L'aggiustamento strategico della Cina

L'aggiustamento strategico della Cina

Geminello Alvi | Editorialista e scrittore
Condividi
La presidenza di Donald Trump, in questi mesi iniziali, ha rivisto le posizioni estreme riservate alla Cina durante la campagna elettorale. Ma anche Pechino ha cambiato atteggiamento
Potremmo interrogarci sul mutato atteggiamento di #Trump

La presidenza di Donald Trump, in questi mesi iniziali, ha rivisto le posizioni estreme riservate alla Cina durante la campagna elettorale.  E l’aggiustamento ha ottenuto risultati positivi. Il Trump che accusava Pechino di manipolazioni valutarie, che prometteva dazi, che rilanciava la questione di Taiwan, si è quietato. La Cina ha accettato di aprire il mercato alle carni bovine, ai servizi finanziari, al gas naturale liquefatto degli Stati Uniti. E senza dazi Trump ha ottenuto un calo del disavanzo bilaterale in conto merci coi cinesi. Certamente, il difetto di risparmio americano ridistribuirà questo calo su altre nazioni. Finché i rialzi dei tassi non diverranno seri, e non aumenterà il tasso di risparmio interno, non c’è da attendersi un miglioramento del deficit globale degli Stati Uniti. Tuttavia, lo scenario economico più inquietante si è evitato, con qualche beneficio per le esportazioni USA. Inoltre, neppure lo scenario geopolitico con la Corea del Nord è precipitato. L’alleanza con Giappone e Corea del Sud s’è consolidata con lo schieramento di missili THAAD e Pechino non ha fatto da sponda alla Corea del Nord; né ha ostacolato la strategia statunitense.

Il Trump che accusava Pechino di manipolazioni valutarie, che prometteva dazi, che rilanciava la questione di Taiwan, si è quietato

Una nuova consapevolezza della Cina

Potremmo interrogarci sul perché del mutato atteggiamento di Trump, ma più interessante è constatare che esso corrisponde a un’evoluzione importante delle posizioni cinesi. Il presidente Xi Jinping ha mostrato piena coscienza del fatto che la Cina deve agire da attore responsabile della globalizzazione, e che sfruttarne i benefici non basta più. E la nuova consapevolezza si accorda a un pratico concretizzarsi di quel “Sogno Cinese” che, fino a qualche tempo fa, pareva solo propaganda. La riconquista di una posizione mondiale sta prendendo forma concreta. Il piano di infrastrutture internazionali cinese One Belt, One Road è infatti coerente all'Asian Infrastructure Investment Bank, alla nuova Development Bank dei BRICS al Silk road Fund. Ma soprattutto assume un maggior significato rispetto al recente ciclo cinese.  La quota dei consumi nel PIL è salita di appena il 2,5% dal 2010: poco in confronto all'incremento dei redditi disponibili del 7,3% della popolazione urbana. Il che ha reso evidente alla leadership cinese che una strategia centrata sulla crescita dei consumi privati è complicata da realizzare in Cina. Il capitalismo cinese pare implicare la sopravvivenza di un modello orientale “dispotico”, centrato sull’offerta e su una pianificazione centralizzata, invece che sui consumi. E il disegno di un’infrastruttura mondiale e di dominio geopolitico nell’area del Sud Est Asiatico e nel Pacifico e in Siberia è appunto coerente a questo intento. Il sovrappiù sempre più preoccupante della capacità produttiva dovrebbe altrimenti essere smontato da una ristrutturazione della domanda centrata sui consumi privati. Un rischio elevato soprattutto rispetto alla natura centralizzata del sistema, per il quale il progetto infrastrutturale pare l’unico compromesso, con le imprese statali a guidare il mutamento. In tal maniera si evita un ridimensionamento degli investimenti pubblici, pericoloso per l’equilibrio non solo economico ma politico dello stato cinese.

Gli squilibri interni della Cina, il rallentamento del commercio mondiale e un aumento del protezionismo, implicano una geopolitica forse complicata, ma più facile da gestire da Pechino

Un nuovo equilibrio complicato

Gli squilibri interni della Cina, il rallentamento del commercio mondiale e un aumento del protezionismo, implicano una geopolitica forse complicata, ma più facile da gestire da Pechino di un’incerta ristrutturazione centrata sui consumi. E tuttavia una Cina più globale implica una politica estera di espansione degli interessi cinesi. Le controversie territoriali nel Mar Cinese Meridionale, le iniziative in Africa e in America Latina ne risultano parte indispensabile. Ed ecco il problema complicarsi ancora. Basti pensare agli interessi opposti dell’India. Il punto di equilibrio trovato in quest’inizio della presidenza di Trump non è pertanto stabile. Tra l’America First di Trump e l’intento cinese di riempirne il vuoto egemonico non tutto è scontato. Perciò altre tensioni, e non solo quelle della Nord Corea, sono destinate a generarsi entro breve, e a complicare il riequilibrio con cui la Cina intende divenire la seconda potenza politica mondiale, e proteggere al contempo il proprio modello economico.