Un giugno caldo per Theresa May

Un giugno caldo per Theresa May

Paul Betts
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L'esito delle elezioni anticipate dello scorso 8 giugno ha indebolito la Premier conservatrice che contava su una maggioranza più netta in Parlamento per affrontare i negoziati sulla Brexit. E intanto si rafforzano inaspettatamente i laburisti di Corbin mentre si profila la prospettiva poco esaltante di un "hung parliamet" che potrebbe portare a una nuova tornata elettorale

La scommessa delle elezioni anticipate di Theresa May, che avrebbe voluto rafforzare la maggioranza parlamentare del suo partito conservatore e, di conseguenza, la sua posizione negli imminenti negoziati con l’Unione Europea per la Brexit, si è rivelata una mossa decisamente azzardata. Da un certo punto di vista, questi risultati rappresentano la fine del terzo atto di un dramma politico britannico iniziato nel 2015, quando David Cameron si aggiudicò alle elezioni generali un’inaspettata maggioranza per il partito conservatore. L’allora Primo Ministro non fu perciò più costretto a formare un governo di coalizione con i liberal democratici e promise di indire un referendum sull’Europa. Il referendum rappresenta il secondo atto del dramma: in mezzo allo stupore generale, nel 2016 il fronte del Leave sconfisse a sorpresa con un piccolo margine (51,9% contro il 48,1%) gli avversari del Remain, presunti favoriti. David Cameron rassegnò le dimissioni da Primo Ministro e fu sostituito da Theresa May, la quale promise che avrebbe portato a termine la Brexit a tutti i costi, una “hard Brexit” all’insegna del motto “È meglio nessun accordo piuttosto che un accordo scadente”. All’epoca la May aveva anche dichiarato che non avrebbe anticipato le elezioni e che il parlamento avrebbe terminato il suo mandato nel 2020, come previsto.

Un calcolo elettorale errato

Ad aprile di quest’anno le prospettive sono radicalmente cambiate e sono state indette le elezioni anticipate che sono state, a tutti gli effetti, una sconfitta per la premier il cui partito, pur rimanendo il primo del Paese, non ha raggiunto una maggioranza evidente. Il partito conservatore sembrava destinato a riportare una vittoria schiacciante e ad aggiudicarsi 20 punti percentuali sui laburisti, assicurandosi così una maggioranza ben più ampia rispetto al margine di 5 seggi che il predecessore di Theresa May, David Cameron, si era aggiudicato nel 2015. Il partito laburista sembrava dominato dal caos, con l’anziano leader socialista Jeremy Corbyn ampiamente criticato all’interno del suo partito (e non solo) e deriso dai conservatori perché “ineleggibile”, mentre altri Paesi europei, fra cui la Francia, erano alle prese con elezioni dall’esito incerto. L’opinione di Theresa May era che una maggioranza più forte avrebbe rafforzato la posizione britannica nelle trattative con Bruxelles e, allo stesso tempo, le avrebbe assicurato un mandato di cinque anni al n°10 di Downing Street. Questi calcoli si sono rivelati pericolosamente imprecisi e hanno portato ad un inaspettato risultato che, sotto un certo punto di vista, ricorda le ultime elezioni presidenziali statunitensi che hanno visto un outsider come Donald Trump sconfiggere Hillary Clinton, candidata con molta più esperienza e data per favorita dai sondaggi. Prima di analizzare quello che accadrà nel quarto e certo non ultimo atto dell’attuale dramma politico britannico (definito come “un incredibile caos” da alcuni commentatori di punta), bisogna fermarsi un attimo per comprendere quali sono gli ultimi fattori che sono entrati in scena nello scenario politico britannico fino a generare gli ultimi sconvolgimenti.

Una campagna basata sulla sfiducia

In passato, la speranza e la paura erano state le principali motivazioni politiche dei votanti. La campagna con cui, nel 2015, David Cameron si è aggiudicato le elezioni e una chiara maggioranza in Parlamento, con 331 seggi, era basata sulla paura che, in caso di una vittoria da parte dei laburisti, l’economia britannica sarebbe stata seriamente in pericolo e gli standard di vita sarebbero crollati. Nel 2016 è emerso un terzo elemento: la rabbia. Il referendum riguardava la permanenza o l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, ma di fatto si è dimostrato un voto contro le politiche di austerità dei conservatori e i tagli che avevano fatto aumentare il gap fra ricchi e poveri nel Paese. Ancora una volta, la campagna dei conservatori si fondava sul timore di quello che sarebbe accaduto se la Gran Bretagna avesse lasciato l’Europa, ma in questo caso ha prevalso la rabbia. Il quarto ingrediente è stato introdotto da Theresa May e consiste nella sfiducia. La sua campagna grigia e priva di gioia e la sua incapacità di rispondere a domande dettagliate sul suo approccio alla Brexit si sono rivelate fallimentari. Un altro errore madornale è stato la scelta di mettere la Brexit al centro della campagna e di sostenere che, mentre Theresa May avrebbe garantito il meglio per il Paese, Corbyn sarebbe stato un vero disastro nelle trattative con Bruxelles. Questo tema poteva portare solo pochi voti dato che il Paese è ancora diviso sull’argomento e persino molti di coloro che hanno votato Leave sembrano ora più inclini a un approccio soft ai negoziati, preoccupati per le implicazioni economiche legate all’uscita dal mercato unico e dall’unione doganale.

Maggiori consensi per le proposte laburiste

Se Theresa May ha fallito nel comprendere lo stato d’animo del Paese, Corbyn al contrario è riuscito a infondere una nota di ottimismo alla sua campagna, opponendo alla politica della sfiducia un “linguaggio chiaro e onestà”. Secondo l’influente Institute of Fiscal Studies, il suo programma non è particolarmente fondato da un punto di vista economico, ciononostante Corbyn è riuscito a coinvolgere soprattutto gli elettori più giovani, che si sono rivelati più motivati del previsto a esprimere la loro voce in queste elezioni. Jeremy Corbyn ha abbandonato il liberalismo laburista di Tony Blair e Gordon Brown, rivolgendosi piuttosto ai tradizionali valori laburisti della classe operaia. Fra i suoi obiettivi, troviamo la ri-nazionalizzazione delle ferrovie e del servizio postale, l’aumento del salario minimo, l’incremento delle tasse per il 5 per cento della popolazione più ricca del Regno Unito e l’abolizione delle tasse universitarie. Investimenti significativi saranno destinati alle infrastrutture, mentre maggiori risorse saranno destinate a sanità, istruzione e forze di polizia. Fra i principali abbagli di Theresa May bisogna ricordare la proposta di aumentare il costo per le cure domestiche per gli anziani, su cui la Premier è stata costretta a fare marcia indietro per non far apparire, ancora una volta, i conservatori come freddi sostenitori dell’austerità. Anche gli attacchi terroristici delle ultime settimane sono stati decisivi, poiché i conservatori erano da sempre considerati il partito della legge e dell’ordine. La spiegazione principale è che Theresa May è stata considerata parzialmente colpevole per il taglio di circa 19.000 posti di lavoro nella polizia negli anni in cui aveva ricoperto la carica di Segretario di Stato per gli affari interni. Ancor più sorprendente è stata l’incapacità dei conservatori di raccogliere i voti dello UKIP (Partito per l’Indipendenza del Regno Unito) che ha giocato un ruolo fondamentale nel referendum sull’UE ma, da allora, è come scomparso, similmente a un’ape che muore dopo aver perso il suo pungiglione. I voti UKIP si sono divisi equamente fra conservatori e laburisti. Per questo motivo, sebbene Corbyn e i laburisti non abbiano conquistato la maggioranza alla Camera dei comuni, sono comunque emersi come vincitori conquistando altri 30 seggi.

Il rischio "hung parliament" e la prospettiva di nuove elezioni

Al contrario, il partito conservatore di Theresa May ha guadagnato il maggior numero di seggi, ma senza maggioranza, uscendo perciò sconfitto dalle elezioni. L’obiettivo della premier era una maggioranza di almeno 50 seggi, ma la realtà è che ha perso la maggioranza e dovrà fare affidamento su partiti minori come il Partito Democratico Unionista (DUP) dell’Irlanda del Nord, che si è aggiudicato 10 seggi. Non sarà sicuramente facile. L’unica nota positiva per i conservatori è stata la cocente delusione del Partito Nazionale Scozzese (SNP), che ha perso all’incirca 10 seggi, allontanando così il rischio di un secondo referendum sull’indipendenza scozzese. Le reazioni dei conservatori nei confronti di Theresa May sono state incandescenti. Il Primo Ministro ha affermato che non intende rassegnare le dimissioni, sebbene la sua posizione sia estremamente indebolita e il suo futuro incerto, anche se forse non nell’immediato. Alcuni commentatori suggeriscono che il vivace Segretario di Stato per gli affari esteri, dal background conservatore, Boris Johnson, Philip Hammond o anche il Segretario per gli affari interni Amber Rudd si stiano già preparando alla sfida per ottenere la leadership. I negoziati sulla Brexit dovrebbero iniziare il 19 giugno, ma è possibile che siano posticipati a causa dell’attuale caos britannico. Un parlamento senza maggioranza assoluta potrebbe indebolire la posizione del Regno Unito, soprattutto in un momento in cui l’Europa appare più forte in seguito all’elezione di Emmanuel Macron alla presidenza francese e al rafforzamento dei legami tra Francia e Germania. Tutto questo contribuisce a far sì che possano essere indette nuove elezioni in un prossimo futuro per rompere lo stallo rappresentato da un “hung parliament”, che non farebbe altro che danneggiare le trattative intorno alla Brexit. In tal caso, non rimarrebbe altro da fare che restare in attesa del quinto atto del dramma politico britannico.