Si apre la conferenza OPEC di Vienna, il presidente: "necessario stabilizzare il mercato"

Si apre la conferenza OPEC di Vienna, il presidente: "necessario stabilizzare il mercato"

Emilio Fabio Torsello
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Mohammed Bin Saleh Al-Sada parla di prospettive al 2040, con una domanda di petrolio in crescita. Ma l'urgenza è adesso: ridurre le riserve per far rialzare il prezzo del barile

L’incontro di oggi a Vienna si apre sotto auspici non particolarmente positivi. E secondo diversi analisti rischia di risolversi nell’ennesimo nulla di fatto, che potrebbe far scendere ulteriormente il prezzo del barile. Goldman Sachs, ad esempio, dà al 30% le possibilità di un’intesa. Diverse invece le previsioni di Morgan Stanley che – superando lo scetticismo di molti – dà come probabile un’intesa. E l’OPEC, in realtà, non è nuova a miracoli dell’ultimo minuto, forte anche di una diplomazia che in queste ultime settimane ha lavorato senza sosta per raggiungere un accordo.
Aprendo la riunione di oggi, il presidente dell’OPEC e attuale ministro dell’Energia del Qatar, Mohammed Bin Saleh Al-Sada, a questo proposito ha sottolineato come “In questi ultimi due mesi, questo Comitato ha fatto un lavoro eccellente. Ci sono stati incontri estremamente costruttivi che hanno portato alla nostra attenzione e ci hanno fatto comprendere i diversi punti di vista dei Paesi produttori, sia OPEC che non-OPEC”. Dall’accordo di Algeri del 28 settembre scorso, ha sottolineato, "si sono susseguiti una serie di incontri multilaterali e bilaterali sia tra ministri che tra capi di Stato".

Il barile: nel 2008 valeva 140 dollari

Di certo c’è che ieri il prezzo del greggio è sceso ancora – perdendo circa il 3% - mentre oggi si è attestato sui 45,5 dollari (+1%) e gli analisti prevedono che in assenza di un accordo, il barile potrebbe lasciare sul terreno un altro pesante 6%. L’obiettivo del meeting di oggi è la definizione delle percentuali "by country" relative alla limitazione dell’output petrolifero, il tutto sotto l’ombrello dell’accordo di massima raggiunto ad Algeri nei mesi scorsi e che prevede il taglio di un milione di barili al giorno a livello globale. Una riduzione che in percentuale sarebbe pari al 2-3% ma che dovrebbe riportare il greggio a essere scambiato attorno ai 50 dollari al barile. Una prospettiva comunque ben lontana dai prezzi che nel 2008 si attestavano sui 140 dollari al barile, facendo la fortuna di produttori e Paesi. Per dare la tara del declino, si è passati da 140 dollari di otto anni fa ai 120 del 2015 e agli attuali 45.

L'accordo di Algeri è un primo passo. La prospettiva è al 2040

L’accordo di Algeri, ha sottolineato Mohammed Bin Saleh Al-Sada, ha comunque permesso di bloccare "un ulteriore deterioramento dei prezzi e di ridurre la volatilità dei prezzi", con il barile salito a 45 dollari e poi ridisceso negli ultimi giorni attorno ai 41 dollari. Secondo quanto dichiarato sempre stamattina dal presidente dell’OPEC, "quest’anno ci aspettiamo che la produzione dei Paesi non-OPEC si attesterà attorno agli 800mila barili al giorno, rispetto agli 1,5 milioni di barili al giorno prodotti nel 2015. Mentre nel 2017 prevediamo solo un minimo incremento nelle forniture provenienti da questi Stati, pari a 200mila barili al giorno. Di contro, la domanda globale di petrolio dovrebbe crescere a livelli sostenibili di circa 1,2 milioni di barili al giorno, sia nel 2016 che nel 2017. Con la crescita economica mondiale prevista del 2,9% nel 2016 e del 3,1% nel 2017". Un fattore definito come "vitale" da Al-Sada è poi la riduzione delle scorte: "quando queste diminuiscono, sappiamo che i prezzi crescono e il mercato ritrova una certa stabilità".
Secondo il presidente dell’OPEC, inoltre, due sono i fattori chiave: "Per prima cosa, il nostro rimane un business in crescita, con la domanda di petrolio che," secondo il World Oil Outlook 2016 dell’OPEC, "raggiungerà i 109 milioni di barili al giorno entro il 2040, un incremento pari a oltre 16 milioni di barili al giorno. In secondo luogo, questa crescita non potrà prescindere da investimenti nell’upstream, nel midstream e nel downstream. Che comporteranno un impegno economico da oltre 10 trilioni di dollari da qui ai prossimi 24 anni". Per raggiungere questi obiettivi, però, è necessario uscire dall’attuale impasse e stabilizzare adesso i prezzi e il mercato.

Ma le posizioni restano distanti

Al di là delle speranze, però, la situazione resta frastagliata: nei giorni scorsi, infatti, forse subodorando un possibile fallimento di un vertice altrimenti di difficile gestione, proprio l’OPEC – per tramite dei sauditi – ha optato per una trattativa in due fasi: prima un accordo tra i Paesi OPEC (che già sarebbe un grande passo avanti) poi un’intesa, tutta ancora da ricercare, con i produttori di petrolio cosiddetti non-OPEC. Una strategia che da sola racconta la complessità dell’intesa. E per dare l’idea delle difficoltà nel conciliare le diverse posizioni, basti pensare che dopo mesi di produzione record la Russia ha fatto sapere di essere disposta non a ridurre l’output petrolifero quanto a mantenerlo sui livelli attuali. Altalenante anche la posizione dell’Iraq, mentre Libia e Nigeria si sono dette contrarie all’accordo: le revenue del greggio servono a rimettere in sesto la loro macchina statale. Scettica, infine, anche l’Indonesia che nei giorni scorsi ha fatto sapere di non aver ancora deciso se aderire o meno a un eventuale accordo.