Turkmenistan, un paese sulla rampa di lancio

Turkmenistan, un paese sulla rampa di lancio

Francesca Pintor
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Ingenti risorse di gas e di petrolio fanno del Paese asiatico un potenziale snodo di caratura energetica considerevole per le rotte che dal Mar Caspio si dirigono verso l'Asia e l'Europa. Ma l'inadeguatezza infrastrutturale e le tensioni internazionali ne hanno impedito sinora la definitiva affermazione

Nonostante le recenti scoperte di nuovi e ricchi giacimenti di gas naturale, il Turkmenistan non riesce ad esprimere completamente il proprio potenziale energetico. A rallentare la sua affermazione sui mercati internazionali sono soprattutto la carenza di infrastrutture e le tensioni presenti sul Mar Caspio. La diversificazione energetica, insieme alla ricerca di nuovi investitori per facilitare la crescita interna, costituiscono delle sfide importanti per il futuro del Paese in questo settore.

Un Paese ricco di gas

Secondo l’Opec, le riserve di greggio del Turkmenistan ammontano, al 2015, a 600 milioni di barili, mentre nello stesso anno la produzione di petrolio ha raggiunto i 261.000 barili al giorno. La risorsa più importante per l'economia turkmena resta però il gas naturale, di cui il Paese possiede riserve per 265 trilioni di piedi cubi. Il giacimento di Galkynysh, scoperto nel 2006 a sud-est del Paese, è considerato il secondo più grande al mondo e il suo sviluppo è ancora in corso. Grazie alle sue enormi riserve, il Turkmenistan è oggi il sesto esportatore di gas naturale al mondo. Secondo l'Eia, le esportazioni di gas rappresentano il 31% del Pil del Paese, con il 70% che va alla Cina e il rimanente alla Russia e all'Iran.

Il distacco dalla Russia e l'avanzata della Cina

Proprio la Russia, fino a poco tempo fa, rappresentava uno dei principali acquirenti del gas turkmeno. A partire dal 2009 Mosca ha però iniziato a ridurne le importazioni. "Ashgabat ha individuato nella Cina un possibile rimpiazzo rispetto all’arretramento russo e ha avviato nuove esportazioni attraverso il gasdotto Turkmenistan-Cina", ha spiegato Martin Vladimirov, Energy Analyst presso il Center for the Study of Democracy di Sofia. Nel 2015, il Central Asia-China Pipeline (CACP) ha trasportato verso il gigante asiatico 27,7 miliardi di metri cubi di gas, ed entro il 2020 la sua capacità dovrebbe raggiungere i 65 miliardi di metri cubi. "Ashgabat, però", continua Vladimirov, "non ha scelto di affrancarsi dalla dipendenza dalla esportazioni russe solo grazie alla Cina. Per questo, il Turkmenistan ha scelto di applicare una politica di diversificazione delle esportazioni di gas, che includa anche l'Iran, l'Unione Europea, tramite l'eventuale Trans-Caspian Pipeline, e l'India, attraverso il TAPI".

Il triangolo commerciale con l'Iran e la Turchia

Per comprendere meglio il ruolo del Turkmenistan nel mercato energetico internazionale è necessario guardare anche al “triangolo commerciale” con l'Iran e la Turchia. L'economia di Teheran è infatti in crescita e per far fronte all'aumento della domanda interna di gas, il Paese conta soprattutto sulle importazioni dal Turkmenistan. "Turkmengaz", sottolinea Vladimirov, "esporta 7,2 miliardi di metri cubi di gas naturale in Iran, che lo utilizza per coprire il deficit nelle zone a nord del Paese, dove i consumi sono più alti. In questo modo Teheran può mantenere i suoi obblighi contrattuali con la Turchia. L'Iran infatti esporta 7,8 miliardi di metri cubi di gas in Turchia, una quantità pari quasi a quella delle importazioni dal Turkmenistan".

TAPI e TCP, il futuro incerto dei nuovi gasdotti

Nel dicembre 2015, il Turkmenistan ha annunciato l'avvio dei lavori del TAPI, il gasdotto che dal giacimento di Galkynysh dovrebbe arrivare fino all'India, attraversando Afghanistan e Pakistan. La sua realizzazione è però ostacolata dalle forti tensioni presenti nella regione. "L'Afghanistan resta un Paese turbolento in cui il programma di ritiro delle truppe USA ha dissuaso Chevron, Exxon e Total dal partecipare al consorzio per la realizzazione del gasdotto", sottolinea Vladimirov. Con ogni probabilità sarà dunque Turkmengaz a guidare i lavori. E, per sostenere i costi, il governo turkmeno potrebbe rivolgersi anche alle istituzioni internazionali ed alle imprese straniere, a partire da quelle cinesi, le uniche ad aver ricevuto la licenza per lo sviluppo dei giacimenti onshore. "Se il TAPI dovesse essere portato a termine", prosegue Vladimirov, "porterebbe non soltanto nuovi posti di lavoro, ma costringerebbe Paesi tradizionalmente nemici a cooperare per garantire la sicurezza dell'infrastruttura".
Di difficile realizzazione sembra anche il Trans-Caspian Pipeline (TCP) che consentirebbe al Turkmenistan di affacciarsi sul mercato europeo collegandosi ai gasdotti azeri. Il TCP dovrebbe avere una capacità di circa 1 trilione di piedi cubi ma la sua realizzazione è attualmente frenata dalle contese sul Mar Caspio. "L'Iran", spiega Vladimirov, "vuole preservare la sua influenza sul Turkmenistan come principale via di accesso al mercato turco e la Russia non vuole che la sua posizione nel mercato europeo sia messa in discussione da un competitor così grande come il Turkmenistan". Per il momento, inoltre, gli alti costi del progetto hanno bloccato l'interesse degli investitori privati.

Infrastrutture e politiche energetiche: i punti deboli del Paese

Sul fronte interno, invece, il Turkmenistan sconta una carenza di infrastrutture che ne ha limitato fino ad ora le capacità di esportazione. Di recente il Paese ha però avviato la costruzione dell'Est-Ovest Pipeline per consentire il trasporto di grosse quantità di gas dalle zone orientali, più ricche, a quelle occidentali che si affacciano sul Mar Caspio.
A frenare la crescita del Turkmenistan contribuisce anche l'inefficace gestione delle risorse di idrocarburi, spesso utilizzate per finanziare la spesa sociale e i generosi sussidi pubblici. “In seguito all'improvvisa crisi economica", conclude Vladimirov, "gli obiettivi di medio-termine del governo dovrebbero essere quelli di accelerare il processo di concessione delle licenze dei suoi vasti giacimenti di gas onshore".