Sud Sudan, verso il raddoppio della produzione petrolifera

Sud Sudan, verso il raddoppio della produzione petrolifera

Caterina Semeraro
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Il Paese punta a rilanciare la propria produzione nazionale e sviluppare la capacità di raffinazione, sfruttando la propria posizione di primo paese produttore dell'Africa orientale. Attirando investimenti esteri e puntando su un piano infrastrutturale

Ministri e rappresentanti di alto livello dei maggiori paesi produttori di petrolio dell’Africa si sono riuniti la scorsa settimana a Città del Capo, in Sudafrica, per discutere le prospettive del settore, sulle quali continuano a pesare i bassi prezzi del greggio. Una tendenza che ha pesantemente inciso sui bilanci di molti paesi del continente, per i quali le esportazioni petrolifere rappresentano la principale fonte di reddito. Tra questi vi è il Sud Sudan che, nonostante il conflitto interno iniziato ormai tre anni fa, punta a rilanciare la propria produzione nazionale e sviluppare la capacità di raffinazione, sfruttando la propria posizione di primo paese produttore dell’Africa orientale. L’obiettivo, annunciato dal ministro del Petrolio Ezekiel Lol Gatkuoth, è il ritorno ai livelli di produzione antecedenti la guerra civile del 2013, e la vendita di prodotti raffinati ai paesi confinanti.

Un piano di produzione guardando al 2018

"Contiamo di costruire quattro o cinque raffinerie per vendere i nostri prodotti petroliferi in Etiopia, Sudan, Kenya e Uganda", ha detto il ministro parlando a margine della conferenza, senza tuttavia specificare la data d’inizio dei lavori, né i costi da affrontare. Il piano illustrato da Gatkuoth prevede un aumento della produzione petrolifera dagli attuali 130 mila barili a 350 mila barili al giorno, entro la metà del 2018. "Stimiamo di raggiungere i 200 mila barili giornalieri già entro quest’anno", ha detto il ministro, precisando che entro fine anno saranno trivellati 30 nuovi pozzi entro la fine di quest’anno. Per realizzare il programma, il governo di Giuba punta ad attrarre investimenti esteri. Tra le compagnie interessate figurano, al momento, la francese Total e la britannica Tullow Oil che, secondo quanto riferito da Gatkuoth, sarebbero intenzionate a riprendere lo sviluppo dei giacimenti B1 e B2, dopo il fallimento dei negoziati di aprile causato da disaccordi "inconciliabili" su costi e tempi di esplorazione. Le due compagnie "mi hanno scritto annunciando di essere pronte a riprendere i negoziati per raggiungere un accordo", ha detto il ministro. I giacimenti fanno parte del blocco B: 120 mila chilometri quadrati ricchi di risorse petrolifere inesplorate. Il blocco è stato suddiviso in tre licenze (B1, B2 e B3) un anno dopo l’indipendenza del più giovane paese africano, nel 2011, nel tentativo, da parte delle autorità di Giuba, di rinegoziare i contratti di settore stipulati prima della secessione dal Sudan. Un’operazione tesa ad interrompere il monopolio di fatto che la Total ha sul sito, e ad aprire lo sfruttamento del blocco B ad altre compagnie straniere, tra cui la statunitense ExxonMobil. Dopo lo scoppio della guerra civile, nel 2013, le operazioni di sviluppo del sito sono state però congelate.

Investimenti esteri e progetti infrastrutturali

L’instabilità, cui si è aggiunto il crollo dei prezzi petroliferi, ha avuto conseguenze devastanti sull’economia nazionale, provocando un calo del Pil del 6,1 per cento nel solo 2017. Per favorire il ritorno degli investimenti, il governo di Giuba ha potenziato le misure di sicurezza in prossimità dei principali giacimenti, incoraggiando il ritorno nel paese delle tre principali compagnie attive nel Sud Sudan: la cinese China National Petroleum, la malesiana Petroliam National e l’indiana Oil & Natural Gas. In questa direzione va anche l’accordo stipulato con il governo sudanese per la fornitura dell’energia elettrica necessaria a riavviare la produzione negli stati di Ruweng e Northern Liech, al confine con il Sudan, e la revisione della tariffa pagata da Giuba a Khartoum per il transito del greggio verso Porto Sudan, sul Mar Rosso. In base al nuovo accordo, il Sud Sudan pagherà una tariffa più flessibile rispetto ai 15 dollari al barile finora in vigore, definita di volta in volta in base ai prezzi del petrolio sui mercati internazionali. Lo sviluppo del settore potrebbe essere favorito dagli importanti progetti infrastrutturali previsti nei paesi vicini. Primo fra tutti il progetto di costruzione del nuovo oleodotto che collegherà Uganda e Tanzania, unendo la città di Hoima, nell’ovest dell’Uganda, al porto di Tanga, sulla costa della Tanzania. Un’opera che consentirebbe a Giuba di esportare il proprio petrolio, aggirando il Sudan. L’iniziativa è stata ufficializzata dai presidenti di Uganda e Tanzania, rispettivamente Yoweri Museveni e John Magufuli, a margine del XVII vertice dei capi di Stato e di governo della Comunità dell’Africa Orientale (Eac), tenuto ad Arusha nel marzo 2016. Altro progetto d’interesse per Giuba è la prevista realizzazione di una rete regionale di trasporti dell’Africa orientale, che ha in questi giorni compiuto un’ulteriore passo con l’inaugurazione della ferrovia che collegherà la capitale keniota Nairobi alla città portuale di Mombasa. L’infrastruttura è solo la prima parte di un progetto più vasto, la cui seconda fase, che inizierà il mese prossimo, prevede l’estensione della linea dalla capitale keniota Nairobi alla città di Malaba, al confine con l’Uganda. Di qui la ferrovia raggiungerà la capitale ruandese Kigali e proseguirà a nord fino a Giuba. L’opera è stata finanziata dal governo cinese, per il quale lo sviluppo delle infrastrutture in Africa orientale riveste interesse strategico. Pechino, tra i paesi maggiormente coinvolti nello sviluppo del settore petrolifero in Sud Sudan, guarda infatti alla regione come a uno sbocco naturale per la cosiddetta via della seta marittima, iniziativa lanciata dal governo cinese nel 2013 che punta a incrementare gli investimenti e gli scambi interregionali lungo la storica via della seta. Il piano comprende il Corridoio economico Cina-Pakistan, che dovrebbe collegare il porto di Gwadar, nel sud-ovest del Pakistan, con la regione dello Xinjiang, nel nord-ovest della Cina. Una volta ultimato, il progetto fornirà alla Cina uno sbocco sull’Oceano Indiano e un collegamento al Golfo di Aden e al Mar Rosso, come via d’accesso al Mediterraneo. Le ambizioni del governo di Giuba, comunque, si scontrano con le difficoltà del processo di dialogo nazionale, lanciato nel novembre scorso dal presidente Salva Kir al fine di coinvolgere l’opposizione nell’attuazione degli accordi di pace del 2015. Gli scontri armati si sono intensificati a partire dalla scorsa estate, causando l’esodo di migliaia di civili nella vicina Uganda, dove nell’ultimo anno sono giunti oltre 600 mila persone. Il numero di rifugiati sud-sudanesi presenti nel paese ha così superato i 900 mila.