La lezione americana sul gas e il clima

La lezione americana sul gas e il clima

Davide Tabarelli | Presidente e cofondatore di Nomisma Energia
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Nonostante le dichiarazioni del presidente eletto Trump, gli Stati Uniti difficilmente arretreranno dall'intento di minimizzare l'effetto delle emissioni di CO2, obiettivi già largamente raggiunto grazie all'incremento della produzione di gas attraverso il fracking, aumento che ha reso questa risorsa più economica del carbone per la produzione di energia elettrica

Obama, il presidente democratico del "Yes we can" lascia il posto, dopo otto anni, ad un repubblicano che ha costruito la sua vittoria sulle critiche alle promesse mancate e su un approccio molto crudo alla questione climatica. Qualcosa, però, Obama l’ha fatto per il clima. La sua Amministrazione ha permesso l’impennata della produzione di gas, andato a sostituire il carbone nella generazione elettrica, con conseguente crollo delle emissioni di CO2 nella generazione di elettricità. Gli Stati Uniti sono il primo paese al mondo per emissioni pro capite di CO2, circa 16 tonnellate all’anno, contro le 6 dell’Europa, le 7 della Cina e 1 della parte più popolata e povera del mondo, l’Africa. Ciò che accade negli USA è importante per due ragioni: primo per le dimensioni delle emissioni coinvolte, secondo, perché è un mercato che anticipa, per il resto del mondo, l’adozione di nuove tecnologie e l’efficacia delle politiche. I toni estremi, come mai in passato, dello scontro politico nelle elezioni vinte da Trump l’8 novembre, hanno consolidato lo stereotipo che un presidente, con la sua azione di governo, possa indirizzare in una maniera o nell’altra l’energia e le emissioni degli USA. I presidenti repubblicani a favore dei fossili e indifferenti alle emissioni, quelli democratici per il cambiamento di abitudini e contro il petrolio e il gas. La realtà è molto diversa: i trend di fondo sono definiti e solidi e dipendono, solo in parte, da quanto Washington decide, mentre innovazione tecnologica e tessuto imprenditoriale lavorano insieme indipendenti dalla politica. Questo lo conferma proprio l’esperienza di Obama, che doveva essere un presidente contrario alle trivellazioni, ma che, invece, ha ottenuto i migliori risultati ambientali proprio grazie all’industria petrolifera, nemmeno quella tradizionale delle grandi compagnie, ma quella del fracking, la fratturazione idraulica tecnologia controversa per i suoi effetti sull’ambiente.

Il crollo delle emissioni con la presidenza Obama

Da quando Obama venne eletto nel 2008 a tutto il 2016, quando uscirà dalla Casa Bianca, le emissioni complessive degli USA sono scese del 14% (oltre 680 milioni di tonnellate di CO2 in meno) a 5,1 miliardi tonnellate, il 16% del totale mondiale. Il taglio, pari ad oltre una volta e mezzo le emissioni dell’Italia, è stato ottenuto soprattutto grazie all’esplosione dei consumi di gas nella generazione elettrica al posto del carbone, a cui si sono aggiunti, in ordine di importanza, la crescita delle fonti rinnovabili e l’efficienza energetica. Per la prima volta nella storia secolare dell’industria elettrica americana, nel 2016 la produzione elettrica da gas ha superato quella da carbone ed il gas è diventato la prima fonte con il 36%, seguito dal carbone al 27%, dal 20% del nucleare, dal 16% delle rinnovabili e da un rimanente 1% di petrolio. La produzione di gas degli USA è aumentata di oltre un terzo, a 756 miliardi di metri cubi anno, livello che li colloca abbondantemente al primo posto come principale produttore di gas, davanti alla Russia che, aspetto significativo, ha riserve convenzionali superiori di 3 volte. Il costante incremento dell’offerta, ottenuto soprattutto con la rivoluzione della fratturazione idraulica, ha mantenuto i prezzi del gas a livelli bassi, sotto i 10 euro per megawattora, in media la metà di quelli dell’Europa o del mercato internazionale del gas liquefatto. Prezzi bassi si sono tradotti in convenienza per le centrali elettriche ad utilizzare gas al posto del carbone. La produzione elettrica da gas in cicli combinati è salita di circa 550 miliardi di chilowattora e ha spiazzato una uguale produzione da carbone. Un chilowattora prodotto con gas in cicli combinati ha emissioni di 0,35 chili di CO2, mentre il chilowattora da carbone emette 0,85 chili, una differenza di mezzo chilo che, moltiplicato per i 550 miliardi di chilowattora comporta una riduzione totale grazie al gas di 275 milioni tonnellate. Le fonti rinnovabili, nello stesso periodo, sono cresciute di 225 miliardi chilowattora, volume addizionale, totalmente privo di emissioni, che è andato a sostituire un uguale ammontare di quelle da carbone, con un taglio alle emissioni di CO2 pari a 190 milioni tonnellate all’anno. Il gas, in sostanza, ha fatto di più delle rinnovabili nella produzione elettrica.

La fratturazione delle rocce negli USA o l'elaborazione di volumi enormi di dati del sottosuolo, sono innovazioni tecnologiche spesso criticate, ma che consentono all'offerta globale di energia di crescere e portare energia a miliardi di persone

Nel mondo il gas è molto abbondante

Tale calcolo è replicabile anche per altri Paesi e per il resto del mondo. In sostanza il rallentamento a cui stiamo assistendo della crescita delle emissioni globali è dovuto prima di tutto al maggiore uso del gas in sostituzione del carbone, a cui si affianca anche la crescita delle fonti rinnovabili. Il problema degli USA è che la fratturazione idraulica è invasiva sull’ambiente e comporta critiche e forme di limitazioni che, a livello di singolo Stato, il nuovo Presidente, per quanto favorevole, potrà fare ben poco nel limitarle. Il movimento di camion, il consumo di acqua, il rischio di contaminazione delle falde e, ultimamente, anche la micro sismicità, sono tutti problemi che saliranno di importanza e tenderanno a limitare un maggiore sfruttamento delle enormi riserve di gas disponibili. Per il resto del mondo la fratturazione idraulica è meno fattibile. Tuttavia, anche senza il fracking di gas nel mondo ce n’è tantissimo. Ancora oggi, tutto il gas consumato fuori dagli USA proviene da giacimenti convenzionali che, grazie agli investimenti in nuove tecnologie di ricerca, sono stati scoperti di recente con maggiore frequenza. La difficoltà di questo gas, a differenza di quello da fracking americano, è che non ha a fianco una rete fitta di gasdotti per trasportarlo appena prodotto ai centri di consumo. La lezione dagli USA è che nei prossimi anni occorre estendere le reti, incrementare i terminali di liquefazione e di rigassificazione, migliorare le tecnologie per il trasporto via nave e lo stoccaggio nei centri di consumo, in particolare dell’Asia. La rivoluzione del fracking, destinata a continuare, e le scoperte di giacimenti giganti in nuove aree ci confermano che di gas ce n’è tantissimo. Questa è un’ottima notizia per l’ambiente, perché nella produzione di elettricità, la cui domanda è in forte crescita, aiuterà a contenere le emissioni di CO2, affiancando la crescita delle rinnovabili.