Venezuela, un futuro in salita

Venezuela, un futuro in salita

Marisol Diaz de Medrano
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Per fronteggiare la pesante crisi economica nazionale, Caracas avrebbe bisogno di un prezzo del barile a 117,5 dollari. Di certo il governo di Nicolas Maduro lavora per cercare di strappare dall'accordo un valore aggiunto strategico, sfruttando la sua posizione con la Russia

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Per il Venezuela il periodo d’oro per accumulare risorse con i proventi del petrolio sarebbe stato il decennio passato, quando il prezzo del barile arrivava a spingersi fino ai cento dollari e oltre. L’accordo raggiunto a fine 2016 tra i paesi OPEC e alcuni grandi produttori non appartenenti all’Organizzazione, se anche dovesse riuscire a sostenere la quotazione sopra i 65 dollari al barile, non basterà da solo a rimettere in carreggiata la pesante crisi economica nazionale. Incrociando i dati dell’OPEC con quelli del Fondo monetario internazionale, risulta che per mantenere il bilancio pubblico in equilibrio, il governo di Caracas avrebbe bisogno di un prezzo del barile a 117,5 dollari.

La situazione economica del Paese

#Oronero rappresenta oltre il 90% del totale delle #esportazioni venezuelane

Il Paese, che ha nel petrolio l’asset fondamentale della propria economia, annaspa in una recessione che l’Fmi stima attorno al 12 per cento del PIL per il 2016, aggravato da un aumento dei prezzi al consumo che corre su numeri a tre cifre. Numeri che sembrano preoccupare Caracas più dell’azione a breve sul prezzo del greggio: a gennaio, infatti, il Venezuela è stato tra i pochi paesi a non aver rispettato le consegne sui tagli alla produzione di greggio. Uno sforamento comunque modesto, con una produzione giornaliera di 2,01 milioni di barili, rispetto all’1,98 previsto dall’accordo (dati S&P Global Platts), compensato finora dall’impegno di Arabia Saudita e Angola. Di certo il governo di Nicolas Maduro lavora per cercare di strappare dall’accordo un valore aggiunto strategico, sfruttando la sua posizione con la Russia, vero paese-fulcro dell’accordo, capace di aprire un canale di comunicazione tra i paesi OPEC e non-OPEC. Caracas ha dato enfasi al lavoro diplomatico messo in campo con Mosca nelle settimane precedenti all’intesa ed è uno dei cinque paesi del Joint OPEC-non-OPEC Ministerial Monitoring Committee (Jmmc), il gruppo che mensilmente rivedrà lo stato di avanzamento dei lavori. D’altro canto, l’ombrello che la Russia tiene aperto sul Paese è fondamentale per riparare almeno in parte Caracas dalle intemperie, se è vero che, come sostiene l’agenzia di rating Fitch, la compagnia petrolifera nazionale Pdvsa è sull’orlo del default. Un fallimento che stona, visto il certificato che riconosce al Venezuela le risorse di greggio più grandi al mondo. Il tempo delle vacche grasse è comunque passato. All’ascesa al potere dello scomparso Hugo Chavez, nel 1999, il prezzo del petrolio venezuelano era di 16 dollari al barile, tra il 2011 e il 2014 il valore è balzato a una media compresa tra gli 84 e i 103 dollari. Dal 1999 al 2014 il paese incassava una media di 56 miliardi di dollari all’anno, nel 2015 - con il prezzo già in calo ma non ai livelli del 2016 – l’importo scendeva a circa 12 miliardi di dollari. Fiumi di denaro che il governo bolivariano ha speso in poderose campagne sociali, vuoi per combattere la povertà - con risultati riconosciuti anche dalla Banca mondiale -, vuoi per puntellare la popolarità dei vertici all’approssimarsi delle elezioni. Vuoi infine, come sostengono i detrattori, per oliare i meccanismi di un sistema di potere sempre più circolare. Ma molto poco è finito in cassaforte e ora che il rubinetto del petrolio ha ridotto il suo gettito, le casse pubbliche piangono.

Il Paese è a corto di risorse

Mancano in primo luogo le risorse per ammodernare, o solo tenere in esercizio la stessa macchina del petrolio, tanto che alla vigilia dell’accordo alcuni analisti sostenevano che il Venezuela non avrebbe avuto problemi ad abbassare ancora la produzione. Un problema nazionale, visto che l’oro nero rappresenta oltre il 90 per cento del totale delle esportazioni. L’agenzia Reuters, citando documenti interni della PDVSA, sostiene che per mancanza di fondi molte petroliere stanno ritardando di mesi i viaggi verso Mosca e Pechino, con carichi complessivi pari a 750 milioni di dollari. Si tratta di una parte delle spedizioni che il Venezuela garantisce in cambio di prestiti concessi dai due partner, seguendo uno schema che potrebbe avvitare ancor più la spirale delle casse del paese latino-americano. La crisi di liquidità mette in allarme i creditori, anche se – va detto – Caracas ha finora onorato i suoi debiti. Negli anni d’oro, sfruttando l’onda degli alti profitti, Stato e PDVSA hanno emesso corpose quantità di titoli, creando un debito che nel 2027, secondo la società di consulenza Ecoanalitica, potrebbe arrivare a 93 miliardi di dollari. Quest’anno dovrebbero arrivare a scadenza obbligazioni per circa 9 milioni di dollari, concentrate soprattutto nei mesi di aprile ed ottobre. Le riserve internazionali sono cadute dagli oltre 40 miliardi di dollari del 2008, ai quasi 11 miliardi attuali, limitando fortemente la capacità di acquisto dei beni primari destinati al mercato interno. Un problema che, a sua volta, è causa concorrente di un'inflazione contro cui poco sembrano poter fare il conio di biglietti dal valore nominale crescente, o i ripetuti aumenti dei salari. Il presidente Maduro tuttavia rilancia, e a gennaio ha promesso di far avere ai leader aderenti al patto una nuova proposta, in grado di garantire stabilità ai prezzi del greggio sui mercati internazionali. Difficile immaginare che anche così, il paese possa riscattarsi rapidamente dalle fatiche in cui si è costretto.

Il Venezuela è stato tra i pochi paesi a non aver rispettato le consegne sui tagli alla produzione di greggio decisi dall'Organizzazione. Uno sforamento comunque modesto, con una produzione giornaliera di 2,01 milioni di barili, rispetto all'1,98 prevista dall'accordo