Elezioni e teocrazia in Iran

Elezioni e teocrazia in Iran

Geminello Alvi | Editorialista e scrittore
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Secondo la maggior parte dei commentatori a far decidere gli elettori per l'uno o per l'altro candidato sarebbe soprattutto la speranza in un miglioramento del livello di vita. Ed è discutibile che i benefici della politica di Rouhani abbiano fatto breccia

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In non poca parte dei commenti dedicati alle prossime elezioni iraniane se ne ridimensiona comunque l’effetto sugli equilibri di quello stato. Viene, infatti, sottolineato come l’Iran sia una teocrazia, pur lenita da una varietà di poteri, alcuni dei quali implicano alcuni elementi di una democrazia parlamentare: dunque il potere ultimo risiede comunque nel leader supremo, l’Ayatollah Ali Khamenei. Né da queste elezioni o dalla scelta di un presidente moderato o meno possono peraltro dipendere delle riforme politiche o miglioramenti per quanto riguarda i diritti umani o la libertà di parola. Eppure non meno interessante è il punto di vista, meno riduttivo, di vari altri commentatori secondo i quali la vittoria dell’uno o dell’altro candidato non sarebbe ininfluente sugli equilibri del potere.

I candidati principali e le alleanze

I tre candidati principali sono Hassan Rouhani, dell’ala per così dire più moderata, Ebrahim Raisi e Mohammad Ghalibaf, entrambi conservatori. Raisi, meno conosciuto, è procuratore generale nazionale e custode del santuario dell'Imam Reza a Mashhad, e Ghalibaf è l’ex guida del corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche e attuale sindaco di Teheran. Ma dovremo anzitutto interrogarci se in un regime teocratico e complesso le nostre tassonomie occidentali siano le più adatte. Alla partizione tra moderati e conservatori si dovrebbe forse aggiungere anche quella dei gruppi di potere ai quali riferire i tre candidati più in vista. Dal 1979 infatti clero, tecnocrati e militari hanno avuto una diversa e mutevole influenza negli assetti del potere. All’inizio l’alleanza tra clero e forze di sicurezza era quella cruciale. Ma già negli anni Novanta il potere si era ricentrato sui tecnici, limitando l’influenza delle guardie della rivoluzione. Gli anni di Ahmadinejad invece hanno invertito la situazione; mentre con la recente presidenza di Rouhani, i tecnici paiono tornati più in vista. V’è una certa concordanza tra i commentatori nel riferire Hassan Rouhani a una sorta di alleanza clerico-tecnocratica, e Raisi e Ghalibaf allo schieramento più clerico-militare. Raisi avrebbe buoni rapporti col capo supremo dell’Iran Ayatollah Khamenei, il che spiega la sua nomina a custode del santuario Imam Reza, e i solidi rapporti con le guardie della rivoluzione e il sistema giudiziario, mentre la rielezione del presidente Rouhani porterebbe all’ulteriore razionalizzazione del regime e al rafforzamento dei tecnici. La vittoria di Ghalibaf, in questa tassonomia, rafforzerebbe invece i militari e implicherebbe un maggior coinvolgimento delle guardie della rivoluzione.

Il potere ultimo è dell'Ayatollah

Ma resta il fatto che i presidenti iraniani non hanno il potere ultimo, che rientra nelle prerogative del leader supremo. E però le elezioni di maggio non solo decideranno il gruppo di potere che accrescerà la sua influenza: potrebbero rivelarsi importanti per la nomina del prossimo leader supremo. Per la costituzione iraniana, in caso di morte del leader supremo, il presidente è una delle tre figure del consiglio che assumerà i suoi compiti fino alla nuova nomina di un’assemblea degli esperti. Il consiglio direttivo temporaneo potrebbe pertanto restare in carica per molto tempo. Dunque se sono vere le notizie secondo cui l'Ayatollah Khamenei, settantasettenne, non godrebbe di buona salute la nomina a presidente dell’uno o dell’altro dei tre candidati potrebbe avere qualche non secondaria influenza sugli eventi.
Secondo la maggior parte dei commentatori a far decidere gli elettori per l’uno o per l’altro candidato sarebbe soprattutto la speranza in un miglioramento del livello di vita. Ed è ancora discutibile che i benefici della politica di Rouhani siano arrivati alla maggioranza degli iraniani. Ghalibaf, candidato perenne alle presidenziali rimane per certo il candidato conservatore più conosciuto; Raisi invece per la sua storia personale nella rivoluzione islamica parrebbe il più controverso e soprattutto potrebbe apparire il meno adatto a gestire quel miglioramento economico della nazione che resta cruciale per molti elettori. Ghalibaf, nei sondaggi tentati finora infatti, è visto con più favore degli altri candidati dagli elettori interpellati, metà dei quali neppure riesce a identificare Raisi. La complicatezza della struttura teocratica iraniana complica, comunque, le previsioni.