Il gas al centro del Mediterraneo
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L'ultima intesa tra Egitto e Cipro sancisce ulteriormente l'importanza che l'oro blu riveste nelle strategie energetiche all'interno del Mare Nostrum. Protagonisti soprattutto i Paesi del versante orientale, primo fra tutti Israele, che guardano al Cairo come possibile partner cruciale per lo sviluppo delle nuove vie di esportazione

Egitto e Cipro hanno siglato lo scorso 31 agosto un accordo sull’esportazione di gas dal giacimento Afrodite dell’isola nel Mediterraneo orientale verso il Paese Nord-africano. Il gas potrà essere usato sia per il mercato interno egiziano sia per esportazioni all’estero. L’intesa potrebbe accelerare la riattivazione di importanti infrastrutture egiziane, da anni destinate al solo approvvigionamento interno, ma potrebbe essere anche messa in secondo piano dall’attivazione di Zohr IX, prevista entro il 2020. Non solo, le aspettative cipriote potrebbero essere ridimensionate da un possibile aumento delle esportazioni israeliane nel mercato egiziano del gas. Tutto questo in una fase di stallo per l’economia del Paese, in attesa che si concretizzi il prestito miliardario del Fondo Monetario Internazionale (FMI) in cambio di riforme e privatizzazioni che hanno causato non poche proteste in Egitto.

Una nuova strategia per il gas egiziano

Quando Zohr IX sarà operativo, l’Egitto potrà esportare verso Israele e Cipro il suo gas. Il mercato del gas egiziano, dopo la crisi causata dall’instabilità politica che ha colpito il Paese e in particolare la regione del Sinai, potrebbe di nuovo guardare verso l’Europa in seguito all’attivazione del maxi-giacimento. Già all’indomani della scoperta di Zohr IX, Cipro ed Egitto avevano firmato un accordo preliminare in materia energetica. In particolare, Cipro vorrebbe sbarcare nel mercato degli esportatori di gas sin dalla scoperta, nel 2011, del giacimento Afrodite, che avrebbe un potenziale di 127 miliardi di metri cubi. Eppure, proprio lo sfruttamento di Zohr IX potrebbe ridimensionare il fabbisogno esterno di gas egiziano vanificando le aspirazioni del governo cipriota. In questo caso, un’alternativa per il gas cipriota potrebbe prevedere l’utilizzo di infrastrutture egiziane già esistenti. Qualora il prospetto esplorativo Zohr IX venisse completato, per esempio sarebbe possibile collegare Afrodite con il gasdotto egiziano. Questo potrebbe avvenire solo in seguito alla riattivazione dei terminal egiziani di Idku e Damietta fin qui fermi per la volontà del governo del Cairo di utilizzare il gas del Paese solo per il fabbisogno interno. A pesare sui nuovi equilibri nel Mediterraneo orientale, ci sono poi i colossi israeliani Leviathan e Tamar che hanno siglato negli ultimi anni accordi miliardari con le compagnie britanniche British Gas e spagnola Union Fenosa. Se Israele potrà vendere il proprio gas all’Egitto, resterebbe solo una quantità minima per Cipro da poter esportare verso il Cairo. Un aumento complessivo della produzione, pari a 12 miliardi di metri cubi l’anno, potrebbe realizzarsi anche in caso di potenziamento delle capacità tecniche dei terminal egiziani, fin qui promesso dal ministero dell’Energia del Cairo ma ancora non realizzato.

La prima tranche del prestito del Fondo Monetario Internazionale (FMI)

L’economia egiziana sta attraversando una lunga crisi finanziaria ma potrebbe giovare non poco della riattivazione delle esportazioni di gas. Da tre anni, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha promesso di far leva su nuovi investimenti esteri che però faticano a concretizzarsi. Tuttavia, dopo mesi di colloqui, lo scorso 9 settembre, le autorità egiziane hanno ricevuto una prima tranche da un miliardo del prestito complessivo di 12 miliardi di dollari, promesso al Cairo dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e ancora in fase di negoziazione.  Le richieste dell’Fmi riguardano privatizzazioni bancarie e di imprese statali (inclusi i settori del petrolio e dell’elettricità) per un totale del 49% del mercato interno (contro il 20% promesso dal Cairo), insieme ad una maggiore flessibilità nel mercato dei cambi che comporterebbe la svalutazione della lira egiziana (da 8,78 EGP per un dollaro a 12,90). Dal canto loro, le autorità cinesi e saudite hanno promesso prestiti ulteriori per un valore di 5-6 miliardi di dollari. Le riforme necessarie per ottenere il prestito dell’FMI si sono concretizzate prima di tutto con la legge sul pubblico impiego, approvata dal parlamento egiziano lo scorso 26 luglio, che prevede anche l’introduzione di una tassa per il valore aggiunto (IVA) che dovrebbe determinare un aumento delle entrate in previsione di una crescita della spesa pubblica. Lo scorso 12 agosto, centinaia di lavoratori delle compagnie tessili, imprenditori ed operai, hanno manifestato contro le politiche fiscali del governo. Secondo i partecipanti alle contestazioni, le nuove misure potrebbero produrre un aumento dei prezzi dei materiali grezzi che determinerebbe la chiusura di molte fabbriche del settore. Già lo scorso anno, la bozza di legge sul pubblico impiego aveva prodotto diffuse contestazioni. E così il 26 gennaio 2016, il parlamento egiziano aveva richiesto di emendare la legge in seguito approvata in via definitiva. Gli accordi in materia di gas tra Cipro-Egitto ed Israele potrebbero ridisegnare gli equilibri nel Mediterraneo orientale. Tuttavia ci sono ancora molte incognite in merito all’attivazione del maxi-giacimento Zohr IX, insieme all’impatto di un aumento delle esportazioni di gas da Israele. L’economia egiziana non potrebbe che avere effetti positivi da una riattivazione delle esportazioni di gas da anni allo stallo. Nel breve periodo, il prestito dell’FMI potrebbe favorire la ripresa economica dopo anni di crisi che colpisce il Paese. Tuttavia, le diffuse proteste popolari in seguito alla legge sul pubblico impiego stanno ritardano la conclusione del negoziato bilaterale con l’organismo internazionale.