Sfida all'ultimo barile
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Da una parte l'OPEC, che con il taglio alla produzione di greggio tenta di sostenere la risalita dei prezzi, dall'altra la nuova spinta statunitense alla crescita delle quote di shale oil, divenuto più conveniente. Chi si aggiudicherà il predominio dei mercati?

Quello del petrolio è un mercato globale. Le quotazioni sono determinate principalmente dalle borse internazionali o da contratti che si basano sui prezzi negoziati a livello internazionale, più i costi di trasporto e altri costi che, di solito, sono inferiori al valore complessivo della merce trasportata. Esistono diverse tipologie di petrolio. Lo shale oil statunitense è in gran parte un greggio leggero e dolce. Il petrolio OPEC è disponibile in molte varietà, dal greggio leggero e dolce proveniente dalla Libia e dal Kuwait al greggio molto pesante e acido del Venezuela. Alcuni paesi, come l'Arabia Saudita e l'Iran, posseggono diverse qualità di petrolio a seconda del giacimento dove viene estratto. Ma il greggio OPEC non è quasi mai dello stesso tipo del shale oil. Allora, ci si potrebbe chiedere, perché dovremmo considerare lo shale oil in concorrenza con il petrolio OPEC? È certamente più in concorrenza con il greggio dolce e leggero dei paesi OPEC che producono tale tipologia di petrolio, in particolare da quando gli Stati Uniti hanno posto fine al divieto di esportazione di petrolio greggio verso la maggior parte dei Paesi. Prima della mitigazione di tale divieto, l'effetto principale della grande crescita dello shale oil, avvenuta negli Stati Uniti tra il 2006 e il 2014, è stato quello di aver sostituito il petrolio della stessa tipologia importato negli Stati Uniti, nonché il petrolio importato destinato alla raffinazione per uso interno o per essere poi esportato. Le esportazioni statunitensi di prodotti petroliferi sono salite alle stelle da quando la produzione di shale oil è aumentata nel Paese. Le società petrolifere e altre società avevano bisogno di esportare in qualche modo l'aumentata produzione di petrolio – nonostante un divieto all’esportazione della maggior parte di greggio, l’esportazione di prodotti raffinati era permessa. Perciò, per ottenere profitti, le società hanno iniziato a esportare prodotti petroliferi. Molte raffinerie statunitensi non sono attrezzate per il greggio leggero e dolce, ma per le qualità più pesanti e acide. Quindi, si è verificata un’ulteriore sostituzione delle forniture di petrolio più pesante e acido proveniente dai paesi OPEC e non OPEC tramite la miscelazione di queste qualità con lo shale oil, in modo da creare una mistura in grado di essere lavorata dalle raffinerie americane.

La nuova avanzata degli Stati Uniti

Mentre gli Stati Uniti hanno aumentato la loro produzione da inizio 2006 fino al crollo dei prezzi del petrolio, nel 2014, di quasi 4,5 milioni di barili al giorno, di cui la maggior parte era shale oil, tutti i produttori OPEC, complessivamente, hanno aumentato la loro produzione di circa 3,5 milioni di barili al giorno, un dato inferiore a quello registrato dagli Stati Uniti. Il motivo più importante dell’improvviso crollo del prezzo del petrolio a livello globale è stato l'aumento della produzione di shale oil negli Stati Uniti, che oggi rappresenta oltre il 50 per cento di tutta la produzione di petrolio del Paese. L’aumento della produzione dell’Arabia Saudita nello stesso arco di tempo è stato di soli 2 milioni di barili al giorno, mentre in molti paesi dell'OPEC, come la Libia, l'Algeria, il Venezuela e il Qatar, si è registrato un calo nella produzione di petrolio. Il maggior aumento della produzione nei paesi OPEC si è avuto in Iraq, e non in Arabia Saudita, ma è risultato pari a circa 2,5 milioni di barili al giorno. Da quando il prezzo del petrolio è crollato, tra il 2014 e il 2015, sembra che i paesi dell’OPEC abbiano cercato di rallentare la produzione di shale oil negli Stati Uniti aumentando la loro produzione, al fine di ridurre i prezzi medi al di sotto dei costi di produzione che devono sostenere i produttori di shale oil negli Stati Uniti. La produzione di questo tipo di greggio ha continuato a crescere in molti giacimenti degli Stati Uniti, come ad esempio in alcuni giacimenti del bacino di Permian, ma altri hanno dovuto chiudere a causa dell’indebitamento massiccio, e persino per fallimento. Tuttavia, durante questo difficile periodo caratterizzato da bassi prezzi del petrolio, i produttori di shale oil hanno visto i loro costi di esplorazione e produzione diminuire a causa della scarsa domanda di risorse, tecnologie, macchinari e manodopera necessari per esplorare e produrre. Molte di queste società hanno inoltre trovato delle soluzioni per ridurre i costi, laddove fosse possibile, riuscendoci con successo.

Uno scenario energetico in controtendenza

I costi di produzione nei giacimenti di shale oil degli Stati Uniti sono diminuiti. I giacimenti di Bakken, in media, hanno diminuito i costi da un prezzo di breakeven di oltre 60 dollari USA al barile, nel 2013, a poco meno di 30 dollari nel 2016. Nello stesso periodo di tempo, i prezzi di produzione nei giacimenti di Eagle Ford sono scesi da circa 80 dollari USA al barile a circa 40 dollari, la produzione dei giacimenti di Niobara è passata da circa 70 dollari USA al barile a meno di 40 dollari, e molti giacimenti di Permian sono passati da 80 dollari USA a meno di 40 dollari. La riduzione dei costi è stata notevole ed efficace in molti casi. Lo shale oil sta diventando più competitivo. I prezzi di break-even dei giacimenti petroliferi di molti paesi del Medio Oriente sono inferiori a quelli dei giacimenti di shale oil statunitensi, ma i prezzi di pareggio di tali paesi sono collegati al bilancio nazionale e risultano di gran lunga superiori ai prezzi di pareggio dei giacimenti americani. Molti bilanci nazionali, nei paesi dell’OPEC, si basano sui prezzi di pareggio del petrolio. I prezzi di pareggio di Arabia Saudita, Oman e Algeria sono compresi tra 80 e 100 dollari USA. L'Arabia Saudita è stata in grado di ridurre i prezzi di pareggio grazie a tagli di bilancio e ad altre misure, ma restano ancora molto superiori ai prezzi del petrolio attuali e a quelli previsti in un futuro prossimo. I prezzi di Iran e Iraq sono compresi tra 70 e 80 dollari USA. Fra tutti i produttori di petrolio del Medio Oriente, solo i prezzi di pareggio del Kuwait sono attualmente vicini al prezzo attuale medio del petrolio. Quindi, i break-even effettivi in molti paesi OPEC, una volta considerati i loro vincoli economici e di bilancio, sono molto superiori ai prezzi di pareggio dei produttori di shale oil negli Stati Uniti.Non si tratta perciò soltanto di una competizione tra tipologie di giacimenti e di petrolio, ma anche di una competizione fra i diversi utilizzi dei proventi derivanti dall’estrazione petrolifera. Se un paese ha bisogno di un prezzo del petrolio molto elevato per ottenere un pareggio di bilancio, ciò costringe quel paese a cercare di mantenere elevato il prezzo del petrolio. I produttori di shale oil, negli USA, e lo stesso governo statunitense, non hanno questo problema. I legami tra produzione di petrolio, bilanci governativi e proventi derivanti dalle esportazioni sono molto più marcati nei paesi OPEC che negli Stati Uniti.

Tempi più brevi per la produzione di shale oil

È importante sottolineare che il tempo impiegato per passare dalla fase di esplorazione a quella di produzione dello shale oil è molto inferiore rispetto ai giacimenti onshore e offshore convenzionali. Vi sono molti fattori che entrano in gioco, dalla scoperta di un giacimento alla sua entrata in produzione, quali l'esistenza o meno di infrastrutture adeguate (come gli oleodotti) per estrarre il petrolio dal giacimento e indirizzarlo verso altri usi, i prezzi del petrolio, i costi di produzione, le questioni geologiche e politiche, etc.; in media, servono circa 5-8 anni per i giacimenti offshore convenzionali, 2-3 anni per i giacimenti onshore convenzionali, e appena 5 mesi-1,5 anni per un giacimento di shale oil. Un pozzo già scavato, ma ancora incompleto, negli Stati Uniti potrebbe richiedere da 1 a 3 mesi per avviare la produzione, dando per scontata l’esistenza di un’infrastruttura di base già presente nell’area. I produttori di shale oil degli Stati Uniti sono semplicemente più abili di molti produttori dell'OPEC. Ciò è stato dimostrato anche dalla pronta reazione dei produttori statunitensi al piccolo aumento del prezzo del petrolio avvenuto recentemente a causa dei tagli alla produzione da parte dei paesi OPEC, un tentativo questo che sembra già destinato a fallire. Se si aggiungono, inoltre, l’importanza dell’utilizzo di capitale proprio nel risollevare molti produttori di shale oil dalle loro difficoltà finanziarie – e nell’ottenere dei rendimenti - e le politiche favorevoli alla produzione di petrolio avviate dell'amministrazione Trump, è evidente che i produttori di shale oil potrebbero assumere una posizione ancora più importante sui mercati e adottare metodologie di produzione ancora più flessibili. Anche l’alleggerimento previsto di alcune normative potrebbe portare a un settore del shale oil più competitivo negli Stati Uniti. Per tutti questi motivi, il shale oil diventerà più competitivo rispetto al petrolio dell’OPEC e andrà costantemente e progressivamente a insidiare la sua posizione nei mercati.

Una influenza in progressivo calo

L’ OPEC non ha più il potere che aveva nei suoi primi anni di attività, anche se possiede la maggior parte delle riserve conosciute di petrolio convenzionale presenti sul pianeta. La sua quota di mercato, pari al 34%, non rappresenta più un vero monopolio. Vi sono già delle irregolarità relative al taglio della produzione e il rispetto delle regole, in alcuni casi, è discutibile. Poi, ci sono dei casi particolari come la Libia e l’Iran, di cui la Libia è l’incognita maggiore. Se questi paesi dovessero tornare a produrre 1,3 o 1,5 milioni di barili al giorno, l’efficacia dei tagli alla produzione diventerebbe opinabile. Il shale oil statunitense e la Libia, insieme all’Iran, potrebbero rendere inutili in breve tempo i tagli alla produzione decisi dall’OPEC. I protagonisti più importanti, fatto curioso visto ciò che è accaduto in passato, potrebbero essere proprio i produttori di shale oil statunitensi. Per certi versi, gli Stati Uniti rappresentano oggi una sorta di petro-stato democratico ed economicamente diversificato, e occupano una posizione molto più importante nei mercati rispetto a soli 10 anni fa. L’OPEC, nonostante tutti i suoi sforzi, non ha il potere di fermare questi grandi cambiamenti. È un cartello che si trova ad affrontare la sua entropia all’interno, ma anche all'esterno. La costruzione del Dakota Access Pipeline, dell'oleodotto Keystone XL e delle altre infrastrutture energetiche progettate potrebbero consentire una produzione ancora più rapida, poiché i fattori di attrazione del mercato risultano maggiori quando il trasporto del petrolio è più facile e più veloce. Le banche sono inoltre più favorevoli verso i produttori di shale oil se sanno che esiste un modo sicuro, definitivo ed efficace per far arrivare il petrolio sui mercati.
Lo shale oil statunitense è destinato a rappresentare un fattore decisivo per molto tempo. La recente scoperta dell’enorme giacimento Wolfcamp vicino a Lubbock, in Texas, ci ha dato un'indicazione in merito alle enormi quantità di petrolio che potrebbero ancora essere scoperte negli Stati Uniti. Questo giacimento contiene dai 10 ai 15 milioni di barili, una quantità enorme.

Non puoi saperlo finché non lo sai

Come recita uno dei più popolari motti dell’industria petrolifera, “non puoi saperlo finché non lo sai”. Negli Stati Uniti sono presenti enormi riserve di shale oil. Inoltre, vantano grandi riserve di cherogene (o risorse simili), sabbie bituminose e molto altro. È molto probabile, quindi, che il Paese giochi un ruolo importante nei mercati internazionali del petrolio nei prossimi anni. Non dimentichiamoci che gli Stati Uniti dominarono molti mercati petroliferi e del cherosene per decenni ai tempi di J.D. Rockefeller, e anche successivamente. A quei tempi, alcune delle principali fonti di petrolio erano state scoperte in Ohio e Pennsylvania, mentre il petrolio presente nell’area del Golfo Persico era ancora sconosciuto. In pochi consideravano la Norvegia, l’Angola, la Nigeria e altri grandi paesi OPEC e non-OPEC come possibili produttori di petrolio, valutazione smentita oggi dai fatti. Le cose cambiano.
A livello globale esistono inoltre enormi giacimenti di shale oil che non sono stati ancora completamente esplorati e di cui non è stato nemmeno avviato lo sviluppo. Sono presenti immense riserve globali di shale oil al di fuori dei paesi dell’OPEC. La concorrenza dei giacimenti degli Stati Uniti potrebbe rappresentare solo l'inizio di uno spostamento globale dei centri di gravità dell’economia, della politica e degli interessi petroliferi lontano dai paesi OPEC e verso fonti più sparse e meno aggregabili. Una nuova era petrolifera è alle porte e provare a fermarla con un taglio della produzione, che inizia già a mostrare delle crepe, sembra davvero una risposta molto debole che, nel lungo periodo, si rivelerà inefficace.
Il futuro del shale oil è già qui. E all’orizzonte ci sono possibili cambiamenti nelle tecnologie dei trasporti e molto altro ancora. L’OPEC assomiglia sempre più a un bambino che cerca di tappare la falla nella diga con un dito. (Anche se in questo caso sono uomini molto ricchi e molto potenti che cercano di arginare le forze economiche e altri fattori che potrebbero scalzarli più rapidamente di quanto credono.) È tempo che queste persone, e molte altre, si rendano conto di ciò che sta accadendo e comincino a pensare a come trarre vantaggio dal futuro, anziché cercare di riportare in vita il passato.

*Tutte le opinioni espresse sono esclusivamente opinioni di Paul Sullivan