Verso una stabilizzazione

Verso una stabilizzazione

Igor Yusufov
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La speranza è che, a livello internazionale, i prezzi del greggio possano stabilizzarsi in modo sostenibile, tra i 50 e i 60 dollari. Intanto con Trump si intravede un nuovo dialogo energetico con gli USA

Chi ben comincia è a metà dell’opera, come dice un proverbio italiano. Infatti, l’inizio dell’anno evoca alcune speranze, a livello globale, riguardanti lo sviluppo energetico mondiale.

Una delle principali questioni è proprio l’auspicio che, a livello internazionale, i prezzi del greggio possano stabilizzarsi in modo sostenibile nell’ambito della procedura di commercializzazione adottata alla fine del 2016: i produttori OPEC e non-OPEC hanno deciso congiuntamente di ridurre la propria produzione petrolifera. La Russia si è impegnata a tagliare tra i 200.000 e i 300.000 barili al giorno e già all’inizio di quest’anno ha ridotto la produzione di 100.000 barili. Anche se sarà un organo speciale dell’OPEC a stabilire se tutti i partecipanti a quest’importante iniziativa internazionale abbiano tenuto fede a tale disciplina produttiva auto-imposta, una cosa è certa: il prezzo del greggio ha chiuso il 2016 a 55 dollari al barile e le prospettive a medio termine lo vedono oscillare tra 50 e 60 dollari. Ciò significa che la redditività delle compagnie del settore energetico in tutto il mondo rimarrà costante, favorendo la stabilità nella realizzazione dei progetti e di conseguenza la creazione di posti di lavoro. Dal mio punto di vista, la decisione di ridurre la produzione di petrolio assume un significato particolare: nel 2001, in veste di ministro dell’Energia russo e Capo della delegazione russa durante la 117ma conferenza OPEC a Vienna, condussi negoziati, giorno e notte, con i ministri del petrolio del Cartello che ebbero, come risultato, la primissima partecipazione del mio Paese al taglio solidale della produzione petrolifera. La quota di riduzione russa ammontava a 140.000 barili al giorno e, nonostante lo scetticismo espresso dalla stampa, contribuì a mantenere il prezzo del petrolio nel corridoio essenzialmente corretto, che allora si aggirava tra i 20 e i 25 dollari.

Altra epoca, altri prezzi. Ma permettetemi di rispondere a coloro che non capiscono come la Russia riuscirà a confrontarsi con una produzione petrolifera ridotta: per il nostro bilancio, calcolato in base al prezzo del barile a 40 dollari, un incremento di 10 dollari del prezzo del petrolio comporta un’aggiunta di 29 miliardi di dollari.

Una nuova America: cosa cambia per Mosca

Anno nuovo, vita nuova: il nuovo anno politico è iniziato con i festeggiamenti per la cerimonia di insediamento del presidente Trump, a Washington, che mi hanno colpito particolarmente. Allo stesso tempo, però, ho l’impressione che queste celebrazioni potrebbero significare un nuovo inizio per il dialogo energetico tra Russia e America, al quale ho avuto l’onore di contribuire circa 15 anni fa.

Il mio mandato come ministro dell’Energia russo ha coinciso con un periodo molto interessante e laborioso di intensa ricerca di nuovi significati e incentivi per la politica energetica russa. Nei primi anni 2000 formulammo la strategia energetica del nostro Paese e intrecciammo stretti legami con società italiane, e con l’Unione Europea come controparti nei rapporti energetici globali. Nel 2001 i presidenti russo e statunitense, Vladimir Putin e George Bush, annunciarono un dialogo energetico bilaterale basato sul postulato che la Russia, in qualità di più importante produttore di petrolio, e gli Stati Uniti, come principale consumatore petrolifero, avessero davvero bisogno l’uno dell’altro.

È per me motivo di particolare gioia ricordare che uno dei partecipanti più attivi alla creazione di questa forma, qualitativamente nuova, di confronto internazionale fu l’allora vicepresidente senior di ExxonMobil, Rex Tillerson. Lo incontrai per la prima volta il 10 aprile 2002, e fin dall’inizio fu chiaro che una conversazione con una personalità così forte e sagace avrebbe portato a dei risultati. Tillerson sembrava conoscere e capire la Russia esattamente come me che, all’epoca, vestivo i panni di Ministro, e non solo per quanto concerneva le questioni legate all’energia. Conosceva personalmente ogni persona che veniva citata, sia in ambito governativo che privato, e sembrava aver colto ogni minimo dettaglio della legislazione russa e dei contratti stipulati a Mosca dalle società estere.

Rimango dell’idea che la Russia e l’Italia hanno molto in comune: per noi i contatti e le relazioni personali rivestono un ruolo molto importante persino nei rapporti più formali. Tillerson dimostrò le sue eccezionali capacità anche in questo frangente: non è una coincidenza che il presidente Putin apprezzi l’attuale Segretario di Stato e lo abbia scelto tra le poche persone insignite dell’Ordine dell’Amicizia russa.

Insieme al brillante diplomatico russo Sergey Lavrov, il nostro ministro degli Esteri, il nuovo Segretario di Stato può davvero cambiare il mondo. Ne sono certo.

L’approccio imprenditoriale del manifesto dell’amministrazione Trump rappresenta una base molto solida su cui è possibile edificare il grattacielo (forse un palazzo metaforico intitolato ai suoi architetti?) del nuovo dialogo russo-americano sul tema dell’energia. La Russia ha da offrire numerosi progetti energetici molto interessanti e l’apporto americano potrebbe consistere in investimenti e contributi sia manageriali che tecnologici.

Spero sinceramente che il neo-presidente Trump e il suo team dimostrino un approccio ragionevolmente positivo alle sfide globali, tra cui la possibile partnership strategica con il presidente Putin, non da ultimo nella cooperazione energetica. Ciò aprirebbe le porte a massicci investimenti nell’esplorazione e nella produzione russa di petrolio e gas, attirando tecnologie all’avanguardia ed eccellenti pratiche di gestione americane in questo settore. In tal modo le società russe avrebbero nuove opportunità di arrischiarsi in progetti con idrocarburi di difficile estrazione, come i depositi di Achimov, nel distretto di Urengoi, in Siberia.

Questa è esattamente la sfida tecnologica e manageriale che il fondo di investimento Fund Energy, che ho fondato sei anni fa, sta affrontando dedicandosi al suo progetto Yamal, il quale comprende due depositi, Karasyovskoye e Yuzhno-Tanlovskoye, oltre ad otto licenze per l’esplorazione geologica di altri giacimenti. Siamo riusciti a coinvolgere Halliburton nelle attività di perforazione, in qualità di supervisore, e stiamo portando avanti le trattative con la Export-Import Bank statunitense per il finanziamento di tali operazioni per continuare questa primavera con altre tre perforazioni. Pertanto guardiamo con ottimismo al futuro di entrambi i nostri progetti e alla cooperazione russo-americana nel settore energetico in generale.

Non c’è da sorprendersi: all’inizio degli anni 2000 ho avuto il privilegio di assistere alla nascita di questo dialogo tra Stati, partecipando attivamente all’organizzazione dei due vertici russo-statunitensi sull’energia a Houston (2002) e San Pietroburgo (2003). A ogni modo, fu a Houston che nel 2002 conobbi per la prima volta James Richard Perry, l’attuale ministro dell’Energia: nel corso di quell’evento di portata storica ho avuto il privilegio di saggiare di persona la sua conoscenza delle questioni energetiche, discusse da rappresentanti del governo e delle imprese.

A mio giudizio, questo è il momento migliore per rispolverare la prassi di tali vertici. A tal riguardo permettetemi di ricordare che in interviste a Bloomberg Businessweel e The Guardian, pubblicate a gennaio, proponevo già un ritorno alla pratica dei vertici energetici bilaterali: siamo pronti a lavorare sodo per fornire un impulso qualitativamente nuovo alla cooperazione energetica tra Russia e America. Essendo organizzati sotto l’egida dei presidenti dei due Paesi e con il coinvolgimento attivo sia del governo che delle imprese private di petrolio e gas, sembrano rappresentare un formato molto efficace, non solo per un confronto diplomatico di ampio respiro, ma anche per la formulazione di un obiettivo comune nello sviluppo energetico.

Nel momento in cui gli Stati Uniti esprimono l’intenzione di entrare sul mercato energetico internazionale con cospicue quantità di petrolio e gas, consentitemi di ricordare che una delle sezioni dei vertici energetici russo-americani era completamente dedicata ai mercati internazionali degli idrocarburi. Ciò rappresenta esattamente il contesto in cui dovrebbe essere formulata una politica dei prezzi comune; la Russia potrebbe essere pronta ad attuare tali decisioni usando la sua esperienza di dialogo efficace con l’OPEC e altri produttori di greggio. In una fase successiva le potenze energetiche europee e asiatiche potrebbero unirsi a questo nuovo dialogo, che deve risultare nell’elaborazione di certi meccanismi regolatori: in questo caso potrebbe essere instaurata una stabilità di mercato per un periodo adeguato a dare efficacia alle misure introdotte. Tutti gli esperti di Fund Energy – che, tra le altre funzioni, riveste quella di piccola fabbrica di idee - sarebbero lieti di contribuire a questo aspetto del dialogo energetico globale e mettere a disposizione tutta la loro esperienza affinché abbia successo.

Il mio mandato come ministro dell'Energia russo ha coinciso con un periodo molto interessante e laborioso di intensa ricerca di nuovi significati e incentivi per la politica energetica russa. Nei primi anni 2000 formulammo la strategia energetica del nostro Paese e intrecciammo stretti legami con società italiane, e con l'Unione Europea come controparti nei rapporti energetici globali

L'effetto "opposto" delle sanzioni USA

Per quanto concerne le sanzioni di natura politica che, non dobbiamo dimenticarci, costituiscono un’invenzione categorica del passato, raramente portano al risultato atteso. Introdotte per la prima volta nel 423 a.C. dall’antica Atene contro alcuni produttori del distretto di Megara, furono la causa dello spargimento di sangue delle guerre del Peloponneso. L’arguta Lisistrata della commedia di Aristofane, che visse esattamente nello stesso periodo storico, ebbe molto più successo facendosi beffe delle sanzioni, ma questa è tutta un’altra storia. Tornando seriamente alla questione, voglio sottolineare che il settore petrolifero e del gas russo sono riusciti a resistere abbastanza bene a questa dura prova di stress. Per quanto riguarda il regime sanzionatorio e il suo futuro, vorrei citare Anthony Scaramucci, consulente senior per la comunicazione con le imprese del presidente Trump, che a gennaio a Davos ha sottolineato "un enorme rispetto del presidente (allora presidente eletto) nei confronti della popolazione russa e del retaggio dei rapporti degli Stati Uniti con la Russia, risalente alla seconda guerra mondiale".

Scaramucci ha dichiarato che le sanzioni americane contro la Russia hanno sortito l’"effetto opposto", consolidando il rapporto tra i russi e il loro presidente. Inoltre, aggiungerei: il 2016 è stato un anno da record per gli investimenti esteri nel nostro settore energetico. La cinese Beijing Gas ha investito 1,1 miliardi di dollari nel progetto di Rosneft Verkhnechonskneftegas, mentre 5 miliardi di dollari sono stati investiti dall’indiana ONGC Videsh Limited nei progetti di Rosneft nella Siberia orientale. La privatizzazione del 19,5 percento delle azioni di Rosneft con la partecipazione della svizzera Glencore e del Qatar Investment Authority ha portato 10,2 miliardi di dollari nel bilancio russo. Cosa ci colpisce di tutto ciò? Naturalmente l’assenza di società americane e italiane in questo rimarchevole elenco. Questa situazione deve cambiare.

Tra i progetti russo-americani che mi aspetto di veder trionfare in futuro il progetto ExxonMobil-Rosneft nel Mare di Kara. ExxonMobil ha investito 640 milioni di dollari, compreso il finanziamento delle attività di perforazione, il cui risultato è attualmente oggetto di analisi presso i laboratori di Exxon a Houston. La mia speranza è che presto riceveremo l’incoraggiante notizia della scoperta di un nuovo importante deposito. Ciò significa che, persino nell’attuale contesto, le principali società americane e russe stanno ricercando con successo modalità sicure per trovare il petrolio al largo dell’Artico. Lo considero il primo passo della futura cooperazione di colossi come Exxon e Rosneft nella produzione di idrocarburi nelle regioni artiche. In futuro prevedo nuovi progetti in queste zone, con anche la partecipazione dell’Italia.

Dal mio punto di vista, la decisione di ridurre la produzione di petrolio assume un significato particolare: nel 2001, in veste di ministro dell'Energia russo e Capo della delegazione russa durante la 117ma conferenza OPEC a Vienna, condussi negoziati, con i ministri del petrolio del Cartello che ebbero, come risultato, la primissima partecipazione del mio Paese al taglio solidale della produzione petrolifera.