Trump, una rivoluzione nella rivoluzione?
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Il nuovo Presidente potrebbe incoraggiare un'ulteriore espansione dell'industria dello shale gas americano climatico e un prepotente ritorno del carbone nel mix energetico nazionale

L’elezione di Trump a nuovo presidente degli Stati Uniti ha sorpreso molti e preoccupa tanti. Le sue posizioni in campagna elettorale in materia energetica fanno infatti temere un deciso balzo indietro di Washington sulla lotta internazionale al cambiamento climatico e un prepotente ritorno del carbone (americano) nel mix energetico nazionale. Per quanto riguarda il settore dello shale gas, l’impatto del ''ciclone Trump'' potrebbe incoraggiare un’ulteriore espansione dell’industria non convenzionale americana. Più incerto, ma con prospettive interessanti, l’impatto a livello internazionale, dove le scelte di politica estera del tycoon potrebbero ridisegnare alcuni trend in aree chiave per la produzione dell’oro blu.

America a tutto gas!

Durante la sua corsa alla Casa Bianca, Donald Trump ha ripetutamente dichiarato guerra all’Accordo di Parigi e alla lotta al cambiamento climatico. Il futuro Presidente, infatti, ha aspramente criticato gli sforzi multilaterali in materia di decarbonizzazione, lasciando presagire un disengagement degli Stati Uniti (non necessariamente un’uscita formale dall’Accordo, che potrebbe richiedere parecchio tempo) sul piano internazionale, accompagnato da un dietrofront sul Clean Power Plan a livello domestico. Sebbene questo potrebbe non necessariamente portare ad un drammatico crollo delle rinnovabili nel Paese, certamente la linea Trump andrebbe a vantaggio di un ritorno in auge del carbone, ma soprattutto di una potenziale accelerata nel settore del gas naturale. Trump, infatti, potrebbe ulteriormente aprire all’esplorazione e produzione non convenzionale per soddisfare le richieste dell’industria degli idrocarburi e, soprattutto, per incoraggiare la crescita economica interna. Ma l’approccio di Trump potrebbe spingersi oltre, con possibili implicazioni anche a livello internazionale. Il Presidente, con l’appoggio del partito Repubblicano, potrebbe infatti allentare in modo significativo i vincoli ''strategici'' alle esportazioni di LNG, rendendo la produzione americana più appetibile anche su mercati non soggetti ad accordi di libero scambio.

La via del cambiamento è tracciata

Sullo scenario energetico internazionale, l’avvento di Trump potrebbe avere un impatto circoscritto. Nonostante il ruolo chiave degli Stati Uniti (in partnership con la Cina) nel contesto della COP21, una defezione da parte di Washington non necessariamente andrebbe a bloccare una serie di processi globali che sembrano attualmente ineludibili. Pechino, attore cardine per il raggiungimento dell’Accordo di Parigi, appare chiaramente intenzionata a proseguire il proprio processo di decarbonizzazione, a prescindere dalle decisioni prese sull’altra sponda del Pacifico. Elementi di natura interna, primo fra tutti l’impellente necessità di salvaguardare l’ambiente e la salute dei cinesi da tassi di inquinamento insostenibili, impongono al governo di procedere in modo spedito verso un modello energetico più sostenibile. È quindi difficile immaginare che gli impressionanti investimenti in rinnovabili in atto nel paese potranno rallentare soltanto in virtù di un approccio meno cooperativo degli Stati Uniti. Più in generale, il settore low-carbon potrebbe non risentire in modo significativo della (contro) rivoluzione introdotta da Trump. I progressivi miglioramenti in ambito tecnologico, la continua riduzione dei costi di generazione attraverso rinnovabili, l’innovazione in settori chiave come quello dello stoccaggio elettrico e dell’efficienza energetica continueranno a caratterizzare lo scenario globale, dettando tendenze che la nuova presidenza americana potrà difficilmente limitare, persino sul piano interno. Probabilmente, l’effetto più significativo del nuovo corso americano si rileverà con riferimento alla cooperazione finanziaria, prevista dall’Accordo di Parigi per favorire investimenti finalizzati alla decarbonizzazione nei paesi in via di sviluppo. Il contributo americano ai 100 miliardi di dollari annui previsti dalla COP21 per il Green Climate Fund, nello scenario trumpiano, potrebbe in effetti vacillare, e con esso i tentativi di velocizzare il processo di transizione nelle aree più povere del mondo.

Nonostante il ruolo chiave degli Stati Uniti (in partnership con la Cina) nel contesto della COP21, una defezione da parte di Washington non necessariamente andrebbe a bloccare una serie di processi globali che sembrano attualmente ineludibili

Quale futuro per l'oro blu?

Seppur minacciato da un revival del carbone, che ancora contribuisce per il 30 percento dei consumi energetici globali, anche nell’era Trump il gas continuerà a rappresentare il transition fuel nel percorso di decarbonizzazione avviato a Parigi. Infatti, non solo le politiche interne del nuovo Presidente potrebbero in qualche modo rafforzare l’offerta globale di gas, velocizzando le procedure per l’esportazione e ampliando i possibili mercati di destinazione, ma anche le linee del Presidente in politica estera potrebbero impattare sulle dinamiche energetiche di alcuni attori globali. A beneficiarne potrebbe essere innanzitutto la Russia, che grazie a una maggiore intesa tra la Casa Bianca e il Cremlino, potrebbe vedere progressivamente rimosse le sanzioni internazionali che - seppur non direttamente indirizzate al settore del gas naturale - hanno di fatto messo in ginocchio l’economia russa e limitato la capacità di investimento anche nel settore energetico. Lo sviluppo della penisola di Yamal e della Siberia orientale, nonché il potenziamento della capacità di LNG, potrebbero materializzarsi in questo contesto. Un capitolo tutto da scrivere rimane quello iraniano, poiché la posizione del tycoon sul tema, e sul Medio Oriente in generale, appare quanto mai indefinita. Nella regione, infatti, si incrociano la possibile intesa con la Russia sul destino della Siria di Assad e l’annunciato rafforzamento della lotta al fanatismo sunnita dell’Isis, temi sui quali la convergenza tra Washington e Tehran potrebbe diventare significativa. Un approccio relativamente morbido nei confronti della Repubblica Islamica, e il non rigetto dell’accordo sul nucleare, potrebbero infatti aprire finalmente le porte agli investimenti occidentali nel settore energetico iraniano, con un impatto potenzialmente eccezionale (nel medio periodo) sull’offerta globale di gas.