La svolta "rinnovabile" degli Emirati Arabi Uniti

La svolta "rinnovabile" degli Emirati Arabi Uniti

Arianna Pescini
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Entro il 2050 lo Stato del Golfo produrrà metà della sua energia attraverso il sole e il nucleare. Smarcarsi dal gas è la scommessa del governo e la volontà degli investitori. Ma non sarà facile
#UAE verso transizione green: da 10MW di energia da #rinnovabili nel 2009 a 135MW nel 2015

Dai combustibili fossili alle rinnovabili: un passaggio che per gli Emirati Arabi Uniti rappresenta una transizione energetica epocale. L’annuncio del Ministro dell’Energia, Suhail Al-Mazrouei, che ha parlato di investimenti per 150 miliardi di dollari nel settore, conferma il piano economico che consentirà, nei prossimi decenni, di risparmiare fino a 192 miliardi di dollari, aiutando l’ambiente e migliorando l’efficienza. Il mix energetico per il 2050 sarà costituito per il 44% da green energy, per il 38% da gas e per il 12% da carbone "pulito". Un progetto entusiasmante ma con alcune variabili da considerare. "Anche se il Ministero dell’Energia raggiungesse i suoi scopi, il gas continuerà a rappresentare una percentuale importante", spiega Coline Schep, Middle East and North Africa Associate presso Eurasia Group, "Abu Dhabi incrementerà inoltre la produzione di petrolio negli anni a venire e questa risorsa costituirà una grande fetta dei proventi delle esportazioni per tutta la Federazione". Per quanto riguarda i combustibili fossili, lo Stato è il settimo al mondo sia per riserve di petrolio che di gas naturale. Agli inizi del 2016 produceva quasi quattro milioni di barili al giorno di oro nero (il 4,1% del totale), consumandone 725mila barili; mentre la produzione di gas naturale è di 59,76 miliardi di metri cubi all’anno. Secondo la Bloomberg New Energy Finance, l’obiettivo del Paese è fin troppo ambizioso, vista la dipendenza ancora rilevante dall’LNG (fonte sostenuta massicciamente, finora, dal governo) nella produzione di elettricità: anche per questo motivo, i sette emirati hanno in programma di non sovvenzionare più, in futuro, progetti di centrali elettriche a gas naturale.

Sole e atomo

Pur tra dubbi e contraddizioni, in ogni caso, il grande piano di conversione energetica è già in partenza, sebbene, come sottolineano i più scettici in merito alla transizione, gli Emirati guardino alle fonti pulite da pochi anni. Lo Stato arabo ha registrato un incremento esponenziale nella produzione di settore: secondo i dati dell’International Energy Agency (Iea), infatti, il Paese è passato da 10 MW nel 2009 a 135 MW nel 2015; di questi, ben 133 arrivano dal solare, 1 dall’eolico e il restante dal biogas. Il potenziale naturale e l’abbattimento dei costi hanno convinto il governo a puntare sul sole, con oltre un miliardo di dollari di investimenti negli ultimi dieci anni: "Le rinnovabili, soprattutto il solare, arriveranno nel 2050 a produrre 41,1 GW di energia", continua Schep, "grazie anche a due giganteschi progetti in corso. A Dubai, ai 5 GW del parco Mohammed Bin Rashid si aggiungeranno altri due impianti da 800 e 200 MW; ad Abu Dhabi è in costruzione una centrale da 350 MW, e a breve partiranno i lavori per un altro GW di potenza". Quest’ultimo progetto sorgerà a Sweihan, ad est di Abu Dhabi, e vede coinvolti il colosso cinese dei pannelli Jinko Solar e la compagnia giapponese Marubeni. Ma gli Emirati svilupperanno anche il nucleare, con il supporto di Corea, Stati Uniti e India: "Un 6% della capacità energetica potrebbe arrivare dalla centrale di Barakah, che dovrebbe entrare in funzione a pieno regime tra la fine del 2017 e gli inizi del 2018, con una potenza di 5600 MW. Visti gli alti costi, questo rimarrà l’unico impianto della regione".

Il mix energetico per il 2050 sarà costituito per il 44% dall'energia rinnovabile, per il 38% dal gas e per il rimanente 12% da carbone "pulito"

Lo scenario futuro

Al di là di dati e percentuali, quindi, nei prossimi anni il mix energetico della Federazione cambierà: "È realistico pensare che gli Emirati Arabi Uniti diventeranno molto meno dipendenti dagli idrocarburi di quanto non lo siano ora", riflette Schep, "Rispetto ad altri Stati arabi, qui la diversificazione economica ed energetica avrà più successo". Le rinnovabili soddisferanno il 30% del fabbisogno già per il 2030, con vantaggi più orientati all’interno: "Petrolio e derivati a parte, il Paese non è un competitor significativo nel mercato globale dell’energia", conclude l’associate di Eurasia Group, "nonostante il crollo dei costi e la disponibilità di terra gratuita offrano un ambiente ideale, ad esempio, per investire nel solare. Incrementando le fonti pulite, certo, ci sarà più gas naturale da esportare, ma parliamo di piccole quantità nei confronti di colossi del settore come Usa, Australia o Qatar. L’energia carbon-free sarà destinata per la maggior parte al crescente consumo domestico, e porterà indirettamente benefici alla popolazione: sicurezza energetica, meno prelievi nelle casse statali per sussidi e importazioni di gas, meno danni ambientali, ma anche opportunità di lavoro e formazione". Come il progetto sperimentale di una piccola centrale idroelettrica ad Hatta, Dubai, al confine con l’Oman, che in caso di successo potrà contribuire allo sviluppo economico dell’area e alla creazione di quasi 2.000 posti di lavoro.

Il Paese affacciato sul Golfo Persico è passato da 10 MW nel 2009 a 135 MW nel 2015. Di questi ben 133 arrivano dal solare, 1 dall'eolico e il restante MW dal biogas