L'Anc vince le elezioni in Sudafrica, ma il trend è negativo

L'Anc vince le elezioni in Sudafrica, ma il trend è negativo

Marco Malvestuto
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Per il partito si tratta del peggior risultato ottenuto dalla fine dell'apartheid. Il dato conferma che l'elettorato è sempre più insofferente ai crescenti scandali legati alla corruzione e alle divisioni interne al partito e alle pessime performance economiche

Il Congresso nazionale africano (Anc) ha vinto, come da pronostico, le elezioni legislative e provinciali dello scorso 8 maggio in Sudafrica, le seste dalla fine del regime di apartheid, conquistando il 57,5 per cento dei voti totali. Un risultato scontato, ma ben al di sotto delle attese, se si considera che lo storico partito di Nelson Mandela, al potere dal 1994, perde ben 19 seggi rispetto alle precedenti elezioni del 2014, quando aveva ottenuto il 62 per cento, percentuale a sua volta in calo rispetto a quella conseguita nel 2009 (66 per cento) e nel 2004 (69 per cento). Per l’Anc, che finora non era mai sceso sotto la soglia del 60 per cento, si tratta del peggior risultato ottenuto dalla fine dell’apartheid. Il dato conferma una tendenza già ben delineata all’interno dell’elettorato sudafricano, sempre più insofferente ai crescenti scandali legati alla corruzione e alle divisioni interne al partito di governo e alle pessime performance fatte registrare negli ultimi anni dall’economia. A beneficiare maggiormente del calo dell’Anc non è stata tuttavia l’Alleanza democratica (Da), che comunque si conferma secondo partito con 84 seggi (cinque in meno rispetto a cinque anni fa), bensì i Combattenti per la libertà economica (Eff) che conquistano 44 seggi, ben 19 in più delle precedenti elezioni, confermando così il crescente seguito del suo leader Julius Malema, la cui retorica anti-capitalista ha evidentemente sortito un certo effetto sull’elettorato.

 

Ramaphosa e l’opposizione interna al partito

Se il risultato ottenuto dall’Anc è sufficiente ad assicurare un mandato per i prossimi cinque anni al presidente Cyril Ramaphosa, la cui elezione avverrà una volta formata la nuova Assemblea nazionale, la percentuale non consente all’attuale capo dello Stato (subentrato nel febbraio 2018 al dimissionario Jacob Zuma) di dormire sonni tranquilli, soprattutto a causa delle lacerazioni interne che attraversano il partito, già scosso dagli scandali che hanno segnato la presidenza di Jacob Zuma. Benché Ramaphosa abbia promesso di introdurre importanti riforme economiche e di rafforzare la lotta alla corruzione, diversi analisti e addetti ai lavori all’interno dello stesso Anc sono infatti scettici sul fatto che il capo dello Stato sarà in grado di compiere progressi rilevanti sul piano delle riforme, vista la sua tenue presa sugli organi decisionali del partito, dove le lotte intestine fra ex compagni nella lotta contro il regime dell’apartheid si moltiplicano di giorno in giorno. La principale sfida per Ramaphosa sarà quindi rappresentata dall’opposizione interna al partito, composta da molti esponenti intransigenti che si oppongono all’agenda riformista del capo dello Stato e che potrebbero frustrare le sue iniziative in parlamento. A causa delle resistenze interne, infatti, nei suoi 15 mesi alla guida del paese Ramaphosa è stato finora costretto a scendere a compromessi in settori politici chiave come la riforma agraria e il salvataggio della compagnia statale di distribuzione dell’energia elettrica Eskom, a rischio fallimento, e ha promesso di accelerare la ridistribuzione dei terreni alla maggioranza nera, facendo approvare un disegno di legge presentato dall’opposizione che modifica la Costituzione per facilitare l’esproprio senza indennizzo, assicurando che gli investimenti e la sicurezza alimentare non sarebbero stati minacciati. In tal modo, sostengono diversi osservatori, il successore di Zuma ha tuttavia finito per non soddisfare né le istanze della sinistra radicale, fautrice di una riforma radicale, né gli esponenti della classe imprenditrice, preoccupati per i possibili effetti negativi sull’economia del paese. Quanto ad Eskom, che nei mesi scorsi ha imposto ripetute interruzioni all’erogazione di energia elettrica provocando diversi disagi nella vita quotidiana dei sudafricani, il presidente Ramaphosa ha di recente promesso ai sindacati che non ci saranno licenziamenti nell’ambito dell’annunciato piano di risanamento. Tuttavia gli esperti sostengono che difficilmente la promessa potrà essere mantenuta.

 

Eskom e il piano di risanamento

Il piano di risanamento prevede di scorporare la compagnia in tre entità, nel tentativo di salvarla dal fallimento e di far ripartire l’economia. Di recente, inoltre, il ministero delle Imprese pubbliche, che supervisiona Eskom, ha dichiarato che la compagnia statale è considerata tecnicamente insolvente e che “cesserà di esistere” nell’attuale configurazione entro il mese di aprile, a meno che non avesse ottenuto un piano di salvataggio. In questo contesto, nel febbraio scorso il ministro delle Finanze sudafricano Tito Mboweni ha annunciato che Eskom riceverà un piano di salvataggio di 23 miliardi di rand (circa 4,9 miliardi di dollari) per appianare il suo debito nei prossimi tre anni, precisando però che il sostegno finanziario sarà subordinato alla nomina di un commissario indipendente per la ristrutturazione che sarà nominato congiuntamente dal ministro delle Finanze e dal ministro delle Imprese pubbliche. Su Eskom, che fornisce oltre il 90 per cento della capacità elettrica nazionale al paese, pesano oltre 30 miliardi di dollari di debiti. Da mesi la compagnia sta lavorando a un piano di ristrutturazione per invertire un decennio di forte declino, dovuto al drastico calo delle vendite di energia elettrica che hanno determinato un aumento del debito, oltre ai diversi scandali di corruzione in cui è stata coinvolta.

Il risanamento di Eskom, insieme ad una riforma agraria equa, sarà in ogni caso fondamentale per ripristinare la fiducia degli investitori nei confronti di un’economia la cui crescita lenta (per il 2019 si prevede una crescita dell’1,2 per cento contro lo 0,8 registrato nel 2018, secondo l’ultimo rapporto del Fondo monetario internazionale) è ulteriormente fiaccata dagli scandali di corruzione. Di questi scandali non ha però approfittato il principale partito di opposizione, l’Alleanza democratica, che non è riuscita a sfondare tra gli elettori delusi dell’Anc, a causa soprattutto delle divisioni emerse all’interno del partito negli ultimi mesi. Il partito, d’ispirazione liberal-conservatrice, non è andato oltre il 20,8 per cento, risultato non certo esaltante soprattutto alla luce dell’exploit delle amministrative del 2016, quando prese il controllo di due città-chiave come Johannesburg e Pretoria, e si conferma primo partito soltanto nella sua storica roccaforte, la provincia del Capo occidentale. Chi invece ha fatto registrare una forte crescita, anche se non si può parlare di un vero e proprio exploit, è il partito dei Combattenti per la libertà economica (Eff).

 

Dove sono stati forti i consensi

Il partito di estrema sinistra, che ha fatto dell’esproprio delle terre dei bianchi la propria battaglia politica di bandiera, passa dal 6,3 per cento del 2014 all’attuale 10,8 per cento, per un totale di quasi due milioni di voti. Numeri importanti che confermano un aumento di consensi considerevole, ma comunque inferiore alle aspettative del suo leader Malema, deciso ad erodere in maniere più netta il consenso dell’Anc fiaccato dall’ininterrotta gestione del potere, dai legami con le lobby e dagli scandali di corruzione. C’è da dire però che l’Eff è comunque l’unico partito che aumenta i propri consensi in tutte e nove le province del paese, a dimostrazione di un consenso diffuso e legato alla crisi del partito di governo. Chi può cantare vittoria è anche il Fronte della Libertà Più (Ffp), partito che rappresenta la comunità bianca afrikaner, che passa dallo 0,9 per cento al 2,38 per cento (i seggi ottenuti in parlamento passano da 4 a 10), diventando di fatto il quinto partito sudafricano grazie soprattutto alle ripetute denunce degli omicidi nei confronti degli agricoltori e delle politiche considerate sempre più “discriminatorie” dell’Anc. Bene anche il Partito della Libertà Inkhata, rappresentante soprattutto degli interessi dell’etnia Zulu, che passa dal 2,4 per cento del 2014 all’attuale 3,38 per cento.