La trappola del prezzo
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La spinta riformatrice del piano Saudi Vision 2030 potrebbe attenuarsi se il petrolio tornasse sopra gli 80 dollari al barile. Tale soglia assicurerebbe, infatti, l'equilibrio di bilancio. Un'altra sfida per Vision 2030 potrebbe arrivare dalla natura conservatrice della cultura saudita

L’Arabia Saudita è la diciannovesima potenza economica del mondo, il maggiore esportatore mondiale di petrolio, la principale fonte di greggio per le economie asiatiche e un importante fornitore di Europa, Stati Uniti e molte altre zone del mondo. Dispone delle più ampie riserve note di petrolio convenzionale, per un totale di circa 800 miliardi di barili con circa 266 miliardi di barili di riserve accertate. L’Arabia Saudita è stata la culla dell’Islam: ogni anno milioni di musulmani vi si recano in pellegrinaggio (Umrah e Hajj) e 1,6 miliardi di credenti pregano 5 volte al giorno rivolti verso La Mecca. L’Arabia Saudita è anche un forte sostenitore di due importanti stati dell’area: l’Egitto e la Giordania. Il Regno si trova al centro di complessi e onerosi conflitti in Yemen, in Siria e in altre zone, e costituisce il cardine del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), che non è soltanto un’associazione di natura economica, ma anche difensiva. Questi solo alcuni dei numerosi motivi per cui l’Arabia Saudita è un Paese così importante per gli equilibri regionali e mondiali.

Potenziali minacce interne ed esterne

#Arabia Saudita vuole aumentare l'importanza del settore privato, attrarre #investimenti #esteri e aumentare i #risparmi interni

Il Paese ha avuto seri problemi con il terrorismo sul proprio territorio: negli ultimi anni è stato oggetto di numerosi attacchi da parte di diversi gruppi estremisti. Contrariamente alle opinioni diffuse, i sauditi stanno facendo molto per contrastare il terrorismo. Laddove l’Arabia Saudita dovesse affrontare una minaccia alla propria esistenza da parte dell’ISIS o di altri gruppi terroristici, il mondo intero si troverebbe a dover fronteggiare insieme a lei una calamità strategica di dimensioni colossali. Non sarebbe in pericolo soltanto l’Arabia Saudita, ma anche la base della quinta flotta della marina statunitense in Bahrain e l’imponente base aerea di Al Udeid in Qatar. Se l’Arabia Saudita cadesse nelle mani degli estremisti, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Bahrain, l’Iraq, la Giordania, l’Iran e molti altri Paesi della regione sarebbero esposti a gravi rischi, con pesanti ripercussioni in tutto il mondo.

Gli aspetti che destano le maggiori preoccupazioni a livello globale riguardano la dipendenza dal prezzo del petrolio, la dipendenza dai mercati finanziari globali, la percezione delle minacce alla sicurezza da parte di diversi soggetti sulla scena mondiale e i rapporti tra il mondo musulmano e quello non musulmano. Gli aspetti che destano le maggiori preoccupazioni a livello regionale riguardano la sicurezza e la prosperità del GCC e degli altri alleati e partner, come l’Egitto, la Giordania e il Marocco. Questi timori comprendono anche la percezione delle minacce dirette provenienti da alcune figure in Yemen, Siria, Iraq e soprattutto in Iran. A livello nazionale preoccupano le minacce interne da parte di cellule terroristiche e la potenziale instabilità nella Provincia Orientale, una zona prevalentemente sciita in uno stato dominato da sunniti. I sauditi sono preoccupati per il comportamento dell’Iran, che sta alimentando i disordini in questa zona del Paese. I timori a livello nazionale riguardano anche la disoccupazione, la sottoccupazione e le relative implicazioni, potenziali ed effettive, di natura sociale e in termini di sicurezza.

Negli ultimi decenni il petrolio ha dominato l'economia saudita: esso costituisce il 35-45% del PIL del Regno e gli introiti derivanti dalla vendita del petrolio rappresentano l'80-90% degli introiti totali.

Economia e sicurezza nazionale

L’Arabia Saudita ha bisogno, come qualsiasi altro Paese, di un’economia forte, stabile e in espansione per affrontare i problemi globali, regionali e nazionali. La disoccupazione media nel Paese si attesta a circa l’11,2%, mentre la percentuale di sottoccupazione è molto più elevata. Queste due condizioni sono fonte di stress per i cittadini e di potenziale stress sociale e instabilità. È importante sottolineare che il tasso di disoccupazione tra i giovani di età compresa tra 15 e 30 anni è in media superiore al 35%, mentre, tra i ragazzi di età compresa tra 15 e 19 anni, si avvicina al 50%. Il 60% dei sauditi ha meno di 30 anni. Le donne, risorsa fortemente sottoutilizzata, pur costituendo la metà della popolazione del Paese, presentano un tasso di partecipazione al mercato del lavoro molto ridotto (circa il 20%) e, tra quelle che provano a inserirsi, si riscontra un tasso molto elevato di disoccupazione (circa il 30%). La maggior parte dei sauditi è impiegata nel settore pubblico, che in media offre una retribuzione più elevata di circa il 70% rispetto al settore privato. Al contempo, il settore pubblico è spesso molto meno produttivo di quello privato. La retribuzione dei dipendenti pubblici rappresenta una grossa fetta del bilancio statale: è aumentata rapidamente da quando la "Primavera araba" sconvolse questa zona e il mondo intero, tuttavia non si può dire lo stesso per la produttività.

La maggior parte delle persone che lavorano nel settore privato è costituita da immigrati provenienti dall’Asia meridionale, dal Sud-est asiatico e dal mondo arabo. In genere lavorano con contratti a tempo determinato, mentre molti degli impieghi statali sono a lungo termine, se non a tempo indeterminato. Il trasferimento dei sauditi dal settore pubblico a quello privato sarà molto complesso, ma purtroppo ogni volta che si riscontra una volatilità tendente al ribasso nel prezzo del petrolio, vengono esercitate pressioni proprio in questo senso.

C’è un enorme divario tra il sistema scolastico saudita e le professionalità di cui il Paese ha bisogno. Il sistema di istruzione elementare non sta marciando ai livelli auspicati dal Re precedente, in seguito ai notevoli investimenti in quest’ambito, che potrebbero essere pari al 20-25% del bilancio. Purtroppo circa il 50% degli studenti universitari sauditi ha interrotto gli studi.

Negli ultimi decenni il petrolio ha dominato l’economia saudita: esso costituisce il 35-45% del PIL del Regno. Le esportazioni di petrolio, pari al 75-80% delle esportazioni totali, rappresentano il 30-40% del PIL e gli introiti derivanti dalla vendita del petrolio rappresentano l’80-90% degli introiti totali. Le percentuali minori si riscontrano nei periodi in cui il prezzo del petrolio è più basso, mentre quelle maggiori si riscontrano quando il prezzo è più alto. C’è una chiara correlazione tra le fluttuazioni del prezzo del petrolio e quelle del PIL in Arabia Saudita. Le due curve seguono quasi la stessa traiettoria. Quando il prezzo del petrolio aumenta, il Paese risponde con un aumento della spesa pubblica, vasti progetti edilizi e ambiziosi piani per la costruzione di nuove città, infrastrutture e tanto altro. Quando il prezzo del petrolio diminuisce, l’Arabia Saudita risponde con il taglio della spesa pubblica e altri piani di sviluppo.

Riyadh ha istituito importanti programmi di contratto sociale, che prevedono istruzione e sanità gratuite e molti altri servizi. Dispone anche di importanti programmi militari e di recente è stata coinvolta in conflitti che hanno comportato un imponente dispendio economico. Quando il petrolio vive un periodo positivo, il governo saudita è generoso con i fondi. Nei periodi negativi, invece, l’Arabia Saudita ha dovuto raschiare il fondo delle proprie risorse finanziarie. I bilanci finanziari sauditi si sono attestati su valori negativi e hanno continuato a peggiorare dall’ultimo crollo dei prezzi del petrolio. Il Paese ha un esiguo debito estero, ma potrebbe aumentare vertiginosamente se i prezzi del petrolio continuassero a mantenersi su livelli così bassi. Di recente si era persino lanciata sui mercati finanziari internazionali per l’emissione di obbligazioni. Ma tutto questo succedeva prima: ora è giunto il momento di dare un taglio a questo circolo vizioso.

I cambiamenti dirompenti della "Saudi Vision 2030"

Le sfide che l’Arabia Saudita sta affrontando con il suo piano "Vision 2030" sono davvero mozzafiato. Il piano intende ridurre la disoccupazione ufficiale da più dell’11% al 7% circa, aumentando il livello di partecipazione delle donne nell’economia dal 20% al 30%. Un traguardo tecnicamente ed economicamente possibile ma che, a livello sociale, potrebbe dar luogo ad alcune tensioni e causare la resistenza degli ultra-conservatori e non solo. Il Governo punta ad aumentare le entrate da fonti diverse dal petrolio, di circa sette volte rispetto al livello attuale. Il successo, sotto questo aspetto, dipende da come verranno aumentate le imposte, da come verranno gestite le spese e da come il Paese si sposterà verso una serie di settori e servizi più diversificati. Il piano prevede obiettivi ambiziosi per il turismo, fattibili dal punto di vista tecnico ed economico, ma fonte potenziale di problemi a livello sociale. L’Arabia Saudita vuole aumentare drasticamente l’importanza del settore privato, delle piccole e medie imprese e delle organizzazioni senza scopo di lucro, attrarre quantità molto più consistenti di investimenti diretti esteri e aumentare considerevolmente i risparmi interni. Il piano prevede inoltre la parziale privatizzazione della sanità. In ambito energetico, si punta ad un aumento della quota delle rinnovabili nel mix e sono in programma importanti cambiamenti in altri ambiti del settore. L’Arabia Saudita vuole essere molto più competitiva e diventare uno dei principali Paesi nella logistica a livello mondiale. Punta a riformare il settore della difesa e iniziare a sviluppare un settore della difesa sostenibile per conto proprio. La leadership vuole rendere il proprio governo uno dei più efficaci al mondo.
L’Arabia Saudita vuole modernizzare il proprio sistema di istruzione e formazione, un fattore essenziale questo affinché tutte le altre componenti di questo programma funzionino: se, infatti, l’istruzione e la formazione non tengono il passo favorendo i cambiamenti necessari, Saudi 2030 è a forte rischio di fallimento. Dovrà inoltre essere attuato un cambiamento di atteggiamento volto ad accettare le possibilità di impiego nel settore privato. Sarà necessario un cambiamento generale in termini di etica professionale e abitudini di lavoro. L’imprenditoria e lo spirito imprenditoriale devono crescere rapidamente.

L'IPO di Aramco, il PIF e altre fonti di finanziamento

Per finanziare questi ambiziosi progetti l’Arabia Saudita sta delineando diverse idee per la quotazione (IPO) della compagnia nazionale di idrocarburi, Saudi Aramco. A tal fine sarà necessario rendere pubblici moltissimi dati su questo colosso, le sue controllate e molto altro. Attualmente, infatti, non c’è alcuna valutazione reale e verificata della società. Molti sembrano tirare a indovinare la sua valutazione: la stima più diffusa si aggira intorno a 2.500 miliardi di dollari, altre parlano di un range compreso tra 2.000 miliardi e circa 12.000 miliardi di dollari. I dati e le analisi a supporto di tale cifra non sono pubblici e potrebbero non esistere effettivamente in una forma valida. Capire il valore attuale dell’enorme e complesso patrimonio della società potrebbe richiedere un processo lungo e impegnativo. Se vogliamo che sia condotto in modo corretto, questo non si concluderà né domani né nei prossimi mesi. L’IPO prevista per Aramco sembra essere limitata solo al 5% della società (valore che potrebbe aumentare in un secondo momento). Quale sia il 5% che verrà liquidato, e a chi, non è affatto chiaro, come non è chiaro neanche quale possa essere il valore di tale 5%. Le cifre più comunemente associate al 5% si aggirano tra i 135 miliardi e i 150 miliardi di dollari. Il governo saudita ha dichiarato pubblicamente che i proventi derivanti dall’IPO saranno investiti nel suo Fondo di Investimento Pubblico (PIF). Aramco sarà trasformata in una società holding con un consiglio indipendente e sarà forse sottoposta ad altri cambiamenti delle strutture di leadership e delle strategie.
Anche altri asset, come il centro finanziario di Riyadh, confluiranno nel PIF. I fondi proverranno anche da una riduzione di alcune sovvenzioni, dal cambiamento del contratto economico-sociale del Paese e da alcuni cambiamenti fiscali - tutte misure che però non sembrano ancora essere definitive. L’Arabia Saudita dispone ancora di importanti risorse finanziarie. Vanta considerevoli risorse minerarie e di altra natura e soprattutto risorse umane che non sono ancora sfruttate al massimo. È fondamentale che siano prese le decisioni giuste riguardo a tali somme di denaro.

Le speranze e i timori per il prossimo futuro

Se il prezzo del greggio subisse un’impennata e raggiungesse 100 o addirittura 150 dollari al barile, Vision 2030 non sarebbe più necessario. L’Arabia Saudita è in grado di effettuare l’estrazione del petrolio per un costo medio totale di circa 10 dollari al barile, ma ha bisogno di un prezzo del barile che si attesti intorno ai 100 dollari per portare in pari il bilancio statale (secondo alcuni analisti della Deutsche Bank, grazie agli sforzi di austerità dell’ultimo anno, nel 2016 tale soglia sarebbe scesa a 77,60 dollari al barile). Pertanto, ancora una volta, le quotazioni del greggio sono il fattore da tenere d’occhio: se le casse dell’Agenzia monetaria saudita (SAMA) e di altre agenzie iniziassero a riempirsi rapidamente e le pressioni di bilancio si allentassero, potrebbero sorgere pressioni sociali per scongiurare i cambiamenti dirompenti che Saudi 2030 porterebbe con sé. Questa non sarebbe soltanto una prospettiva poco lungimirante, ma anche pericolosa: i prezzi del petrolio possono crollare di nuovo. Potrebbero essere scoperti nuovi grandi giacimenti di tight oil, che incrementerebbero la produzione di petrolio non saudita, proprio come è accaduto negli ultimi anni negli Stati Uniti; così come è probabile che prosegua e si rafforzi la diffusione globale di mezzi di trasporto molto più efficienti, ad alimentazione elettrica e a gas naturale, con un conseguente calo della domanda di carburanti a base di petrolio, impiegati attualmente, a livello mondiale, dal 95% dei mezzi di trasporto (circa il 65% del petrolio utilizzato nel mondo è destinato al trasporto). Le pressioni per l’abbandono dei combustibili fossili per motivi ambientali si fanno sempre più insistenti, con la minaccia dei cambiamenti climatici che diventa sempre più definita e stringente. Molti Paesi promulgano normative e leggi per rispondere alle minacce percepite ed effettive del surriscaldamento globale, ma queste possono influire negativamente sui mercati petroliferi.
Altre sfide per Vision 2030 possono arrivare dalla natura conservatrice della società saudita. È inevitabile pensare a cosa accadde negli anni ’70 in Iran, eterno rivale dell’Arabia Saudita: quando lo Scià provò a rilanciare l’economia e la società persiane senza rispettarne i tempi; la società iraniana reagì molto male a piani di modernizzazione e ai loro effetti. Nonostante il suo carattere profondamente ambizioso, il programma Saudi 2030 è molto più realistico del programma dello Scià, tuttavia la cultura saudita potrebbe riscontrare difficoltà nell’assimilazione dei cambiamenti che ne deriveranno. Queste difficoltà riguarderebbero soprattutto il rapporto settore pubblico/privato e il maggiore coinvolgimento delle donne nel mondo del lavoro e quindi nella vita pubblica da cui deriverà inevitabilmente un certo cambiamento sociale. Con l’imponente passaggio dal settore pubblico a quello privato, si rivelerà necessario un cambiamento delle abitudini di lavoro. Anche il passaggio dal mercato del petrolio, una materia prima molto redditizia che ha permesso all’Arabia Saudita di crescere e svilupparsi semplicemente estraendolo dal suolo e vendendolo, alla manifattura, ai servizi, a settori e progetti a valore aggiunto e caratterizzati da una maggiore competitività, potrebbe dare luogo a cambiamenti sociali. Molti di questi cambiamenti potrebbero essere considerati positivi da alcuni sauditi, ma altri potrebbero contrastarli. Inoltre, molti lavori statali sono molto meno stressanti e impegnativi di quanto potrebbero esserlo altri impieghi nel settore privato. Infine sarebbe necessaria un’evoluzione della classe imprenditoriale rispetto alla condizione attuale.

L’Arabia Saudita, negli ultimi anni, ha fatto molta strada: il Paese odierno è sorprendentemente diverso da quello del 1950 o persino del 1990. I cambiamenti affrontati in passato non sono tuttavia paragonabili a quelli previsti dal piano Saudi 2030 in termini di rapidità, profondità e portata. Se riuscirà a metterli in atto, il governo saudita potrà salvarsi dalle problematiche politiche, economiche e di risorse che si troverà ad affrontare e magari contribuirà a stabilizzare la regione. Se non riuscirà a diversificare, modificare, utilizzare e sviluppare le sue risorse e la sua popolazione in modo migliore, ad essere estremamente sincero, credo che saremo tutti nei guai. Spesso i veri problemi di programmi così ambiziosi e di rottura si nascondono nei dettagli. Quello che l’Arabia Saudita desidera oggi per il 2030 potrebbe non essere ciò che accadrà entro il 2030. La gestione delle aspettative sarà un aspetto fondamentale, in particolare per i sauditi under 30, che rappresentano circa il 60% della popolazione. Un bacino di forza lavoro e una grande speranza dal punto di vista economico.