Un paradosso da recuperare
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Sulla carta il Paese avrebbe risorse energetiche e turistiche per ritrovare prosperità e stabilità, ma le scelte politiche non strategiche e la mancata diversificazione economica, ne mettono a repentaglio la ripresa

Quando Cristoforo Colombo avvistò il territorio che sarebbe diventato il Venezuela, pensò di aver scoperto il paradiso in terra. Ancora oggi è un Paese di straordinaria bellezza, dotato di abbondanti risorse distribuite tra le sue molteplici regioni. Si pensi a Salto Angel, la cascata più alta del mondo, un meraviglioso spettacolo della natura, o alle numerose isole al largo della costa, come l’isola Margarita, con le sue acque cristalline, le splendide barriere coralline, le spiagge candide e le brezze tropicali. Il Venezuela, oltre a vantare, nell’entroterra, una savana, la Gran Sabana, è in parte attraversato dal Rio delle Amazzoni con le sue meraviglie tropicali. E come se tutto questo non bastasse, possiede anche un tratto della Cordigliera delle Ande, che si estende fino al mare. Il Paese è inoltre straordinariamente ricco di terreni fertili. In passato, poi, il Venezuela ha basato la sua economia sull’agricoltura, prima della scoperta dei suoi immensi giacimenti petroliferi, e possedeva anche uno degli specchi d’acqua dolce più grandi al mondo, il Lago di Maracaibo, prima che venisse collegato al mare per il trasporto del petrolio. Un bacino che, recentemente, uno studioso venezuelano ha definito "rovinato". Il Paese non manca del fascino delle culture indigene, alcune delle quali rimaste pressoché intatte. Altre, invece, hanno subito influenze esterne negative, in particolare quelle esercitate dalle compagnie minerarie che sfruttano le terre di queste popolazioni per le attività di estrazione, produzione e trasporto delle materie prime. A influire negativamente su quelle culture e popolazioni sono state anche le organizzazioni dedite al contrabbando e al traffico di droga e combustibili. Il Venezuela ha risorse di diamanti, oro, coltan, feldspato, silice, nichel, ferro, carbone, uranio, bauxite, gas naturale e, soprattutto, petrolio, una risorsa che è diventata predominante nel Paese a partire dall’inizio del XX secolo. Il Venezuela dispone, presumibilmente, delle riserve petrolifere comprovate, e pubblicamente note, più vaste del pianeta. Tuttavia è difficile quantificarle, dato l’enorme aumento delle stime indicate che non sembra essere del tutto sostenibile. Il petrolio venezuelano è di una tipologia molto pesante, che necessita di diluenti, per esempio la nafta, per divenire più utilizzabile. Il Paese importa inoltre greggio leggero dolce dagli Stati Uniti, attraverso Curacao, per miscelarlo col proprio greggio pesante. Le esportazioni USA verso la piccola nazione di Curacao sono aumentate significativamente da quando è diventato legale esportare greggio in Paesi che non siano il Canada e pochi altri. Il Venezuela esporta sempre meno petrolio negli Stati Uniti e si affida sempre di più ai prodotti raffinati provenienti dal mercato statunitense, soprattutto dalla zona di Houston e spesso dalle proprie raffinerie situate negli Stati Uniti e gestite dalla società venezuelana CITGO. Inoltre, il Paese importa petrolio ed esporta prodotti raffinati provenienti dalle Isole Vergini nei Caraibi. Il Venezuela ha anche fatto parte di un progetto denominato Petrocaribe, avviato da Hugo Chavez con l’obiettivo di creare legami tra diversi Paesi caraibici e la sua "Rivoluzione bolivariana". Il programma prevedeva la fornitura di petrolio e prodotti petroliferi ai Paesi aderenti a prezzi di gran lunga inferiori a quelli internazionali. Negli ultimi tempi, tuttavia, questi Paesi hanno ridotto le loro importazioni nell’ambito del programma, incrementando quelle dei mercati internazionali, in virtù delle basse quotazioni petrolifere internazionali. Il Paese che ha tratto maggiori benefici dal progetto Petrocaribe, costosissimo per un Venezuela già in crisi, è stato Cuba. Progetti di tale natura hanno trasformato il petrolio in uno strumento di politica estera. Storicamente, il petrolio è stato sia una maledizione che una benedizione per questo sorprendente Paese: sorprendente per le bellezze naturali e le prospettive, ma anche per come ha sprecato le proprie risorse in dispute politiche, ideologiche ed economiche.

Riserve di greggio senza pari

È plausibile che il Venezuela abbia 300 miliardi di barili di riserve comprovate di petrolio nei propri giacimenti, un quantitativo superiore a quello dell’Arabia Saudita. Ma l’Arabia Saudita produce circa 10 milioni di barili al giorno, mentre il Venezuela ne produce circa 2 milioni. La produzione saudita è stata abbastanza stabile di recente. I cali di produzione verificatisi sono stati infatti intenzionali, a seguito dell’accordo raggiunto negli ultimi mesi fra i Paesi OPEC per procedere ai tagli della produzione. Il calo di output petrolifero del Venezuela, sceso dai 2,7 milioni di barili al giorno del 2005 ai circa 2,3 milioni di barili al giorno, tra il 2009 e l’aprile 2016, non sembra invece voluto. Anche l’ulteriore diminuzione di oltre 400.000 barili al giorno dall’aprile 2016 a oggi appare tutt’altro che volontaria. Questi cali sembrano essere stati provocati, soprattutto, da instabilità politica, mancanza di investimenti della compagnia petrolifera nazionale PDVSA, scarsa manutenzione, e dalle influenze negative sull’economia e sulla politica del Venezuela, tanto da chiedersi come le cose possano ancora funzionare all’interno di PDVSA e nell’intero Paese. La produzione petrolifera era di circa 3,5 milioni di barili al giorno appena un paio d’anni prima della salita al potere di Chavez, nel 1998. Da allora ha subito contrazioni continue. Nel 2002, la compagnia PDVSA ha avuto un periodo di inattività, con l’avvio di una serie di scioperi e chiudendo i propri battenti in risposta a quella che considerava come una minaccia da parte di Hugo Chavez. Per alcuni si è addirittura trattato di un fallito tentativo di colpo di stato da parte della PDVSA, insieme ad altri soggetti, ai danni di Chavez, che reagì licenziando oltre 18.000 dipendenti della società, fra cui alcuni dei suoi migliori ingegneri e manager. Da allora, la PDVSA non è più stata la stessa. Stando al parere di alcuni esperti, la compagnia potrebbe, se gestita adeguatamente, produrre 6 milioni di barili al giorno. Di fatto, ancora oggi si assiste alla fuoriuscita dalla compagnia, e del Paese, di alcuni degli ingegneri e dei manager di punta. Molte persone che oggi lavorano in PDVSA sono lì perché hanno superato una sorta di "selezione" ideologica, e non necessariamente perché possiedano le capacità per gestire la compagnia o per operare al suo interno. Compagnie come la PDVSA, grandi e complesse, hanno bisogno di risorse valide e brillanti in campo energetico, tecnologico, ingegneristico e gestionale, e non di figure che rispondano a determinati criteri politici.

Il Venezuela è grande due volte la California, abitato da oltre 31 milioni di persone e dotato di immense risorse e bellezze naturali. Deve e può tornare a essere un Paese benestante, in salute e molto più felice

Tra declino economico e divario sociale

Da un punto di vista più generale, il Venezuela ha vissuto la cosiddetta diaspora bolivariana perché molti hanno visto le proprie speranze spegnersi a causa della nuova costituzione e delle "riforme" introdotte da Hugo Chavez, decidendo quindi di lasciare il Paese. Sono centinaia di migliaia le persone già emigrate e alcune di esse hanno portato con sé patrimoni, conoscenze e competenze. L’economia e la società venezuelane si trovano in uno stato di declino debilitante. Negli ultimi due anni il PIL del Paese è precipitato a causa non solo del calo dei prezzi del petrolio a livello mondiale ma anche della pessima gestione dell’economia nazionale. La crescita del PIL è tra il -5 percento e il -8 percento. La crisi alimentare si fa sempre più drammatica, con gli scaffali dei supermercati spesso vuoti. Il governo ha permesso alla popolazione di recarsi in Colombia per acquistare generi alimentari che in Venezuela sono ormai merce rara. La povertà è in continuo aumento e l’inflazione è fuori controllo: secondo alcune fonti, avrebbe addirittura superato il 1500 percento. La quotazione ufficiale della valuta nazionale non ha alcun nesso reale con il suo valore effettivo. Il tasso di cambio ufficiale attribuisce alla valuta un valore 20 volte superiore al tasso effettivo del mercato nero. Molti mercati hanno iniziato a pesare la valuta locale, anziché contarla. E numerosi negozi, resort turistici e altre attività commerciali chiedono ora di essere pagati in valuta forte. La valuta più ambita è il dollaro statunitense. Ma i venezuelani vivono per lo più in condizioni di povertà e possiedono pochi dollari. Di fatto ci sono persone in Venezuela che, vivono in condizioni di agio, ma è una percentuale esigua. La maggior parte della popolazione tenta disperatamente di procurarsi anche piccole quantità di cibo da portare in tavola per la propria famiglia. Altri inviano contanti e oggetti preziosi fuori dal Paese e acquistano proprietà negli Stati Uniti e altrove. Per essere un cosiddetto Stato socialista, il Venezuela presenta divisioni sociali ben nette. Tra le principali ragioni alla base delle prime ribellioni di Simon Bolivar e dei tanti colpi di stato degli ultimi due secoli vi sono l’ineguaglianza, il mancato rispetto dei diritti umani, la povertà, il cattivo utilizzo delle risorse e la volontà di limitare l’influenza di forze esterne sullo sviluppo e la politica del Venezuela. Le grandi società petrolifere, soprattutto Standard Oil e in seguito Exxon, hanno dominato l’esplorazione e la produzione di petrolio nel Paese nei primi anni di sviluppo dell’industria petrolifera. Standard Oil, e le altre compagnie petrolifere venezuelane, sono state gradualmente indebolite. Inizialmente, il Venezuela percepiva delle piccole royalty da queste grandi aziende. Poi, negli anni ’50, le royalty sono salite a circa il 50 percento. Il Venezuela è stato uno dei primi Paesi ad aderire all’OPEC negli anni ’60. In seguito le royalty sono aumentate ulteriormente. Infine, nel 1976, il Paese ha nazionalizzato del tutto le società petrolifere inglobandole nella compagnia statale PDVSA. Questo, ovviamente, accadeva nel periodo in cui i prezzi del petrolio erano alle stelle in seguito alla crisi del 1973 e dei boicottaggi petroliferi. Poi, con il rapido declino dei prezzi del petrolio negli anni ’80 e l’assestamento su livelli bassi negli anni ’90, il Venezuela si è ritrovato in una difficile situazione economica a dispetto delle massicce riserve petrolifere del Paese. Una volta resosi conto che la PDVSA rappresentava una fonte di ingenti profitti, il governo iniziò a investire forti somme provenienti dalle entrate della compagnia petrolifera statale in infrastrutture e altri progetti. I venezuelani credettero di avere davanti a loro un nuovo Paese, ricco e destinato a crescere sempre più. Molti pensavano che l’ascesa dei prezzi del petrolio non avrebbe mai avuto fine. I politici che volevano essere eletti o rieletti facevano promesse dispendiose alla popolazione. Ma quando i prezzi petroliferi crollarono, per poi ristagnare negli anni ’80 e ’90, il Venezuela fu costretto a contrarre enormi prestiti e, praticamente, a ipotecare il proprio futuro e il proprio petrolio per pagare quei progetti promessi dalla miopia dei suoi politici. Un comportamento di questo tipo non è inconsueto per un Paese petrolifero, ed è esattamente ciò che è avvenuto anche in Venezuela.

Un equilibrio di difficile individuazione

La stagnazione economica, e i disordini politici che ne sono scaturiti, hanno condotto al primo colpo di stato, mancato, di Hugo Chavez nel 1992. Gli hanno inoltre permesso di continuare ad accrescere il suo potere dalla cella di detenzione, cosa che alla fine portò al suo rilascio perché alcuni ritenevano che Chavez fosse più pericoloso in carcere che fuori. Ma si sbagliavano. Chavez è stato eletto presidente nel 1998 ed è rimasto alla presidenza fino alla sua scomparsa, nel 2013. Ha costruito il suo potere facendo leva sulle frustrazioni e le paure dei poveri e del ceto medio-basso, allontanando molte figure che erano per lui una minaccia, soprattutto in seno alla PDVSA, e prendendosi cura dell’esercito e dei servizi di intelligence in modo che fossero dalla sua parte. Ha sfruttato la PDVSA usandone i proventi per le sue "missioni" economiche e sociali e per i suoi progetti regionali e internazionali, che spesso hanno prodotto, per il Venezuela, più danni che benefici. Le politiche economiche di Chavez, incentrate su massicce sovvenzioni per cibo, combustibili, alloggi, sanità e altri ambiti, determinavano enormi deficit di bilancio e un elevato indebitamento nei periodi in cui i prezzi del petrolio erano bassi, con lievi tregue dalle pressioni economiche e politiche quando invece i prezzi petroliferi si rialzavano. Onestamente, le politiche economiche di Chavez avevano poco senso ai fini della prosperità a lungo termine della popolazione e le sue politiche internazionali prosciugavano il benessere e le ricchezze dei venezuelani. Poi è arrivato Maduro, con la promessa di portare avanti le politiche di Hugo Chavez, a dispetto di una situazione politica ed economica sempre più grave e disastrosa. Il crollo dei prezzi petroliferi, a partire dal 2014, ha accelerato la discesa del Venezuela verso una profonda crisi economica e sociale. Malgrado ciò, il Paese non ha intrapreso quelle modifiche politiche necessarie a rallentare questo processo. La popolazione si è impoverita e ha cominciato ad arrabbiarsi e a perdere la pazienza nei confronti della leadership del Paese. L’esercito è rimasto leale al governo, ma è lecito chiedersi per quanto ancora. Come recita una canzone di Bob Marley, originario della Giamaica, isola vicina al Venezuela: "A hungry mob is an angry mob" (una folla affamata è una folla arrabbiata). E la popolazione venezuelana sta accumulando sempre più rabbia, tanto che potrebbe arrivare al punto descritto in un’altra strofa del brano di Bob Marley: "Cost of livin' gets so high, rich and poor they start to cry" (il costo della vita sale alle stelle, ricchi e poveri cominciano a piangere). Ovvero, quando anche i ricchi e l’esercito "cominceranno a piangere", allora in Venezuela potrebbe accadere qualcosa di sbalorditivo. La disoccupazione dilaga, specialmente tra i giovani. La criminalità è fuori controllo: il tasso di omicidi del Venezuela è tra i più alti del mondo, secondo solo all’Honduras, stando ad alcuni dati. Il Venezuela è anche considerato uno dei più importanti canali per il contrabbando di cocaina proveniente dalle piantagioni e dai laboratori della regione. Le droghe letali destinate agli Stati Uniti e all’Europa spesso passano per il Venezuela. Washington ha appena disposto delle sanzioni nei confronti del vicepresidente venezuelano, accusato di traffico di droga. Altri gravi problemi del Paese sono il contrabbando di armi e di persone e la tratta di esseri umani.

Il Venezuela produce acciaio e alluminio, ma con le materie prime di cui dispone potrebbe produrne molto di più. Potrebbe inoltre ridurre l'importazione di prodotti petroliferi raffinati e petrolchimici: potrebbe infatti avere un'industria petrolchimica competitiva e di prim'ordine

Una soluzione nella diversificazione

Il Venezuela è grande due volte la California, abitato da oltre 31 milioni di persone e dotato di immense risorse e bellezze naturali. È stato il principale fornitore di petrolio agli alleati durante la Seconda Guerra Mondiale e uno dei maggiori esportatori di petrolio del pianeta. È una nazione dotata di un immenso potenziale e che può ancora promettere molto. Deve e può tornare a essere un Paese benestante, in salute e molto più felice. Nei giacimenti venezuelani sono presumibilmente racchiusi oltre 300 miliardi di barili di petrolio, eppure gran parte della popolazione non ha di che sfamare la propria famiglia. Un modo per capovolgere la situazione odierna esiste. È una strada che comporta cambiamenti in molte politiche, specialmente quelle economiche. Diversificare l'economia, in modo che non dipenda principalmente dal petrolio, consentirebbe di preservare il Paese dall’impatto negativo che accompagna ogni sconvolgimento nelle quotazioni del greggio. Di recente, il petrolio rappresentava circa il 95 percento di tutti i proventi da esportazione. Petrolio e gas costituiscono il 25-30 percento circa del PIL venezuelano. I redditi e i profitti della PDVSA, per lo più mal gestita, rappresentano una fetta consistente del budget pubblico. Un altro aiuto potrebbe giungere dalla diversificazione dei mercati di destinazione delle esportazioni. Esportare principalmente verso Stati Uniti, Cina e India sottopone il Venezuela ai capricci delle economie di quei Paesi. Dirottare l’impiego delle materie prime verso utilizzi a valore aggiunto non solo cambierebbe i mercati d’esportazione, ma potrebbe anche contribuire a qualificare le nuove generazioni su tecnologie, metodologie e competenze di gestione innovative nell’industria e nell’agricoltura. Il Paese produce acciaio e alluminio, ma con le materie prime di cui dispone potrebbe produrne molto di più. Potrebbe inoltre ridurre l’importazione di prodotti petroliferi raffinati e petrolchimici: il Venezuela potrebbe infatti avere un’industria petrolchimica competitiva e di prim’ordine. E con la giusta formazione e preparazione e con investimenti adeguati nel settore dei ricambi automobilistici e altri componenti, potrebbe anche iniziare a produrre prodotti tecnologici più sofisticati. Quelli del petrolio e del gas non sono settori in cui si ha un utilizzo particolarmente intensivo di manodopera. Dare lavoro a più persone in attività di valore richiederà probabilmente una riforma economica su più fronti. Il Venezuela potrebbe inoltre diventare una destinazione turistica straordinaria, avendo così tanto da offrire. Ma per fare decollare il settore del turismo, occorre prima risolvere gravi problemi quali la criminalità e la corruzione. Il Venezuela potrebbe contare su milioni di turisti se avesse un contesto legale, sociale e politico migliore. Di recente, il turismo ha registrato un calo del 20 percento su base annua, avendo registrato meno di 800 mila visitatori. Persino il turismo interno è diminuito, date le difficili condizioni economiche dei venezuelani. Tra le svolte politiche che potrebbero sostenere un rilancio del Paese c’è anche l’abbandono di quell’atteggiamento di sfida autodistruttiva che il Paese ha verso il resto del mondo. Questo comportamento, e le relative sanzioni, oltre ad altre condotte correlate, hanno scoraggiato gli investimenti stranieri e altre attività economiche che avrebbero invece potuto aiutare sensibilmente il Paese.

Alleanze internazionali poco strategiche

Il Venezuela è il maggiore importatore di armi dell’America Latina. Per difesa e sicurezza, ha speso ingenti risorse finanziarie che spesso, anziché rendere più protetto il paese, hanno avuto come risultato quello di arricchire gli ufficiali dell'esercito. Un Paese povero e instabile non può essere sicuro e equilibrato. Appoggiarsi alla Russia, una nazione che rappresenta soltanto il 2,3 percento dell’economia mondiale, per farsi aiutare a fronteggiare i debiti non può che essere una mossa a breve termine, data la crescente fragilità della situazione economica di Mosca. La Cina potrebbe essere di maggiore aiuto rispetto alla Russia su più fronti, tra cui gli investimenti diretti esteri e il commercio, ma questa scelta non farebbe che continuare a spingere il Venezuela nell’orbita di quell’atteggiamento di sfida che ha penalizzato così tanto il Paese. La compagnia statale PDVSA avrà bisogno di una profonda trasformazione per migliorare modalità di lavoro, infrastrutture, formazione e management, per citare solo alcuni aspetti. È uno dei fiori all’occhiello del Venezuela, ma negli ultimi tempi è stata danneggiata e mal gestita e si è pesantemente indebitata. L’intero Paese potrebbe trarre giovamento dalla professionalizzazione della PDVSA. Una maggiore qualificazione professionale sarebbe auspicabile anche in altre aziende e in altri settori. Ad esempio, il Paese vanta terreni fertili e zone climatiche molto favorevoli a determinate colture storiche, quali caffè, cacao e iucca. Molti terreni agricoli sono stati nazionalizzati, ma il governo non è stato in grado di metterli sufficientemente a frutto per la produzione alimentare e le altre esigenze agricole della popolazione. La proprietà del resto delle terre, poi, è suddivisa tra pochi soggetti. Il Venezuela, inoltre, conta su esportazioni agricole esigue mentre importa quantità massicce di riso, frumento, farina di soia, carne, latte e altre derrate. È un Paese con molte risorse agricole, ma che importa buona parte dei prodotti alimentari che consuma. Peraltro, di recente non può neanche più permettersi di importare il cibo di cui ha bisogno. Dall’anno scorso, le importazioni di carne sono crollate del 65 percento circa, il pane di oltre il 90 percento, la frutta di circa il 99 percento. Le aziende che trasformano i prodotti agricoli stanno chiudendo perché non hanno materie prime, creando così altri disoccupati. La risposta dell’attuale leadership di fronte a tale situazione sarebbe di costringere i venezuelani a lavorare nel settore agricolo, ma questo farebbe aumentare l’instabilità. Forse il Venezuela potrebbe imparare molto dall’Arabia Saudita e dal suo programma di riforme economiche e politiche che si estende fino al 2030. Per ora il Paese non sembra avere un piano, se non quello di ripetere gli errori del passato. È ora che Caracas intraprenda serie riforme a beneficio dell’intera popolazione e non solo di pochi politici, imprenditori e ufficiali dell'esercito. In caso contrario, non solo la regione sudamericana, ma l’intero emisfero occidentale, e oltre, potrebbe risentire del collasso totale del Paese sudamericano. È probabile che i mercati petroliferi abbiano già calcolato l'effetto, a breve e medio termine, di questa crisi, ma hanno anche considerato la possibilità che il Venezuela rimanga per anni fuori dai giochi, in parte o del tutto, nel momento in cui la domanda di petrolio dovesse cominciare a riprendersi? Le preoccupazioni potrebbero estendersi anche ai mercati del debito, qualora il Venezuela non fosse in grado di far fronte al proprio indebitamento. Per non parlare dei timori strategici che scatenerebbe un eventuale passaggio di proprietà della CITGO alla Russia per via degli ingenti prestiti che il Venezuela deve restituire a Mosca. Il Venezuela gode di una posizione strategica: situato nella punta nord-orientale dell’America Latina, non lontano dall’America centrale, e confinante con Colombia, Guyana e Brasile. Cina e Russia sono suoi alleati e partner commerciali e al contempo concorrenti degli Stati Uniti. Criminalità, droga, corruzione e altre problematiche sociali potrebbero allagarsi all’intera regione, portandola alla rovina totale. Potrebbero inoltre scoppiare duri conflitti interni, con il rischio che sconfinino e assumano una dimensione internazionale. Quindi, è molto meglio avere un Venezuela pacifico, prospero, stabile e socialmente sviluppato, rispetto a un Venezuela instabile, violento, povero, socialmente diviso e arrabbiato. Speriamo che il Paese riesca a imboccare la strada giusta verso un futuro migliore, e di certo può farlo con le giuste decisioni prese da leader che siano orientati allo sviluppo e che abbiano una visione a lungo termine incentrata sulla popolazione del Paese. Sarebbe ora, finalmente.