Alla guida del processo di cambiamento

Alla guida del processo di cambiamento

Tatiana Bruce-da-Silva, Fernanda Delgado e Bruno Moreno*
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Il Brasile sta vivendo una profonda trasformazione anche nel settore energetico, che ha un enorme potenziale. Il governo sta attuando una serie di misure per migliorarne la gestione e attrarre nuovi investimenti

*Ricercatori presso FGV Energia, Centro per gli studi energetici della Fondazione Getulio Vargas, a Rio de Janeiro.

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Il Brasile è il Paese più grande e la maggiore economia dell’America Latina. Già queste semplici caratteristiche basterebbero a decretare la sua importanza all’interno dello scacchiere energetico mondiale. Ma il Brasile è anche ricco di risorse energetiche, dai combustibili fossili alle energie rinnovabili. Negli ultimi anni, però, il Paese ha attraversato la peggiore recessione della sua storia, che ha colpito anche il settore energetico. Sebbene la crisi economica sia ancora in corso, le prospettive per il settore energetico sono buone, poiché i politici stanno implementando una serie di misure che potrebbero migliorare la gestione del settore e attrarre nuovi investimenti.

Il potenziale energetico

Il Brasile e l’America Latina vantano un’enorme disponibilità di risorse energetiche. La regione comprende il 21,3 percento delle riserve recuperabili di petrolio – seconda soltanto alle regioni del Medio Oriente e del Nord Africa. A livello continentale, il Brasile vanta la seconda maggiore riserva petrolifera. Per quanto riguarda il gas naturale, l’America Latina rappresenta circa il 4 percento delle risorse recuperabili del pianeta (questo dato non comprende potenziali riserve pre-salt). Senza i giacimenti pre-salt (al momento non ancora certificati), tale percentuale non appare molto elevata, soprattutto tenendo conto del fatto che il gas naturale rappresenta il carburante di transizione verso un’economia a più basse emissioni di anidride carbonica, obiettivo principale dei Paesi che hanno firmato e ratificato l’Accordo di Parigi nel 2016. L’America Latina è però ricca di risorse rinnovabili, come l’energia solare, le biomasse, l’eolico e l’idroelettrico. In Brasile, il contributo delle energie rinnovabili al mix energetico è risultato pari a circa il 41 percento nel 2015, quando in tutto il mondo il contributo è del 13 percento, facendo così del Brasile un paese all’avanguardia in termini di transizione energetica. Tenendo conto di questi fattori, si può dire che il Brasile abbia tutto: petrolio per l’esplorazione e la produzione e rinnovabili per la propria transizione energetica. Con la scoperta del petrolio nello strato pre-salt a metà degli anni 2000, nel Paese si è diffuso un certo ottimismo in relazione agli introiti che avrebbe ricevuto in royalty e partecipazioni speciali. Tuttavia, a causa del ridotto rischio geologico del pre-salt, il governo dell’epoca prese alcune decisioni controverse. Il quadro normativo utilizzato per esaminare esclusivamente lo strato di pre-salt è stato la condivisione della produzione, mentre l’esplorazione in altre aree è rimasta in regime di concessione. Questo sistema ibrido e confuso ha contribuito all’incertezza sulle modalità di esplorazione dell’area, un aspetto poco positivo per le imprese. Inoltre, sempre nell’area pre-salt, Petrobras, la società petrolifera statale del Brasile, era tenuta a essere sempre l’operatore di riferimento in tutti i contratti di esplorazione, con una partecipazione minima del 30 percento. Quest’obbligo ha imposto a Petrobras investimenti in aree che potevano anche non risultare attraenti per l’impresa, mentre le altre società, se interessate ad esplorare la zona, sono state di fatto costrette ad adeguarsi ai ritmi di Petrobras. Inoltre i requisiti relativi alle risorse locali (che le società straniere devono assumere in loco per poter esplorare nel campo del petrolio e del gas in Brasile) erano numerosi e poco chiari, mentre in alcune regioni il settore industriale brasiliano non era pronto a soddisfare le richieste delle società di esplorazione. Infine Petrobras ha, di fatto, rappresentato il controllore del settore petrolifero e del gas, un compito questo che dovrebbe essere riservato al ministero dell’Energia e delle Miniere, in quanto responsabile politico del settore energetico brasiliano, in collaborazione con il Consiglio Nazionale sulle Politiche Energetiche (CNPE). Petrobras era abituata a controllare la politica relativa ai prezzi del gas, seguendo le direttive del governo, quando avrebbe dovuto invece essere soltanto un altro operatore sul mercato. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il controllo sui prezzi non rappresentava un vantaggio per Petrobras: quando i prezzi del gas erano troppo alti, la società doveva portarli a un livello inferiore, partecipando direttamente a sovvenzionare la popolazione, un sistema questo che ha contribuito ad aumentare il debito della società. In aggiunta a tutti questi problemi strutturali, nel 2014 i prezzi del petrolio sono crollati. Dal 2015 non è stata organizzata nessuna asta nel settore, e infatti l’ultima asta per l’esplorazione nella zona pre-salt risale al 2013. Anche la cattiva gestione ha influito negativamente sul settore dell’energia. Nel 2012 il Governo ha approvato una legge per ridurre i prezzi dell’energia elettrica. Alla fine, tuttavia, ha creato uno squilibrio tra l’energia offerta da produttori indipendenti e quella utilizzata da società regolamentate di pubblica utilità. Di conseguenza, le società di pubblica utilità hanno dovuto acquistare energia sul mercato spot per essere in grado di soddisfare la domanda, incorrendo così in delle perdite. Inoltre, il settore elettrico brasiliano è saldamente basato sull’energia idroelettrica e negli ultimi anni vi sono stati vari periodi di siccità. Le centrali termoelettriche, che sono più costose, vengono utilizzate per soddisfare la domanda. Oggi pertanto i prezzi dell’energia elettrica sono aumentati e probabilmente aumenteranno ulteriormente, poiché i consumatori dovranno ripagare le sovvenzioni ricevute nel 2012 (visto che in fondo, in economia, non esistono regali). Di conseguenza si può dire che i problemi strutturali fossero già presenti nel settore energetico brasiliano quando è iniziata la crisi economica. Per il settore dell’energia la recessione ha effettivamente contribuito a mitigare la gravità della situazione, dal momento che la domanda di energia elettrica si è ridotta con il calo dell’attività economica. Per il settore del petrolio e del gas, il lungo periodo senza aste si è rivelato dannoso in un settore in cui l’affidabilità e la prevedibilità sono essenziali. L’anno scorso, tuttavia, una crisi politica a cui hanno contribuito notevolmente il calo dei prezzi delle materie prime e la crisi economica, ha decretato la fine della precedente amministrazione federale.

Un governo più orientato al mercato

Il nuovo governo è più orientato al mercato e sta attuando una serie di riforme per portare il settore energetico in questa direzione. Nel settore del petrolio e del gas sono state messe in atto misure volte ad aumentare la stabilità. Le norme relative alle risorse locali sono state da poco riviste in modo da renderle meno complicate e in modo da riflettere meglio la capacità del settore brasiliano di fornire beni e attrezzature necessari all’esplorazione. Petrobras non è più obbligata a essere l’operatore di riferimento in tutti i contratti pre-salt e ciò contribuirà a migliorare la sua situazione finanziaria: la società sta ristrutturando il proprio portafoglio, disinvestendo e riducendo i costi per diminuire il proprio debito. Il programma di aste è ripreso, con dieci aste previste nel periodo compreso tra quest’anno e il 2019. Le aree da vendere all’asta sono onshore, offshore e nello strato pre-salt (sei aste). È in fase di realizzazione un programma per sviluppare giacimenti petroliferi maturi, denominato REATE. Anche il mercato del gas naturale è in fase di ristrutturazione e punta a una maggiore concorrenza e liquidità. Gli analisti di mercato e del settore energetico accolgono con favore questi cambiamenti, che dovrebbero attirare investimenti e risorse esteri. Nello stesso tempo anche l’intervento governativo nel settore dell’energia è diminuito. Il governo sta adattando le proprie norme e regolamenti in modo da incorporare nuove tecnologie già in rapido sviluppo in altre parti del mondo, ad esempio smart grid, veicoli elettrici e risorse energetiche distribuite (generazione distribuita, risposta alla domanda, efficienza energetica e stoccaggio energetico). Inoltre l’energia idroelettrica sta diventando sempre più inaffidabile per svariati motivi: il cambiamento dell’andamento delle precipitazioni, la deforestazione che interessa gli argini dei fiumi e altre problematiche possono influenzare negativamente la produzione di energia idroelettrica, anche se è difficile capire quale sia la vera causa di tale inaffidabilità. Infatti, a causa della riduzione della capacità di stoccaggio nel sistema di distribuzione nazionale, l’energia idroelettrica in Brasile si sta trasformando in una fonte di energia intermittente. L’aumento della produzione di energia idroelettrica mediante la creazione di nuovi impianti non è più attuabile poiché la frontiera nel campo della produzione di energia idroelettrica è rappresentata dall’Amazzonia, dove non si possono costruire bacini idrici e dove la costruzione di impianti ad acqua fluente è troppo costosa e non sufficiente a risolvere il problema dell’intermittenza energetica quando non piove. Dal momento che l’espansione di questa fonte non è possibile, ed essendo il settore energetico molto dipendente da essa, vengono continuamente commissionate centrali termoelettriche a combustibile fossile al fine di soddisfare i bisogni del Paese in termini di energia elettrica. L’utilizzo di un numero maggiore di centrali termoelettriche a combustibili fossili per contrastare l’intermittenza delle risorse idroelettriche potrebbe causare un altro problema: un aumento delle emissioni di gas serra, un problema di cui il settore energetico brasiliano non deve preoccuparsi troppo al momento. A differenza di altri Paesi, l’energia elettrica e il riscaldamento emettono in Brasile solo l’8 percento dei gas serra, mentre in Cina, negli Stati Uniti e nell’Unione europea, le emissioni in questo settore ammontano rispettivamente al 42, al 38 e al 35 percento (secondo i dati CAIT Climate Data Explorer, World Resources Institute, 2017). Con il proprio Contributo determinato a livello Nazionale (NDC), nell’ambito dell’Accordo di Parigi, il Brasile si è impegnato a ridurre le emissioni di gas serra al di sotto dei livelli del 2005 del 37 percento entro il 2025 e del 43 percento entro il 2030. Per poter raggiungere tali valori, tra le altre misure, le quote dei biocarburanti sostenibili e delle energie rinnovabili (ad eccezione dell’energia idroelettrica) all’interno del mix energetico devono aumentare fino al 18 e al 45 percento entro il 2030. Quindi, l’utilizzo di più centrali termiche a combustibili fossili contribuirà a ulteriori emissioni e potrebbe minare gli sforzi del Brasile volti a ridurre le emissioni di anidride carbonica della propria economia. L’alternativa potrebbe essere quella di aumentare la produzione di energia eolica e solare, utilizzando l’idroelettrica esistente come una sorta di “batteria” per compensare la variabilità di tali fonti (e con una quantità minore di centrali termoelettriche per garantire l’approvvigionamento). I maggiori investimenti nell’efficienza energetica rappresenterebbero inoltre un’opzione valida per ridurre il carico in termini di potenza erogata e per ridurre la necessità di costruire nuove centrali elettriche. Tale aumento delle fonti alternative di energia e dell’efficienza energetica comporta inoltre la possibilità di investimenti del settore privato, sia all’interno del Paese che all’estero.

La corsa degli investitori stranieri

Tutti questi mutamenti nel settore energetico brasiliano stanno attirando investitori da molti Paesi. A causa della recessione, le società statali brasiliane, come Petrobras ed Eletrobras, stanno vendendo le loro partecipazioni in progetti energetici. Anche BNDES, la Banca per lo sviluppo brasiliana che ha tradizionalmente finanziato molte infrastrutture, ha dovuto ridurre il proprio contributo finanziario a questi progetti. Inoltre molte società di costruzione brasiliane sono coinvolte in casi di corruzione, e di conseguenza stanno vendendo a loro volta le proprie quote relative agli impianti energetici esistenti all’interno dei settori dell’energia e del petrolio e del gas. Anche la loro partecipazione a nuove aste in futuro sarà meno frequente. Le società cinesi, per esempio, hanno già investito nel livello pre-salt nel 2013. CNPC e CNOOC detengono il 20 percento delle azioni del consorzio che sta esplorando l’area Libra. Nel settore dell’energia elettrica, China Three Gorges (CTG) è il maggiore produttore privato di energia, mentre State Grid possiede linee di trasmissione per più di settemila chilometri e ha inoltre acquisito una società di servizi. A questo proposito, anche se la domanda di elettricità è diminuita a causa della recessione, sono necessari investimenti in linee di trasmissione per collegare nuove centrali elettriche rinnovabili alla rete nazionale. Una recente asta relativa alle linee di trasmissione, risalente all’aprile 2017, è stata considerata un successo dal governo e ulteriori aste sono previste in futuro: due probabilmente avranno luogo quest’anno e un’altra nella prima metà del 2018. Anche altri Paesi, come il Canada, il Giappone, la Francia e l’Italia, stanno investendo nel settore energetico brasiliano. L’azienda italiana Enel Green Power sta investendo in molti progetti eolici e solari (la società è ad esempio responsabile del più grande impianto solare costruito in America Latina, con 292 MW di capacità installata). Al fine di ridurre il proprio debito, Petrobras sta vendendo alcune delle proprie attività nel settore del petrolio e del gas che interessano diversi investitori esteri. Un consorzio guidato dalla società di gestione patrimoniale canadese Brookfield ha acquistato dei gasdotti nella regione sudorientale, la zona più popolosa del paese, dove si trovano São Paulo e Rio de Janeiro. Altri beni di Petrobras, come i gasdotti della regione nordorientale, le centrali termoelettriche e la società di distribuzione BR Distribuidora, potrebbero essere venduti in futuro. Tutti i mutamenti che il Brasile sta affrontando avvengono in un momento in cui anche lo scenario energetico mondiale sta vivendo una trasformazione. Con la ratifica dell’accordo di Parigi, la maggior parte del mondo ha accettato di modificare le modalità con cui genera e consuma energia al fine di ridurre le emissioni di gas serra e combattere il cambiamento climatico. Investire in energie rinnovabili è inoltre positivo per la sicurezza energetica visto che, in fondo, qualunque Paese ha accesso all’energia del sole e all’energia eolica. Questo sforzo comune è senza precedenti e sembra puntare a un futuro in cui l’integrazione energetica potrà diventare realtà: in fondo quando gli obiettivi sono simili, l’integrazione rappresenta l’opzione migliore. In Europa l’Unione energetica sta portando il continente in questa direzione. In America Latina, tuttavia, ogni Paese deve affrontare problemi differenti e ciò rende difficile la creazione di un piano di integrazione più generale. Il caso del Brasile, discusso nel dettaglio nel presente articolo, rappresenta l’esempio principale di questo dilemma. Ci sono questioni politiche ed economiche da affrontare prima che il Paese possa avviarsi su un percorso di sostenibilità e transizione energetica. È anche il caso dell’Argentina: dopo anni di crisi economica, l’anno scorso si sono svolte aste che comprendevano progetti nell’ambito delle energie rinnovabili. E ulteriori aste, anche relative a linee di trasmissione, sono previste in futuro. D’altra parte, entrambi i Paesi hanno recentemente scoperto grandi riserve di combustibili fossili: lo strato di petrolio e gas pre-salt in Brasile e le riserve non convenzionali di gas naturale a Vaca Muerta, in Argentina. L’esplorazione di tali riserve può generare reddito e posti di lavoro in due Paesi in cui sono necessari. Quindi, anche se i Paesi emergenti hanno il potere di dettare le tendenze energetiche del futuro a livello globale – come avviene per la Cina e l’India – in America Latina sono altre le priorità sociali ed economiche che vengono prima della transizione energetica.

Le prospettive future

Le prospettive sono comunque buone. I paesi dell’America Latina possono anche essere in ritardo di qualche anno in questo processo di transizione verso un’energia più pulita, ma alla fine anche loro raggiungeranno gli altri Paesi. La maggior parte dei Paesi della regione sono democrazie giovani, in cui i cittadini stanno ancora imparando i loro ruoli, i loro diritti e le richieste da fare ai loro governi. Esistono alcuni accordi di libero scambio e altri trattati diplomatici a livello regionale ma, a causa dei problemi economici e istituzionali degli ultimi anni, non vengono molto sfruttati. Nel complesso la corruzione è ancora un problema diffuso nei paesi dell’America Latina, ed è un elemento che comporta lo spreco di importanti risorse di reddito in una regione in cui sono già scarse. Tuttavia, anche il potenziale è immenso, soprattutto in campo energetico. L’esplorazione sostenibile di queste risorse energetiche rappresenterà la prossima grande sfida per il Brasile e per l’America Latina, ma nello stesso tempo ne deriveranno anche grandi opportunità. E, in qualità di una delle maggiori economie della regione, il Brasile è adatto ad essere in prima fila in questo processo.