Tessere che combaciano
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L'impegno, senza precedenti, di paesi come Arabia Sauditae Russia, e l'inattesa svolta statunitense nei confronti degli idrocarburi fa presagire una "tenuta" degli ultimi accordi petroliferi

Dopo più di due anni di offerta fuori controllo, dal primo gennaio 2017 un nutrito gruppo di paesi ha deciso di ridurre la propria produzione di petrolio. Sono 24, 13 dell’OPEC e 11 fuori dal cartello. I paesi coinvolti contano per il 55 percento della produzione mondiale, con 52 milioni di barili al giorno, 34 di provenienza OPEC e 18 da parte non-OPEC. Mai in passato si era visto un tentativo così esteso; del resto, mai in passato l’eccesso di offerta era stato tale, con prezzi scesi da 110 dollari al barile, ad inizio 2014, a meno di 30 dollari nel gennaio 2016. Ad inizio 2017, le quotazioni sono tornate a 55 dollari, anche grazie ad un alto grado di rispetto degli impegni sui tagli produttivi. L’accordo OPEC, siglato il 30 novembre 2016, prevede un tetto di 32,5 milioni di barili al giorno, circa 1,2 milioni bbl/g in meno rispetto ai picchi storici di 33,7 del novembre 2016. L’intesa relativa al versante non-OPEC, annunciata il 10 dicembre 2016, prevede un’ulteriore riduzione per altri 0,6 milioni bbl/g, che porta il totale di riduzione a 1,8 milioni bbl/g. Una simile riduzione dell’offerta, se confermata per tutto il primo trimestre 2017, era stata osservata solo nel lontano 1999, quando partì il lungo ciclo rialzista che, salvo la momentanea interruzione del 2009, è durato fino al 2014. Da allora, una coincidenza di eventi, congiunta allo scontro tra Arabia Saudita e Iran, ha innescato un forte incremento dell’offerta ben oltre quello che la domanda, peraltro in frenata, era in grado di assorbire. Quello che si intravede, nella sempre più complessa situazione del mercato petrolifero, è un corto nei prossimi anni che prepara il terreno per un futuro ciclo rialzista che mira alla soglia dei 100 dollari al barile. Negli ultimi 50 anni, la domanda non ha mai smesso di crescere, con un ritmo medio di 1,2-1,5 milioni bbl/g ogni anno. Negli ultimi 30 anni i consumi sono aumentati di un terzo, per complessivi 36 milioni bbl/g in più. La maggiore lentezza o velocità con cui l’offerta segue il trend dei consumi, determina gli andamenti di fondo dei prezzi. Con la produzione in salita rapida, le scorte salgono e i prezzi scendono; il contrario accade con la domanda che sale, sostenuta dell’offerta. Ciclicamente questi periodi si alternano e determinano forti oscillazioni dei prezzi. All’inizio del 2017, con un forte calo della produzione e con una domanda che procede costante nella sua crescita, come fosse un motore diesel, si prospetta l’avvio di un nuovo ciclo. Tuttavia, alcuni elementi concorrono nel conferire maggiore equilibrio: da una parte la produzione statunitense e, dall’altra, le innovazioni tecnologiche, soprattutto l’auto elettrica.

Un'intesa che non ha precedenti storici

Un accordo così allargato, che vede coinvolti tutti i principali protagonisti del Medio Oriente, non lo si registrava dal 1998. Fondamentale, come di consueto, è stato il riavvicinamento fra Arabia Saudita e Iran, dopo un anno di estenuanti negoziazioni. Nel quadro di incertezza che caratterizza la risorsa petrolio, una regola dominante è che quando le relazioni tra i due Paesi migliorano i prezzi salgono, mentre se litigano, come accaduto fra il 2014 e il 2016, i prezzi scendono. La minaccia di un pieno ritorno sul mercato dell’Iran aveva spinto i sauditi ad inondare il mercato con una produzione addizionale. Riyad non aveva gradito che gli americani e gli iraniani fossero tornati ad avere buoni rapporti, in quanto ciò rappresenta una minaccia per le loro ambizioni di leadership su tutto il Medio Oriente. Il disimpegno di Obama dall’Iraq, nel 2011, aveva determinato un vuoto su cui si sono inseriti l’instabilità interna e l’Isis. Per cercare di risolvere il problema Washington ha chiesto l’aiuto di Teheran il cui intervento ha determinato, come contropartita, la richiesta della fine delle sanzioni sul nucleare. Minacciata, e anche un po’ delusa dagli americani, l’Arabia Saudita ha deciso improvvisamente di spingere sulla produzione per difendere la propria quota di mercato, in vista del potenziale ritorno sul mercato della produzione iraniana che sarebbe potuta risalire dagli attuali 2,5 ai 4 milioni bbl/g, quota raggiunta precedentemente alle sanzioni. Un’azione di questo tipo trovava una giustificazione nel tentativo di porre un argine alla più costosa produzione americana da fracking, ovvero quella che, al di là della politica, incombe sulle quote di mercato saudite. Il crollo dei prezzi che ne è seguito è stato di intensità inaspettata anche per gli stessi sauditi che speravano di esercitare maggiori pressioni sugli iraniani e di ottenere cali più marcati di produzione negli USA. Dopo due anni, però, hanno dovuto accettare quello che oggi sembra ovvio, ovvero che gli iraniani, finite le sanzioni, potessero tornare a produrre 4 milioni barili giorno, la soglia su cui la sua produzione è sostanzialmente stabile da 20 anni. Chi manifestava un disperato bisogno di un accordo erano tutti gli altri membri dell’OPEC, quelli ''esterni'' ai dissidi mediorientali. Venezuela, Algeria, paesi tradizionalmente esposti alle oscillazioni del prezzo del greggio, hanno visto peggiorare drasticamente le loro economie e, inevitabilmente, crescere l’instabilità politica interna. Per mesi, inutilmente, hanno fatto pressione su Iran e Arabia Saudita perché si arrivasse ad un accordo. Il grado di rispetto delle quote OPEC risulta molto alto ad inizio 2017; un rigore raramente osservato in passato, e che indica come molti dei membri del cartello abbiano sofferto della situazione pregressa. Due importanti paesi, Nigeria e Libia, sono stati esentati dai termini dell’accordo, perché la loro produzione è di molto inferiore ai livelli normali a causa delle condizioni politiche interne. Questi stessi paesi dovrebbero aumentare la propria produzione, quest’anno, nelle migliori delle condizioni, di 0,5 milioni di bbl/g, crescita che non creerà problemi rilevanti al mercato. A partire dal 1985, quando ci fu il primo di una lunga serie di crolli del prezzo greggio, numerosi sono stati i tentativi dei paesi fuori del Cartello di definire iniziative comuni per controllare la produzione, senza comunque raggiungere importanti risultati. In questo caso appare più stabile e convinto l’appoggio garantito all’accordo da un folto gruppo di paesi non-OPEC, guidatati dalla Russia, il vero elemento che rinsalda le recenti dinamiche. Gli 11 paesi non-OPEC si sono impegnati a ridurre di un altro 0,55 milioni bbl/g, di cui 0,3 a carico di Mosca. Nel precedente tentativo, quello fallito del 2001, la Russia aveva promesso un taglio di 30 mila bbl/g, dieci volte minore rispetto a quanto prospettato con l’ultima intesa, e nonostante ciò l’obiettivo non era stato rispettarlo. Oggi Mosca ha sancito la sua leadership, mentre il taglio promesso risulta più semplice, perché incontra il calo già in atto in molti giacimenti per la carenza di nuovi investimenti che dovevano essere fatti negli ultimi due anni e che sono stati rinviati a causa delle difficoltà finanziarie. Diversamente dall’OPEC, il grado di rispetto dell’accordo non-OPEC appare inferiore, in ragione del fatto che la Russia, per ridurre la propria produzione, ha bisogno di più tempo. Tecnicamente, i suoi giacimenti non prevedono la possibilità di riaggiustamenti immediati con una frenata dei livelli estrattivi.

Venti di cambiamento a Mosca e Washington

L’attivismo politico e militare di Mosca in Medio Oriente ha coinvolto anche la diplomazia del petrolio, visto che la sua economia, già pesantemente provata dalle sanzioni del 2014, dipende, come nessun altra, dall’andamento del barile. La Russia è il secondo esportatore di petrolio, con 5 milioni di bbl/g, dietro solo all’Arabia Saudita, ma è di gran lunga il primo esportatore di gas, circa 200 miliardi di metri cubi ogni anno, pari a oltre 3 milioni di barili giorno equivalenti di petrolio. I prezzi del gas rivolti all’Europa e all’Asia, verso cui sono destinate le esportazioni russe, sono ancora fissati in base agli andamenti di quelli del petrolio. Per tutto il 2016, Mosca ha incoraggiato l’Arabia Saudita ad accettare che l’Iran potesse tornare a produrre sui livelli precedenti alle sanzioni, mentre alla Russia giungevano gli inviti accorati del Venezuela e dell’Algeria affinchè si raggiungesse un maggior coordinamento. Dal febbraio del 2016 la Russia ha partecipato a tre incontri per coordinare una riduzione della produzione e, finalmente, un forte riavvicinamento è arrivato al vertice di fine settembre, a margine del World Energy Forum di Algeri che poi ha spianato la strada agli accordi di fine anno. Per trent’anni, appena Mosca poneva la questione dei prezzi del petrolio, si sollevava da più parti il timore di un eventuale allargamento dell’OPEC; oggi, invece, si sottovaluta il nuovo corso della Russia. L’elemento che più frenerà la spinta rialzista del barile sarà la produzione degli Stati Uniti, che si riteneva potesse crollare con la caduta dei prezzi del 2014, ma che, invece, è calata meno, di circa 0,9 milioni bbl/g, a 12,3 milioni bbl/g; ad inizio 2017 la stessa produzione dà segnali di leggera ripresa. Se i prezzi torneranno, in via stabile, al di sopra dei 60 dollari, la stessa produzione tornerà a crescere in modo più sostenuto. Il processo di riduzione dei costi, avviato dal 2014, non si è mai fermato; nel 2012, in Texas, venivano indicati fra i 70 e i 90 dollari, mentre a fine 2016, nelle aree migliori, si attestavano fra i 40 e i 60 dollari. Nel bacino Permiano, da Dallas a Odessa, in Texas, la produzione è continuata a crescere, le riserve sono state riviste al rialzo, la ricerca di nuove soluzione per risparmiare sull’acqua, sui tubi, sull’affitto di trivelle, sui composti chimici, sulle analisi geosismiche, non è mai cessata. Vengono continuamente applicate nuove soluzioni nella ricerca della migliore stratificazione geologica in cui applicare il fracking. Sono migliaia le aziende che lavorano in questo settore solo nell’area di Odessa e Midland, altre centinaia di migliaia nel resto degli Stati Uniti, e i margini di miglioramento sui costi sono abbondanti. Il settore era cresciuto, quasi dal nulla, fra il 2006 e il 2014, e oggi per il contingente di geologi, chimici, autisti di camion, operai metalmeccanici esperti di valvole e tubi sarebbe difficile trovare un’occupazione alternativa. Il sistema creditizio americano ha sempre aiutato, con tassi di interesse molto bassi e con una certa disinvoltura, a finanziare questa attività, salvo poi non vedere più rientrare le risorse. L’ottimismo, anche nei momenti difficili, come nella migliore tradizione della frontiera americana, non ha mai abbandonato questa sorta di pionieri dell’industria petrolifera mondiale. Se il precedente presidente fosse stato repubblicano si sarebbe potuto attribuire a lui il sostegno maggiore al settore del petrolio, negli ultimi 50 ma, paradossalmente, era un democratico che ha provato ad imporre regole ambientali più stringenti. Grazie alla maggiore produzione, e congiuntamente ad un leggero decremento dei consumi interni, la dipendenza da importazioni di petrolio degli USA è passata da un massimo del 60 percento nel 2005 al minimo del 24 percento nel 2015, valore che non si vedeva dall’inizio degli anni ’80 e che rappresenta un successo proprio per Obama.  Se l’ex inquilino della Casa Bianca non ha fatto molto per sostenere il boom della produzione interna, il nuovo presidente repubblicano Trump farà di tutto per aiutarla. A capo dell’EPA (Environmental Protection Agency) ha messo Scott Pruitt, il procuratore generale dell’Oklahoma, stato petrolifero per eccellenza, famoso per avere guidato azioni legali contro la regolamentazione ambientale, imposta dalla lontana Washington. Sono spariti i timori che l’EPA potesse limitare le attività da fracking, oggettivamente molto impattanti sull’ambiente. Fosse stata eletta la Clinton, certo sarebbe stato l’inasprimento dei vincoli ambientali che avrebbe fatto aumentare i costi di produzione. Trump ha talmente fiducia nei petrolieri che ha scelto come capo della sua diplomazia il texano Rex Tillerson, amministratore delegato della grande ExxonMobil, la più grande compagnia petrolifera mondiale, con sede a Irvin, in Texas, quella con solide radici in Medio Oriente. Tillerson ha una profonda conoscenza di tutta la complessità dell’area e, allo stesso tempo, è stato un abile negoziatore con la Russia di Putin. Nonostante le forti critiche dell’opposizione, la sua presenza da una parte tranquillizza l’Arabia Saudita circa i rapporti con l’Iran, dall’altra garantisce un franco dialogo con Putin, per contenere l’instabilità politica.

Le speranze riposte nella domanda

La domanda di petrolio mondiale, anche nel 2017, raggiungerà un nuovo massimo storico a 97,8 bbl/g, confermando un trend di fondo che ogni anno vede un incremento di 1,2-1,5 milioni di barili al giorno, più o meno l’equivalente della produzione dell’Algeria o della domanda della Germania. Si avvicina così la soglia dei 100 milioni barili giorno, ritenuta 15 anni fa difficile da raggiungere per carenza di riserve. Rispetto agli anni ’70, periodo di profonde crisi, prima quella del 1973 e poi quella del 1979, la domanda è salita di 35 milioni barili giorno e, nonostante i tentativi per ridurla, non accenna a diminuire. Il petrolio rimane la prima fonte a copertura della domanda mondiale di energia con il 35%, quota che cede il passo solo leggermente a favore del gas e delle fonti rinnovabili. Negli ultimi anni, la discussione sul picco del petrolio si è spostata da quello della produzione, che doveva essere causato dall’esaurimento delle riserve, a quello della domanda, che si raggiungerà fra pochi anni, grazie alle fonti alternative e all’auto elettrica. Se ci basassimo sul turbinio informativo della Rete, che crea una sorta di scienza virtuale, sembra sicuro un prossimo cataclisma climatico causato dai fossili, fra cui il petrolio, mentre il suo abbandono, grazie all’affermazione dell’auto elettrica, è questione di pochi anni. In realtà, in attesa di prove più sicure sul clima, la domanda di petrolio continuerà a salire, in quanto la crescita della popolazione, la globalizzazione, il miglioramento delle condizioni di vita di miliardi di persone, comporteranno maggiore ricorso alla mobilità. Questa si realizzerà soprattutto grazie a veicoli a combustione interna che utilizzino grandi quantità di energia che solo i prodotti derivati dal petrolio, come benzina e gasolio, riescono a garantire. I consumi di petrolio, al 2040 continueranno a salire verso la soglia dei 115 milioni di barili giorno, cifra che nel 2016 sembra lontanissima, come del resto negli anni ’80 sembrava superfluo parlare dei 100 milioni barili giorno che verranno raggiunti fra un paio di anni. Intanto, però, ci vorrà del tempo perché le enormi scorte accumulate negli ultimi due anni vengano riassorbite. Le riserve commerciali dei paesi OCSE, ovvero quelle che maggiormente incidono sulle dinamiche dei prezzi, hanno raggiunto un livello record di oltre 3 miliardi di barili, mentre, in termini di prospettive di consumo, hanno raggiunto i 66 giorni. Con il taglio produttivo apportato ad inizio anno da paesi OPEC e non-OPEC, inizieranno subito a scendere, imprimendo aspettative diverse ai prezzi.

Il nuovo paradigma saudita e il futuro

Il principale artefice del mercato petrolifero mondiale rimane l’Arabia Saudita, primo paese per riserve, per produzione, per esportazione e per capacità produttiva inutilizzata. A gennaio 2017 la sua produzione ha segnato una flessione di oltre 0,5 milioni barili giorno, un taglio che non si vedeva da oltre un decennio e che evidenzia la determinazione saudita a fare da leader nella ripresa dei prezzi. Il regista è il nuovo ministro del petrolio, Khalid Al-Falih, già presidente di Saudi Aramco, società che da sempre forma i migliori funzionari statali. La sua nomina, ad aprile 2016, ha un po’ ridimensionato le velleità del giovane principe Mohammed bin Salman, figlio di 32 anni del re Salman, salito al trono a gennaio 2015, quando il crollo del petrolio era da poco iniziato. Il giovane principe, una sorta di ministro dell’economia, nel corso di alcune recenti dichiarazioni, nel gennaio del 2016, ha spiegato la sua ''Vison 2030'', in base alla quale l’economia del paese si dovrà progressivamente affrancare dalla dipendenza dalle esportazioni del petrolio. Conosce bene i problemi di un sistema parassitario fatto di milioni di persone che fanno finta di lavorare con stipendi statali che derivano attraverso le esportazioni petrolifere dell’Aramco. Inoltre, in quanto persona sempre connessa alla rete, è convinto che presto il suo petrolio diventerà nient’altro che roccia nera priva di valore, una volta che, fra pochi anni, l’auto elettrica subentrerà ai motori a scoppio. Il ministro del petrolio, più anziano e con più esperienza, sa bene che ciò avverrà fra molto tempo e che di petrolio ce ne sarà bisogno ancora a lungo. L’accordo OPEC del 30 novembre 2016, quello del 10 dicembre 2016 del gruppo non-OPEC guidato dalla Russia, l’alto grado di rispetto degli accordi ad inizio 2017, l’impegno dell’Arabia Saudita, sono tutte ragioni che fanno ritenere che il mercato si stia dirigendo verso un nuovo ciclo caratterizzato da domanda che cresce di più dell’offerta. Un decennio fa, la forte crescita della domanda cinese era seguita lentamente dalla crescita dell’offerta e ciò fece salire i prezzi a 140 dollari per barile nel luglio 2008. Ci si è un po’ dimenticati della facilità con cui vennero raggiunti quei valori oggi impensabili. E’ vero che un forte aiuto venne dalla degenerazione della finanza, anche questa non completamente sparita e che spera in qualche nuovo aiuto da parte di Trump. Oggi, le cose sono un po’ diverse. La domanda sale meno, l’economia cinese ha rallentato, l’India non è in grado di mantenere gli stessi ritmi di crescita, i motori a combustione interna, che vanno a benzina o gasolio, segnano miglioramenti di efficienza continui, nonostante la trazione elettrica compia passi avanti, ma sempre in un contesto di auto ibride. Sul lato dell’offerta, gli Stati Uniti, con i prezzi in ascesa, aumentano la produzione, ma con volumi ancora limitati e non disponibili per il mercato internazionale. Il taglio alla produzione di inizio 2017 fa ritenere come sia altamente probabile l’aumento dei prezzi, ma l’importante è che ciò non avvenga con improvvisi shock al rialzo, il male antico di questo mercato, e che l’OPEC sappia, questa volta, governare meglio il cambiamento.