Energetica (UPME) del Ministero delle Miniere colombiano ha evidenziato un potenziale di 56 gigawatt di potenza per la generazione idrica, più del quintuplo della capacità attuale. Ciononostante gli effetti del cambiamento climatico hanno influito sui programmi di sviluppo futuro. La presenza del fenomeno de "El Niño" come conseguenza dell’aumento delle temperature occasionali nella zona di convergenza intertropicale dell’Oceano Pacifico, ha inasprito notevolmente gli episodi di siccità. Senza allontanarsi troppo, nel primo semestre del 2016 si è arrivati a ipotizzare un razionamento dell’elettricità che alla fine è stato possibile evitare. A ciò si aggiungono le pressioni delle comunità contrarie alla costruzione di dighe. Il pagamento degli indennizzi e la gestione ambientale hanno un peso crescente sui progetti, intaccando notevolmente il tasso interno di rendimento e creando turbolenze politiche nella regione. Secondo i calcoli dell’UPME fino al 2030 occorrerà una potenza installata aggiuntiva compresa tra i 4.090 e 5.760 megawatt, a seconda dei casi utilizzati nella costruzione degli scenari. La maggior parte dell’aumento andrà nuovamente a vantaggio dell’idrogenerazione ma in proporzione leggermente inferiore rispetto a quella attuale. A sua volta ci saranno nuovi impianti termici a gas e a carbone che sfrutteranno l’offerta locale presente. L’aspetto tuttavia più significativo è la nascita di alternative rinnovabili come l’energia eolica e l’energia solare. Nello scenario più aggressivo, il vento potrebbe apportare fino a 3.131 megawatt aggiuntivi mentre i pannelli fotovoltaici contribuirebbero con 130 megawatt. Una quantità decisamente minore spetterebbe all’energia da biomasse (come la bagassa della canna da zucchero) o all’energia geotermica. La scommessa sull’energia eolica è legata a condizioni naturali ideali nella penisola di Guajira, situata nel nord del Sudamerica. Diversi lavori confermano che il potenziale della zona è unico, sebbene la gestione delle comunità indigene che risiedono nell’area, e i cui diritti sono tutelati dalla Costituzione colombiana, sia fonte di incertezza. Mancano dunque i segnali che stabiliscano come identificare i progetti per l’ampliamento del parco di generazione di energia elettrica. Il sistema operante è riconosciuto da enti tra cui la Banca Mondiale, poiché opera attraverso appalti per l’offerta di energia in una data certa, in cambio del pagamento di una commissione di disponibilità. Ma al di là di ciò che accadrà nei diversi procedimenti, il messaggio di fondo è che la Colombia è un paese privilegiato dal punto di vista energetico. Lo dimostrano le sue risorse di idrocarburi e le grandi riserve di carbone, unitamente alla presenza di fonti che concorrono all’ampliamento del suo parco di generazione di elettricità. A ciò si aggiunge la presenza di un’industria dei biocombustibili che grazie al diesel ottenuto dall’olio di palma e all’etanolo ricavato dalla canna da zucchero, ha un peso di poco meno del 10 percento nella miscela delle benzine che si consumano. Lo scenario dei prezzi internazionali non è adeguato per il momento, sebbene ciò che conta siano le possibilità di crescere in questo settore se le circostanze cambiano. Senza dubbio non mancheranno le difficoltà ma il messaggio di fondo è ottimista. "Le ricchezze naturali della Colombia lasciano prevedere che il paese si consoliderà come potenza energetica regionale, se adotta le decisioni giuste", sostiene l’ex ministro Guillermo Perry. "C’è ancora molto lavoro da fare. Ed è importante poterlo fare perché abbiamo le risorse per crescere", conclude.