Un nuovo ruolo
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La capacità di generare un forte rally, basato su un accordo, fa pensare che la "morte dell'OPEC", annunciata più volte, è errata: in realtà il Cartello sta diventando protagonista

Nel novembre 2014 l’OPEC diede un duro colpo agli “oil bulls” che ancora speravano che l’Organizzazione avrebbe salvato il mercato dal crollo. Quello stesso giorno, la decisione di lasciare la produzione allo sbando in termini di obiettivi, quote o qualsiasi altro meccanismo vincolante causò un brusco calo del prezzo di più di 5 dollari, imboccando il sentiero che portava verso l’ovvio e definitivo minimo toccato all’inizio del 2016. La decisione era stata caldeggiata soprattutto dall’Arabia Saudita, convinta di non essere in grado di riuscire a competere con la crescente produzione non-OPEC, dopo anni di prezzi elevati. Lo scisto statunitense ebbe una parte importante in questo scenario, ma non va trascurato neanche il ruolo del Canada e di altri, oltre alla domanda relativamente debole. Nei primi 6 mesi, questa politica aiutò a stimolare la produzione OPEC di circa 2 milioni di barili al giorno, mentre lo scisto iniziò a scendere solo tardivamente, dopo aver guadagnato circa 300.000 barili al giorno dal novembre all’aprile 2014. Il ritardato calo della produzione statunitense servì a rinforzare il timore, interno all’OPEC, che un taglio alla produzione sarebbe stato semplicemente sostituito dalla produzione proveniente da altre fonti, causando un crollo dei ricavi totali su entrambi i fronti: prezzi e volumi. La politica di non imbrigliare la produzione OPEC si basava sull’idea che i volumi fossero controllabili al contrario degli equilibri globali.

Le condizioni che hanno favorito l'accordo

La strada che dalla decisione del novembre 2014 ha portato fino all’accordo dei paesi OPEC e non-OPEC di tagliare la produzione alla fine del 2016 è stata lastricata di numerosi confronti bilaterali e multilaterali, della disponibilità al compromesso e della mutata situazione del mercato. Una situazione simile ha origine grazie al cambiamento relativo a quattro condizioni:

-Lo scisto come una minaccia.
Nel 2014, lo scisto statunitense ha registrato una crescita superiore a quella dell’intera domanda globale, una situazione insostenibile per la stabilità dei prezzi. Dal crollo di questi ultimi, il taglio dei costi, la riduzione della produzione e i tempi di reazione ritenuti più lenti hanno contribuito insieme a far ritenere che lo scisto non crescerà più a un livello insostenibile per il sistema globale, consentendo quindi un confronto sul tema del taglio alla produzione.

-La crescita della produzione OPEC.
È difficile ottenere un taglio, o persino un congelamento, della produzione OPEC se uno o più Paesi registrano ancora una crescita marcata. Come nel caso dell’Iraq e dell’Iran, dove la produzione aumentò per motivi differenti e in diversi intervalli di tempo tra le importanti riunioni dell’OPEC del 2014 e del 2016. Quando ciascun Paese ha toccato la vetta, sono diminuite le barriere per raggiungere un accordo.

-La condivisione dei tagli.
Molti si aspettavano – o per lo meno speravano – che l’Arabia Saudita si sarebbe fatta carico del peso dei tagli alla fine del 2014, all’alba della discesa dei prezzi. I sauditi, però, pur intravedendo il proprio ruolo come potenziali fautori dei tagli alla produzione, non ritenevano che vi fossero particolari vantaggi nell’assumersi tutti gli oneri del taglio della produzione mentre i benefici sarebbero stati spartiti. La condivisione dei tagli tra i 9 membri dell’OPEC e molti altri produttori non-OPEC ha consentito ai principali paesi dell’OPEC di contribuire con volumi sostanziali (circa 800.000 barili al giorno), traendo al contempo vantaggio dai tagli attuati dagli altri Paesi.

-Il calo dei prezzi.
La riduzione dei prezzi del petrolio ha intaccato in qualche misura la situazione finanziaria di tutti i paesi membri dell’OPEC. Tuttavia, il calo dei prezzi ha anche spinto molti ad assumere un approccio tattico piuttosto che strategico, rimanendo concentrati sulla massimizzazione dei ricavi in un contesto dei prezzi sempre più negativo. La negoziazione di un congelamento a Doha e poi il raggiungimento di un accordo definitivo hanno contribuito a incrementare i prezzi di circa 25 dollari al barile nel corso dell’anno, più che sufficienti per rasserenare i Paesi sul fatto che un taglio della produzione non solo era possibile, ma avrebbe potuto incrementare gli introiti complessivi.

I primi dati disponibili suggeriscono che il livello di rispetto della prima parte dell’accordo è stato molto elevato, tanto che alcune valutazioni mostrano una compliance superiore al 90 percento. Il taglio da 1,2 milioni di barili al giorno previsto nel comunicato dell’OPEC è stato seguito a stretto giro da un altro pari a 600.000 barili al giorno, promesso questa volta dai paesi non-OPEC. Il taglio dell’OPEC ha dato subito i suoi frutti, generando un rendimento lo stesso giorno dell’annuncio. Analogo l’effetto dell’accordo dei paesi non-OPEC, siglato diversi giorni dopo. L’impatto fisico del taglio, che le agenzie di rilevazione pubbliche hanno preso ampiamente per buono come annunciato, è stato meno certo, sebbene nessuno si aspettasse che potesse trasformare immediatamente più di 10 trimestri di eccesso di offerta in un deficit. Sebbene l’impatto sui prezzi si sia in gran parte verificato prima dell’accordo, successivamente la curva forward ha iniziato a tornare verso una situazione di backwardation; un fatto che suggerisce una contrazione dei fondamentali e con essa l’inizio del rilascio di una parte di 1,3 miliardi di barili di greggio e prodotti accumulati dall’inizio della discesa dei prezzi. La capacità dell’OPEC di generare un forte rally basato su un accordo – e di estenderne l’influenza anche al di là dei propri membri – porta a pensare che forse la “morte dell’OPEC”, annunciata più volte, non solo è errata, ma che il gruppo sta persino acquisendo nuova rilevanza nel raggiungimento di un equilibrio sul mercato petrolifero mondiale. Il mercato sta cambiando e l’OPEC con esso, ma per diversi motivi questo elevato livello di conformità è probabilmente il massimo livello raggiungibile, mentre il potere dell’OPEC tornerà ad affievolirsi e l’Organizzazione continuerà a reinventarsi in un mercato notevolmente diverso da quello esistente, persino al culmine del boom dello scisto.

Tra i rischi che minacciano l'attuale livello elevato di rispetto dell'OPEC il primo è esterno all'organizzazione, poiché lo scisto ha già evidenziato un rapido aumento dell'attività, con un incremento degli impianti di trivellazione nelle 10 settimane successive all'accordo

Gli incalcolabili rischi futuri dell'Organizzazione

I rischi che minacciano l’attuale livello elevato di rispetto dell’OPEC sono svariati, ma derivano dalle questioni trattate sopra. Il primo rischio è esterno all’organizzazione, poiché lo scisto ha già evidenziato un rapido aumento dell’attività, con un incremento degli impianti di trivellazione orizzontali e direzionali di più di 125 unità nelle 10 settimane successive all’accordo OPEC. Il settore dello scisto ha reagito repentinamente al crollo dei prezzi, con le società che hanno tagliato i costi, ridotto il numero di impianti di trivellazione, rivolto l’attenzione verso le aree principali e aumentato l’efficienza. Tali misure hanno consentito alle compagnie petrolifere di più che raddoppiare la produttività media per pozzo dal calo dei prezzi, sebbene da allora la produzione complessiva di scisto sia lentamente calata. Ciò aumenta il rischio che l’incremento dei prezzi favorisca nettamente la produzione statunitense. Gran parte delle stime di crescita della produzione per il 2017 sono comprese tra 0,3 e 0,8 mbg, e il necessario ritorno delle operazioni di trivellazione in aree secondarie genererà alcuni dei guadagni in termini di efficienza; tuttavia rimane la possibilità che un segnale di prezzo sufficiente possa riportare nuovamente il settore al tempo in cui gli analisti, per diversi anni consecutivi, hanno sottostimato miseramente le previsioni di crescita dello scisto.
Il secondo rischio va cercato all’interno dell’OPEC stessa. La produzione della Libia e della Nigeria è stata ostacolata da diverse forme di conflitti interni (la Libia ha anche gestito alcuni problemi di manutenzione che hanno intralciato la produzione negli ultimi mesi del 2016). La produzione libica è aumentata dai livelli irregolari ma bassi di 200-400.000 barili al giorno a più di 700.000 barili al giorno all’inizio del 2017, prevedendo di raggiungere 1,2 mbg – abbastanza per compensare gran parte del taglio dell’OPEC e protrarre l’eccesso di offerta per altri 2 o 3 trimestri. Sono diversi gli ostacoli da superare man mano che questo livello di produzione aumenta in un contesto di prezzi petroliferi elevati. La possibilità di duplicare o triplicare gli introiti petroliferi su base annua eserciterà una certa pressione su un sistema che sta ancora emergendo dalla debolezza del sistema statale, derivata da decenni di dominio di Muammar Gheddafi. Con l’aumento dei ricavi cresce anche il rischio di scioperi, disordini o altre problematiche che potrebbero rapidamente invertire le conquiste produttive del Paese.

Se i rischi di interruzione per la Libia sono legati all’aumento dei prezzi, in Nigeria è l’esatto opposto. I risultati della Nigeria sono inferiori a quelli della Libia, con una ripresa della produzione di un massimo di 300.000 barili al giorno, che rasentano il massimo della produzione del Paese. I prezzi e gli introiti più elevati, insieme alla campagna anticorruzione del presidente Buhari, sono la chiave per sfruttare la potenziale disponibilità di ulteriori introiti negli Stati del delta del Niger. Ciò potrebbe ridurre i rischi di disordini e interruzioni. La Nigeria e la Libia sono membri dell’OPEC ma sono state esentate dai tagli alla produzione dell’Organizzazione. Tuttavia, i loro livelli di produzione, che probabilmente saranno superiori all’anno scorso nonostante i rischi, rendono più difficile per l’OPEC realizzare i tagli alla produzione necessari per raggiungere un equilibrio globale.

Se non dovessero essere rispettati gli obblighi

Un’altra fonte di rischio deriva dal potenziale aumento della produzione da parte dei membri OPEC nei mesi a venire. Anche l’accordo del dicembre 2008 siglato a Oran, Algeria, per tagliare più di 3 mbg dalla produzione OPEC era stato rispettato diligentemente nei primi mesi successivi alla firma. I principali paesi dell’OPEC rispettarono gli impegni assunti tagliando più di 1,1 mbg, un livello di conformità pari a più del 100 percento. Anche gli altri sette membri operarono tagli di volume simile, corrispondenti però soltanto a circa la metà di quanto concordato. Il Venezuela tagliò solo 100.000 barili al giorno dopo aver accettato di tagliarne quasi 650.000, contribuendo in gran parte al fallimento della misura di riduzione. I paesi principali dell’OPEC, sia individualmente che come gruppo, rispettarono i propri obblighi nel corso dell’anno successivo, mentre gli altri membri videro rapidamente crollare il proprio tasso di conformità solo al 23 percento di quanto pattuito. I primi dati rivelano che l’accordo OPEC più recente sta seguendo un modello analogo con alcuni Paesi – in particolare i principali paesi OPEC – che stanno applicando tagli superiori a quanto concordato a Vienna. Con il trascorrere dei primi sei mesi di vita dell’accordo, è sempre più probabile che alcuni dei membri cerchino di riconquistare parte degli introiti “persi” per colpa della minore produzione. Ciò probabilmente varrà anche per i paesi non-OPEC, non abituati a tagliare la produzione e a essere a loro volta vittime di un indebolimento dei ricavi petroliferi. Questa tentazione di ridurre la conformità aumenterà nel corso del tempo solo se il prezzo del petrolio subirà una contrazione e le nuove suppliche dei ministri dei paesi OPEC non riusciranno a far riprendere il mercato, come fatto ripetutamente nel 2016.
C’è la possibilità che questa volta l’OPEC riesca a mantenere la rotta giusta. A livello superficiale è persino possibile affermare che il suo potere di mercato si trova ai livelli massimi, considerando che gli accordi si estendono fino a coinvolgere diversi paesi non-OPEC. Ma conservare questa posizione richiederà diversi fattori, considerando che l’OPEC stessa non possiede alcun potere sanzionatorio. Per prima cosa i Paesi dovranno chiaramente vedere il vantaggio finanziario dell’adesione al taglio della produzione. Ciò sarà difficile anche in un contesto caratterizzato dall’aumento dei prezzi, e il problema del free riding comporterà probabilmente che i Paesi non vedranno più il vantaggio dei ricavi incrementali successivi al taglio iniziale, concentrandosi invece sulla perdita di introiti derivante dai livelli di produzione ridotti. Anche se la coesione del gruppo più ampio venisse mantenuta, il gruppo stesso deve disporre dei più ampi e flessibili volumi di tutti gli elementi utilizzabili per l’equilibrio di mercato. Lo scisto statunitense non è contemplato nel contratto per i paesi non-OPEC e, nonostante la storia della Texas Railroad Commission, è improbabile che entri a farne parte a breve. Lo scisto ha già dimostrato la propria capacità di rappresentare una forza dirompente sui mercati globali dopo aver sovvertito l’equilibrio domanda/offerta nel 2014. Questi volumi in rapida evoluzione non sono sufficienti, né in termini di dimensioni né di velocità, per bilanciare da soli il mercato in breve tempo, ma hanno dimensioni sufficienti per minare gli sforzi dell’OPEC o di una più ampia coalizione OPEC/non-OPEC per equilibrare il mercato. L’equilibrio di mercato non emergerà da una battaglia tra l’OPEC e lo scisto. La realtà è molto più complessa e include la crescente importanza e i volumi in aumento del petrolio stoccato nell’equilibrio di mercato. Il mercato petrolifero si sta spostando da un mondo con un equilibrio di mercato generato dall’OPEC unipolare a un mondo multipolare, caratterizzato da diversi contrappesi che possono spostare barili in diversi punti della scala temporale e su diversi livelli di prezzo.

In un mercato costantemente caratterizzato dall'eccesso di offerta, si può dimenticare che, per riconquistare il proprio status precedente, l'OPEC deve anche essere in grado di rafforzare la produzione

Il mercato non tornerà facilmente "alla normalità"

In un mercato costantemente caratterizzato dall’eccesso di offerta, si può dimenticare che, per riconquistare il proprio status precedente, l’OPEC deve anche essere in grado di rafforzare la produzione. I bassi prezzi hanno ridotto drasticamente la spesa in conto capitale per le società, tanto da tornare ai livelli del 2006. Questo è solo un primo segnale di una potenziale carenza di offerta in futuro e l’OPEC, a questo punto, è poco attrezzata per adattarsi a un eventuale e considerevole aumento nella richiesta di greggio OPEC, tenendo conto che l’incremento della produzione dell’Organizzazione nel corso degli ultimi due anni è avvenuto a spese della ridotta capacità di riserva. Il taglio operato dall’OPEC nel novembre 2016, insieme al successivo accordo dei paesi non-OPEC per un ulteriore taglio, ha stimolato i prezzi e contribuito a portare avanti le previsioni di quando tornerà a emergere un equilibrio mondiale. Tuttavia, il mercato petrolifero odierno è diverso persino da quello del 2014, con le attuali problematiche dell’OPEC, come quella del free riding e della bassa capacità di riserva che continuano a ridurre l’efficacia complessiva delle sue capacità di gestione del mercato a lungo termine. I produttori hanno tratto vantaggio dall’eroica azione intrapresa, ma dovrebbero essere cauti nel credere che il mercato adesso tornerà alla “normalità”. Il mercato, e i ruoli degli operatori nuovi ed esistenti, sono ancora in evoluzione, ed è improbabile che l’OPEC si riadatti con semplicità al suo vecchio ruolo.