Il nuovo mondo
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L'America Latina continua a essere terra di avventure e di sfide politiche durissime e intense, che hanno per posta in gioco il controllo delle fonti energetiche e delle nazioni che ancora sono immerse nel tempo storico dell'oil nationalism
#Caracas sta per promuovere la trivellazione di 10.500 pozzi, oltre alla costruzione di 2 #raffinerie e di un nuovo terminal di esportazione

Soffermarsi sul 20% circa di tutte le riserve mondiali di idrocarburi nel mondo non solo costituisce un affascinante argomento di studio per la loro frastagliata e originalissima dislocazione continentale, dal caldo Golfo del Messico sino alle freddissime acque patagoniche argentine e cilene e del Polo Sud, passando per la Cordigliera delle Ande e riservando continue sorprese geologiche e sismiche: esse sono, a partire dagli anni Trenta del Novecento, dei giacimenti dal ruolo geostrategico fondamentale. Il Sudamerica continua a essere terra di avventure e di sfide politiche, durissime e intense, che hanno per posta in gioco il controllo delle fonti energetiche e delle nazioni che ancora sono immerse nel tempo storico del grande ciclo dell’oil nationalism, così da me definito trent’anni orsono nei miei studi.

Tutto inizia nel 1938 con Cardenas in Messico

Un ciclo storico e geopolitico che inizia con il presidente Lazaro Cardenas in Messico nel 1938, alle soglie della seconda guerra mondiale, quando le potenze dell’Asse cercavano in Sudamerica risorse per affrontare la guerra nel Pacifico e in Europa.
Un ciclo storico che non è mai finito. Neppure il crollo dell’URSS ha eliminato la storia e la geografia dalla faccia del mondo, nonostante le stupidaggini che si son dette e si dicono in questi ultimi trent’anni.
Un ciclo, un tempo storico, che continua sino a oggi con l’irruzione sulla scena internazionale delle nazionalizzazioni del secondo dopoguerra in Brasile, Bolivia, Ecuador e Venezuela e non tanto e non solo nel pieno dei trent’anni gloriosi della crescita del secondo dopoguerra, ma anche all’inizio e poi nella trasformazione della globalizzazione liberista a mercato dispiegato. Quella globalizzazione che ora vira velocemente verso il protezionismo selettivo e la declassificazione della finanza sregolata nei giochi di potenza rispetto all’industria di beni strumentali che si profila nuovamente dominante e dove la nazione ora sopravanza l’economia.

Un gioco di potenza economica e politica

Si tratta, infatti, di fenomeni che non appartengono al ciclo dell’economia mista così come l’abbiamo intesa storicamente secondo i paradigmi keynesiani. Qui il gioco è tutto di potenza politica e militare e le teorie economiche devono sottacere.
Tutto in Sudamerica è fuori squadra rispetto ai modelli di crescita nord americani ed europei, come già ci aveva insegnato il dimenticato Albert Hirschmann.
Le nazioni prima evocate sono insediamenti umani a notevole grado di state building, secondo il tipico modello sudamericano ben descritto da Luigi Filippi: prima si costruisce lo stato, poi la nazione.
Nazioni che iniziano anch’esse il ciclo imprescindibile della sostituzione delle importazioni, ma con tempi storici diversissimi nel contesto della divisione internazionale di lavoro. E questo perché al decadere della potenza nordamericana di esportare sicurezza e modelli economici si è accompagnata la globalizzazione a finanza sregolata e dispiegata.
E le nazioni sudamericane dotate di riserve di idrocarburi si sono confrontate con la globalizzazione in forme ben diverse da quelle che hanno caratterizzato le esperienze europea ed asiatica. Va ancora studiato attentamente, al di là delle deformazioni ideologiche, il ruolo svolto da Cuba, roccaforte inespugnata di una rivoluzione militare appoggiata dall’URSS e poi dalla Russia, con una continuità impressionate. La disfida nei confronti degli USA non è mai terminata e continua a essere potentissima per chi studia con attenzione la storia sudamericana.

Fondamentale la presenza di Cuba

La mia tesi è che la presenza di Cuba ha alimentato ininterrottamente i filoni anticapitalistici che affondano le loro radici nella complicata storia sudamericana, storia in cui la nazionalizzazione delle risorse minerarie ha sempre svolto un ruolo potentissimo di aggregazione politica. Un ruolo che abbiamo dimenticato per tutti questi anni, in cui la maggioranza degli analisti è stata abbacinata da un economicismo a-politico, o addirittura anti-politico, deleterio dal punto di vista ermeneutico.
Se esaminiamo in questa luce fatti essenziali e più strettamente economici ne comprendiamo il significato storico generale che ci avvicina alla comprensione piena dell’esperienza sudamericana dal punto di vista delle risorse minerarie.
Quello che è impressionante è che nell’ultimo ventennio tutte queste nazioni hanno intrapreso processi formidabili di sviluppo dell’esplorazione e dello sfruttamento di nuovi immensi giacimenti di petrolio e di gas.

Venezuela e Brasile gli artefici del cambiamento

Il Venezuela e il Brasile sono i più importanti protagonisti di questa trasformazione che è ancora in corso e che proseguirà seguendo l’andamento delle ciclicità inedite che la globalizzazione ha assunto.
È soprattutto il Venezuela a pianificare progetti faraonici sull’estrazione e la lavorazione del greggio. Caracas sta per promuovere la trivellazione di 10.500 pozzi, oltre alla costruzione di due raffinerie e di un nuovo terminal di esportazione. La produzione di petrolio venezuelano ammonta a 4,5 milioni di barili al giorno potenziali, e la raffinazione a 3,6 milioni e questo nonostante l’immane disastro della politica di Maduro e la crisi in corso.
Per aumentare la propria capacità di export PDVSA, compagnia statale di Caracas, ha acquisito il 60% di una società di trasporti che possiede circa 300 chiatte sul fiume Paranà, che scorre attraverso Brasile, Paraguay e Argentina.
Prosegue inoltre la produzione di petrolio in associazione con Petroecuador, quella del gas con la compagnia statale boliviana, e le attività di esplorazione in Argentina e Uruguay. PDVSA è anche coinvolta in due grandi progetti per la costruzione di raffinerie nella regione: a Manabí (Ecuador), che raffinerà 300.000 barili al giorno, e a Pernambuco (Brasile), con una capacità di 230.000 barili al giorno. Nel contempo, la compagnia sta riducendo i suoi investimenti nelle raffinerie in Europa, giudicate inutili. Ne ha appena vendute due in Germania (a Gelsenkirchen e Karlsruhe) al colosso russo Gazprom.
L’obiettivo del governo venezuelano è triplice: stabilire nuove partnership, accedere a nuovi mercati e rafforzare il ruolo geopolitico dell’OPEC. Soprattutto quest’ultimo tassello offre al Paese notevole profondità strategica. Perciò il presidente venezuelano Hugo Chavez ha più volte tentato di condizionare la produzione petrolifera a una regolamentazione per incrementare l’influenza esercitata dai Paesi produttori.
È una politica aggressiva che si è scontrata, da tempo, anche con il fronte interno degli stessi lavoratori petroliferi.
Ma quando, nel 2002, vi fu uno sciopero dei suoi circa ventimila dipendenti, PDVSA fu nazionalizzata.
Non è un caso che dall’ondata trasformatrice in campo minerario l’unica nazione completamente assente sia l’Argentina: essa, con le privatizzazioni degli anni Settanta, ha sostanzialmente terminato anche il ciclo espansivo non solo degli idrocarburi ma anche della sua economia.

Emblematico il caso boliviano

Evo Morales, primo presidente indio nella travagliatissima e affascinante storia boliviana, appena giunto al potere, nel gennaio 2006, annuncia la nazionalizzazione del gas e del petrolio con una sorta di colpo di stato che vede in forma inedita il forte ruolo delle forze armate, che presidiano i pozzi e gli impianti delle compagnie nazionalizzate con i soldati del «Batallon de Ingenieria» i quali occupano il municipio di Caraparì, nel cuore della storica zona petrolifera della Bolivia.
Ci si trovò dinanzi a una sorta di riedizione del governo peruviano del generale Juan Velasco Alvarado, il quale, succeduto attraverso le urne al precedente presidente Fernando Belaunde Terry, governò dal 1968 al 1975 nazionalizzando tutte le compagnie petrolifere e distribuendo la terra ai contadini con furibondi scontri nelle campagne. Il Cile, nello stesso tempo, era stato sconvolto dal colpo di stato che pose fine alla vita di Allende, e ragione non ultima di quell’evento fu la situazione peruviana, nonostante i conflitti nazionalistici esistenti tra le due nazioni. A determinare la caduta di Alvarado furono i militari, questa volta fedeli a Washington: il 30 agosto 1975, il generale Francisco Morales Bermúdez, allora Presidente del Consiglio dei ministri si pose alla guida di un colpo di Stato che depose Velasco. Le grandi città argentine, da Buenos Aires a Cordoba, così come buona parte delle regioni industriali del sud del Brasile e almeno la metà delle case della megalopoli San Paolo venivano riscaldate dal gas boliviano. E non è un caso che il più fidato alleato di Morales sia stato sin da subito Cuba.
Sono gli anni in cui nasce, con il Venezuela di Chavez, l’ALBA (Alleanza bolivariana per le Americhe) patto doganale anti-ALCA (Area di libero commercio delle Americhe).
La nazionalizzazione degli idrocarburi fu la parola d’ordine delle proteste della stragrande maggioranza dei Quechua e degli Aymara delle zone andine e dei contadini del Tropico di Cochabamba, che nel pieno della globalizzazione dispiegata lavavano i bambini con la Coca Cola perché costava assai meno dell’acqua privatizzata come ebbi modo di vedere nelle Ande boliviane.
La questione interessante è stata, ed è ancor oggi, la mediazione che le grandi compagnie e gli USA raggiunsero con Morales. La Bolivia, infatti, non sarebbe mai riuscita a mettere in moto le infrastrutture energetiche, dopo la nazionalizzazione, senza la cooperazione internazionale.
In Sudamerica si è vissuto in una sorta di compromesso storico-energetico, sino alla crisi odierna in Brasile.

Le nazioni sudamericane dotate di riserve di idrocarburi si sono confrontate con la globalizzazione in forme ben diverse da quelle che hanno caratterizzato le esperienze europea ed asiatica

La particolarità del nuovo ciclo dell'oil nationalism è la rilevanza geostrategica

In primo luogo per la presenza di Cuba nell’orizzonte geopolitico. Una presenza non più rivoluzionaria in senso guevarista, ma specificamente geostrategica: un attacco militare a Cuba è oggi impensabile per il mutamento di forza che su scala internazionale si è consolidato con la presenza della Cina e la creazione di nazioni sudamericane che non sono più disposte, come un tempo, a seguire gli orientamenti degli USA perché dispongono di alternative possibili sul piano internazionale: la Cina ora protesa a un nuovo e inedito ruolo imperiale; una Russia che, con l’ascesa al potere di Evgenij Maksimovicˇ Primakov e, dopo di lui, del suo allievo Putin, ha ripreso la grande tradizione imperiale della diplomazia russa zarista, prerivoluzionaria.
Oggi la caduta dei governi "nazionalizzatori" di sinistra sudamericani potrà avvenire solo per via della rivolta delle forze sociali che a essi si oppongono dall’interno, come dimostrano i casi brasiliano e venezuelano.
Gli USA appoggeranno in ogni modo tali rivolte, ma l’asse strategico del rapporto di potenza internazionale è stato completamente stravolto e "ridotto alle sue dimensioni nazionali".
Va sottolineato che il ruolo di questo nuovo equilibrio di potenza è così imponente da consentire a una dittatura economica e militare, prima che politica, come quella venezuelana, da Chavez a Maduro, di rimanere al potere, con incredibili sofferenze del popolo e fortissime divisioni sociali.
E non è un caso che in questo contesto assumano forte rilevanza nel gioco di potenza la questione delle sanzioni nord americane alla Russia e all’Iran che in tal modo si candidano al sostegno di qualsivoglia esperienza che possa indebolire il ruolo USA e aumentare il loro peso relativo nel continente, come comprova il legame strettissimo in corso tra la costruzione della mezzaluna sciita da Teheran a Beirut e il confronto energetico internazionale a partire dal gas naturale e dalla sua liquefazione.
Il Sudamerica vede, nel caso minerario, due vie: una è quella classica del socialismo lasalliano di origine tedesca, che suscitò nella Critica al Programma di Gotha le ire di Marx per una presenza dello stato ch’egli non poteva che considerare mortifera e che ha guidato le esperienze cubana e boliviana e venezuelana e che è di diretta derivazione sovietica. Ma esiste in Sudamerica una via più spiccatamente socialista-marxista, fondata sulla prevalenza della società civile e dell’auto-organizzazione sociale dei movimenti collettivi, che trovano nello Stato solo il punto finale di raggrumo di una lotta sociale che non vede affatto i militari in azione: è il caso ecuadoriano; è il caso brasiliano.

Il caso ecuadoriano

Il presidente Rafael Correa, eletto nel 2006 e, dopo due mandati, sostituito da uno dei suoi più importanti consiglieri, Lenin Moreno, il quale certamente ne continuerà l’opera, rimarrà come uno dei leader più originali e incisivi del Sudamerica.
La sua preparazione internazionale e la conoscenza dei meccanismi economici globali gli ha consentito una sorta di corpo a corpo con il Fondo Monetario Internazionale sino a giungere al default e al non riconoscimento del debito unitamente a una politica di successo nella riduzione della povertà e nell’aumento del reddito. Gli investimenti esteri diretti, di cui l’Ecuador ha goduto in questi anni, sono stati eccezionali. E la politica mineraria ed energetica sono un chiaro esempio dello spostamento di potenza in atto dal punto di vista geopolitico in Sudamerica.
Nel 2013 il governo ecuadoriano ha ricevuto investimenti per circa 703 milioni di dollari (un incremento del 20% rispetto al 2012), un terzo dei quali è stato dedicato a programmi estrattivi con il progetto "Refinería del Pacifico". Esso prevede la costruzione di una raffineria di petrolio e delle relative opere complementari nella provincia di Manabi, a opera di Petroecuador, con il supporto finanziario della Banca industriale e commerciale cinese. Contestualmente Correa ha attaccato, su basi indigeniste, la presenza delle major USA in Ecuador. Da questo punto di vista l’aumento della tassazione sulla rendita petrolifera e sui profitti delle major è divenuta sempre più essenziale per la stessa sopravvivenza del governo.
Il classico tema delle oscillazioni del prezzo del petrolio è troppo noto per farne cenno anche qui: esso esiste ed ha le note conseguenze.
A dispetto della storica vittoria ottenuta ai danni della compagnia petrolifera Chevron-Texaco – colpevole di danni ambientali nel territorio amazzonico – si son dovuti, per esempio, mettere all’asta circa 3 milioni di ettari di foresta: lo Stato, infatti, rischia di collassare entro il 2020, in assenza di nuove scoperte di petrolio e di un loro sfruttamento più efficace.
La Cina è attivissima in Ecuador e si propone come investitore privilegiato delle aree amazzoniche ed è questo il problema essenziale.

La questione dello Yasuni National Park

Le organizzazioni indigene stanno moltiplicando le mobilitazioni e gli appelli alla comunità internazionale, per impedire questa penetrazione economica che pone a rischio la sopravvivenza delle culture indigene. Una delle questioni più controverse riguarda lo Yasuni National Park. Situata nel cuore dell’Amazzonia ecuadoriana, la riserva Yasuni ospita diversi popoli indigeni, tra cui le etnie huaorani, tagaeri e taromenane. La superficie della zona è divisa in blocchi cui corrispondono concessioni di sfruttamento petrolifero.
In particolare nel blocco Itt (Ishpingo-Tambococha-Tiputini), gli ingenti ritrovamenti di giacimenti petroliferi (si stima un totale di circa 900 milioni di barili) hanno portato da oltre un decennio all’elaborazione di massicci progetti di sfruttamento, soprattutto a opera di Petroecuador prima e di Petrobras poi.
Il caso ecuadoriano riveste un eccezionale interesse dal punto di vista antropologico e delle sfide che una simile dimensione economica pone alle scelte minerarie ed energetiche a livello mondiale.

L'obiettivo del governo venezuelano è triplice: stabilire nuove partnership, accedere a nuovi mercati e rafforzare il ruolo geopolitico dell'OPEC. Soprattutto quest'ultimo tassello offre al Paese notevole profondità strategica. Perciò il presidente venezuelano Hugo Chavez ha più volte tentato di condizionare la produzione petrolifera a una regolamentazione per incrementare l'influenza esercitata dai Paesi produttori.

Il caso brasiliano

Ma dal punto di vista delle implicazioni politiche e sociali, nonché prettamente energetiche, il caso brasiliano è il più possente.
La creazione di una major enorme come Petrobras è stata possibile solo con una grande massa finanziaria estratta tramite il sistema fiscale dallo stato brasiliano e rivolta alla creazione di una impresa di stato secondo i canoni più perfetti della teoria dell’impresa pubblica di montemartiniana memoria. Ma unitamente a ciò, la massa fiscale è stata determinata da un colossale aumento del reddito e della domanda aggregata interna, provocata dalla più grande riforma terriera mai realizzata in Sudamerica (e nel mondo) dopo la rivoluzione messicana degli anni venti del Novecento.
La via brasiliana all’oil nationalism unisce la potenza di fuoco della Petrobras al movimento collettivo dei milioni di senza terra strappati dalla povertà dai sindcalisti e dagli attivisti del PT (Partido dos Trabalhadores).
Secondo la mia tesi è questo inedito intreccio di neo statalismo e di via civile alla crescita endogena che è ora sottoposto in Brasile e in tutto il Sudamerica all’attacco non di forze sociali e politiche essenzialmente esterne ma, in primo luogo, nazionali: i proprietari latifondisti, i ceti legati alla finanziarizzazione dell’economia, le "borghesie compradore". Anche gli stessi settori produttivi, non legati alla rendita ma alla produzione, sono sotto attacco giudiziario e politico. Basti pensare a ciò che succede nel Brasile del "Lava Jato" che vede capitani di industria condannati a diciannove anni di carcere per corruzione amministrativa.
Le oligarchie terriere e capitalistiche usano l’arma della lotta alla corruzione e hanno condotto all’impeachment Dilma Vana Rousseff Linhares, Presidente del Brasile dal 2011, dopo i due mandati del presidente Lula Da Silva, e imposto un governo di soli uomini e di soli bianchi. A sua volta il presidente Temer, che ha sostituito la Rousseff, è sotto inchiesta e con lui gran parte della classe politica brasiliana. L’inchiesta per corruzione che dovrebbe avere al centro le commesse continentali di Petrobras, ha già coinvolto il presidente premio Nobel della Colombia, Juan Manuel Santos, e gran parte della cuspide della classe politica ed economica sudamericana sotto la regia di magistrati che hanno studiato in USA e che hanno come consulenti noti magistrati italiani.
L’obbiettivo è la privatizzazione della Petrobras e il contenimento della penetrazione russa e cinese in Sudamerica.
Gli obiettivi interni delle classi dominanti che hanno sempre ostacolato i programmi del PT e del suo leader Lula si incontrano con quelli dell’equilibrio di potenza geo politico sudamericano che non può sopportare, oltre la presenza di Cuba, una crescita dell’influenza russa e cinese nel continente.

Il Messico

L’altro grande protagonista della scena energetica sudamericana, il Messico in primis, ha percorsi istituzionali e politici diversi e non si colloca nelle delicatissime faglie del potere geopolitico della regione. Altri sono ancora ossessionati da problemi interni, come il conflitto tra Perù, Bolivia e Cile, un conflitto mai sopito e che continua ancora a contrassegnare la vicenda affascinate di uno dei continenti più interessanti della storia mondiale.
Valga qui ancora una volta indicare il punto di vista essenziale di questo modesto saggio.
I problemi geopolitici e geostrategici delle vicende minerarie ed energetiche sudamericane non possono essere compresi appieno se non si fa riferimento alle straordinarie trasformazioni politiche e sociali che hanno investito il continente in questi ultimi trent’anni.
L’inserzione sudamericana nella globalizzazione non è stata passiva, perché, soprattutto nelle nazioni qui ricordate in quanto essenziali per il patrimonio energetico potenziale, si sono avvicendate al potere forze antiliberiste, ma non populiste: non ne avevano la carica anti elitista e l’appoggio di masse disorganizzate e incolte. Il Partito dos Trabalhadores di Lula Da Silva è un classico partito socialista che deve confrontarsi con una dispersione parlamentare elevatissima e una frantumazione delle classi politiche impensabile in Europa, dispersione alimentata dalla struttura federale dello stato e dalla gigantesca crescita dell’urbanizzazione nell’ultimo ventennio. La stessa cosa può dirsi in Ecuador, dove le parole d’ordine del movimento di Correa sono ben diverse da quelle del peronismo o del varghismo, classici partiti populisti. Si accomunano piuttosto alla grande tradizione peruviana di Haja De La Torre e del Suo APRA, un partito oggi scomparso dopo i governi di Alan Garcia e l’approdo del Perù alle politiche liberali.

L'eccezione della Colombia

Diverso ancora il caso della Colombia, quarta nazione per riserve energetiche, che ha visto trasformato il suo volto più che dal petrolio e dal gas, dalla pace negoziata complicatissima e difficilissima tra la guerriglia delle FARC e lo Stato, che il suo presidente Santos ha raggiunto dopo ben due tentativi referendari.
Questa pace, e soprattutto la trasformazione dei guerriglieri in campesinos e quadri politici, è il vero pericolo che le oligarchie terriere e minerarie vedono ora sorgere dinanzi a sé, per le conseguenze sociali che inevitabilmente ne scaturiranno. E non è un caso che un Premio Nobel per la Pace come il presidente colombiano Santos sia incorso in una pesante denuncia per la presunta implicazione in quella che si è ormai presentata, grazie ai mass media, come una rete continentale di corruzione creatasi sulla scia del caso Petrobras e che viene alla luce su indicazione della giustizia nord americana che interviene ogni qual volta le élite del potere locale ritenga di dover fermare quei processi di cambiamento sociale che sono stati prima così pericolosamente inarrestabili.
La lotta alla corruzione, sacrosanta astrattamente, si presta con facilità allo smantellamento di tutte le élite, non solo politiche, ma anche economiche che quei cambiamenti hanno incoraggiato.
La divisione in corso nella classe dominante sudamericana è evidente. Il caso della famiglia Obredecht, il cui leader storico è stato condannato a 19 anni di carcere e quello della famiglia ebraico libanese Safra, costretta all’esilio, sono esemplari per comprovare la mia tesi.
Di saldo e solido rimane il patrimonio energetico e minerario di un continente straordinario quale è e sarà il Sudamerica.