L'energia è il cavallo di Troia della Russia verso l'Oriente

L'energia è il cavallo di Troia della Russia verso l'Oriente

Lorenzo Colantoni (IAI)
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Il ruolo di Mosca, come principale attore dello scenario energetico mondiale, passa attraverso i legami e i difficili equilibri instaurati con Paesi chiave come la Turchia e L'Iran. Il primo ancora diffidente ma possibilista a causa della sua sete di gas, il secondo, invece, pronto a rinnovare le relazioni economiche anche grazie al coinvolgimento dell'Azerbaijan

Il golpe in Turchia, il ritiro delle sanzioni verso l’Iran, la situazione in Siria caotica ma con la necessità sempre più impellente di un qualche tipo di equilibrio; la situazione in Medio Oriente di questi ultimi mesi, in particolare proprio del luglio scorso, è calda come non lo è stata da molti anni. Se alcuni di questi eventi rappresentano un forte motivo di preoccupazione per gli Stati Membri europei, per la Russia sembrano rappresentare un’occasione per guadagnare posizioni in una regione verso cui ha sempre avuto grandi interessi. Non è un caso che la riconquista di Aleppo delle prime settimane di agosto veda la Russia in prima linea, e così l’intensificarsi degli scontri in Siria. Una strategia in cui la presenza russa va fortificandosi grazie sia a strategie già utilizzate (i gasdotti) ed alleati già conosciuti (gli stati dell’Asia Centrale, in certa misura l’Iran), che a partner più a rischio (la Turchia), con un fil rouge molto chiaro: l’energia.

Russia, Turchia e il valzer dei gasdotti

Il lungo incontro (oltre 3 ore) del 9 agosto tra Putin ed Erdogan per formalizzare la riappacificazione tra i 2 Paesi dopo le tensioni e le sanzioni imposte dalla Russia per l’abbattimento del jet da parte della Turchia lo scorso dicembre, è stato seguito da una conferenza stampa di grande brevità, ma in cui si riconoscevano 3 parole chiave: commercio, difesa, ed energia. Se la prima è scontata, vista la mole di scambi che le tensioni avevano interrotto (almeno 100 miliardi di dollari secondo Erdogan), la seconda è un riferimento alla non-unicità dei rapporti militari della Turchia con la NATO, la terza ha invece maggiori potenzialità costruttive. I riferimenti sono chiaramente a Turkish Stream, il progetto sostitutivo del fallito South Stream e che dovrebbe portare 63 miliardi di metri cubi di gas in Turchia e nei Balcani, ma che le tensioni tra Mosca e Ankara hanno temporaneamente sospeso. C’è però dell’altro: si è parlato infatti anche della centrale nucleare di Akkuyu, la prima sul suolo turco e la cui costruzione -per il momento interrotta - è affidata ad una sussidiaria della compagnia di stato russa per il nucleare, Rosatom. Dopo l’incontro tra i due presidenti, Alexander Novak, ministro per l’energia russo, avrebbe annunciato la ripresa delle trattative per un possibile sconto sulle importazioni turche di gas russo, rispetto a quello cancellato lo scorso gennaio a seguito del crescere delle tensioni.
Gas, gasdotti ed elettricità: la strategia energetica russa sulla Turchia è vasta, l’efficacia incerta. Il pronto e continuo riferimento a Turkish Stream è tipico della strategia dei gasdotti elaborata da Mosca: un uso molto politico, poco economico di questi progetti, con bersaglio spesso l’Europa e il Corridoio Sud per gli approvvigionamenti europei per il gas, con grande incertezza e variabilità. Non è infatti chiaro quando e se veramente Turkish Stream ripartirà, con che destinazione e in che modo impatterà tanto con l’Asia Centrale, obiettivo ultimo del Corridoio Sud europeo, che con il nuovo flusso di gas che potrebbe venire sia dal Mediterraneo orientale, che dall’Iran.
E’ interessante però porre l’attenzione sui consumi energetici turchi. Il paese si affida infatti fortemente al gas (per il 50% della sua produzione di energia elettrica), è un energivoro in crescita (ha toccato un consumo record di 5,78 miliardi di metri cubi nel gennaio 2016) e fa quasi interamente affidamento alle importazioni (99% dei consumi di gas). Con le rinnovabili poco sviluppate a causa di schemi di supporto ancora non adeguati, il gas russo, di cui Ankara è il secondo importatore dopo l’UE, rimane al centro delle sue priorità. Con il possibile aggiramento dell’Ucraina determinato dall’espansione di Nord Stream 2, un Turkish Stream forse meno ambizioso (intorno ai 40-45 bcm, per esempio), potrebbe avere come obiettivo il solo consumo turco, stringendo ancora di più la stretta sul paese già molto dipendente, prima che si rendano possibili altre alternative. Come l’Iran, ad esempio, che ha già proposto un’espansione del commercio di gas nell’incontro tra Erdogan e Rouhani dell’aprile scorso.

Russia e Iran, storia di un'intesa semplice

La Russia è però consapevole del potenziale energetico dell’Iran post sanzioni, e non a caso ha deciso di intervenire in questo senso con una collaborazione sin dai primi mesi. In questo, Mosca è stata aiutata da interessi molto meno divergenti con Teheran che con Ankara, due paesi isolati da Europa e Stati Uniti dalle sanzioni, vicini geograficamente e, soprattutto, in accordo sulla questione siriana. Se per la Turchia Assad al potere è ancora un “no-go”, la soluzione è invece nelle corde di Iran e Russia, una convergenza che semplifica molto le relazioni potenziali tra i due paesi.
L’impegno della Russia verso l’Iran era già chiaro nel marzo di quest’anno, quando la prima sosteneva l’esenzione della seconda in un possibile congelamento della produzione di petrolio, per potergli permettere di recuperare la fetta di mercato persa nel periodo delle sanzioni. Già nel novembre 2015 la Russia autorizzava un prestito di cinque miliardi di dollari per progetti industriali all’Iran, di cui 2,2 a livello energetico. Forse però una delle più chiare espressioni di queste rinnovate relazioni economiche è avvenuta proprio in questi giorni con diversi incontri tra i due paesi, che sono stati finalizzati in una serie di accordi e dichiarazioni quasi tutti a sfondo energetico: il 29 luglio il co-chair del Russia-Iran Joint Economic Commission, Mahmoud Vaezi, ha visitato Mosca, chiudendo un piano di cooperazione strategica di cinque anni. A seguire il ministro per l’Energia russo Novak confermava l’interesse per progetti di esplorazione e produzione in Iran, un’intenzione che la compagnia petrolifera Lukoil aveva già espresso in precedenza nei confronti del giacimento di Anaran, che nel 2005 Lukoil stessa stimava avere fino ad un miliardo di barili ma che le sanzioni costrinsero ad abbandonare.
Sempre i primi di agosto Ali Akbar Salehi, a capo della Organizzazione per l’Energia Atomica Iraniana confermava che la costruzione dei due nuovi reattori della centrale di Bushehr sarebbe potuta iniziare già quest’anno: un affare per la Russia da dieci miliardi di euro. Un’attenzione di nuovo al consumo energetico, al centro delle attenzioni iraniane, a cui fa riferimento anche il tentativo di sincronizzazione delle reti tra Iran, Russia e Azerbaijan, discusso almeno dalla fine del 2015 e alla cui implementazione si è già detto pronto il ministro per l’energia azero Nativ Aliyev alla fine di luglio.

La Russia e le sue triplici alleanze nel Medio Oriente

Il coinvolgimento dell’Azerbaijan non è però un caso. La strategia russa di cooperazione con l’Iran passa infatti tramite il paese caucasico, che lo scorso nove agosto ha infatti ospitato un trilaterale con il suo presidente Ilham Aliyev, Rouhani e Putin. Nella dichiarazione comune, i tre si sono detti pronti ad una maggiore cooperazione contro il terrorismo e in ambito economico; da un lato questo sfocia nell’ambito politico e nella discussione sulla Siria, mentre dall’altro lo lega a doppio filo alla cooperazione economica, l’energia per prima. Non a caso l’incontro e la successiva dichiarazione del ministro per l’energia azero si inquadrano nell’ambizione per un “corridoio energetico” tra i tre paesi, con al centro lo scambio di risorse. In tutti questi movimenti, la strategia della Russia sembra prendere in considerazione un punto fondamentale, spesso lasciato da parte nelle sue azioni precedenti: la costruzione di una base economica per supportare quella politica. Due sono però le domande che si pongono.
La prima è quanta volontà e possibilità ci sia da parte della Russia nel perseguire queste partnership e questi progetti. I continui ripensamenti e le non convincenti ragioni economiche dietro i progetti russi ne hanno in parte eroso la credibilità, tanto che lo stesso Erdogan ha avuto difficoltà nel far approvare Turkish Stream dal proprio parlamento. Progetti dalle dimensioni significative come il collegamento delle reti di Iran, Russia e Azerbaijan si scontrano contro ragioni di budget, instabilità politica e poca fiducia reciproca, fondamentale quando si tratta di aprire le frontiere (anche se solo a gas ed elettricità). Senza dimenticare lo spettro della recessione in Russia che, più o meno apparente, minaccia tanto il presente quanto il futuro del paese, ed ha forse cause strutturali più serie rispetto all’impatto degli attuali prezzi del petrolio.
Il secondo punto riguarda la possibilità di queste ideali “Triplici Alleanze”, di cui la Russia si fa portatrice. Da un lato è vero che il vice ministro degli Esteri di Teheran, Ibrahim Rahimpur, ha dichiarato subito dopo il golpe in Turchia che "Noi vorremmo, al fianco del presidente Putin, assistere Erdogan nel creare buone condizioni e risolvere i problemi, in modo che possa prendere la decisione giusta”. Un interesse c’è, quindi, nel perseguire una politica comune che, con l’Azerbaijan come partner occasionale e l’energia come driver, potrebbe avvicinare Iran, Turchia e Russia, paesi che parlano una dialettica politica comune e che spesso si trovano sempre più distaccati dall’UE e dall’Occidente in generale.
Alcuni dei punti in comune, però, appaiono più di facciata che di sostanza. Da un lato, la Turchia e la Russia hanno posizioni politiche divergenti e difficilmente conciliabili, soprattutto verso la Siria. Dall’altro, senza più sanzioni, l’Iran ha adesso tutto l’interesse ad una partnership solida verso l’UE e paesi come l’Italia. Sono forse molte di più le occasioni per competere che per collaborare tra Teheran e Mosca, soprattutto di fronte ad una domanda di gas europea ormai statica e una Cina ancora difficilmente raggiungibile. Se così l’energia rappresenta un cavallo di Troia per la Russia per entrare in Turchia o Iran, o forse meglio un modo per addolcire la pillola di una collaborazione difficile, è anche vero che progetti come quelli proposti richiedono a loro volta una stabilità e una volontà per concludersi in maniera sostanziale, che nessuno al momento sembra effettivamente avere.