L'occhio della Russia sul Mare Nostrum
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L'ambizione di Mosca di elevare il proprio livello di influenza energetica nel bacino del Mediterraneo si scontra con alcuni problemi oggettivi: la debole ripresa dell'economia russa, l'incertezza sul ritorno economico degli investimenti nella regione, il reale costo dell'operazione in un quadro di prezzi ancora instabili

Lo scorso 21 ottobre la Royal Navy britannica scortava la flotta russa diretta nel Mediterraneo, più scettica per l’esibizione di grandeur che preoccupata per il reale impatto sulle azioni militari in Siria. Intanto Rosneft, il monopolista del petrolio russo, è entrata nel mercato energetico del Mediterraneo procedendo ad alcune importanti acquisizioni. Due eventi che sembrano puntare a settori e direzioni differenti, uno alla Siria e al Medio Oriente, l’altro al gas del Mediterraneo Orientale e agli approvvigionamenti europei, ma che in realtà sono probabilmente le due facce di una stessa strategia, che mira a estendere il predominio russo sulla regione, sfruttando una favorevole congiuntura geopolitica per la Russia e che cerca la chiusura del cerchio con le ambizioni del Cremlino che vanno dalla Turchia, all’Iran, fino all’Egitto, tramite l’arma dell’energia. Un successo che la Russia potrebbe però mancare, minata da una fragile condizione economica e dall’instabilità intrinseca dell’area, che frena da tempo lo sviluppo del suo settore energetico.

Gli interessi russi sul Mediterraneo

Il desiderio russo di avere una forte presenza mediterranea è storico e trasversale tanto alla Russia imperiale che a quella di Putin; oggi le ragioni di questa ambizione sono però in crescita, e la componente energetica significativa. L’ingresso di Rosneft suggerisce infatti la volontà russa di mettere piede in quella che potrebbe essere una piccola rivoluzione energetica nel Mediterraneo Orientale, la stessa che sta trasformando storici importatori di energia, come Israele e Cipro, in esportatori, tramite una serie di scoperte come quella del giacimento di Aphrodite o di Leviathan, e di cui Zohr è di gran lunga la maggiore (4-5 volte il cipriota Aphrodite, per esempio). Il Cremlino potrebbe così ottenere una certa influenza su risorse sempre più care alla Commissione Europea, che già pensa ad un’estensione o deviazione del suo Corridoio Sud per il gas in quella direzione. La Russia riuscirebbe così ad influire tanto sull’originale destinazione del progetto europeo, il gas azero, che su questa potenziale alternativa. La Russia gode poi di forte appoggio politico da parte di quasi tutti i paesi dell’area, con grande coinvolgimento dal punto di vista energetico; Grecia e Turchia sono già partner consolidati, con il coinvolgimento di Atene nel ramo europeo del Turkish Stream, l’ipotetico ''Greek Stream''. Le relazioni con Israele sono forse più complesse ma stabili, con un commercio che ha superato i tre miliardi di dollari nel 2014. L’influenza russa sull’Egitto è, infine, in crescita: il paese è stato l’unico tra quelli arabi a votare a favore della risoluzione russa sulla Siria all’ONU dell’ottobre scorso. La compagnia petrolifera saudita Aramco comunicò subito dopo, probabilmente come rappresaglia, la propria decisione di non fornire all’Egitto prodotti a un prezzo sussidiato per quel mese.

Una presenza a doppia valenza

Una presenza russa nel Mediterraneo consoliderebbe l’influenza del Cremlino in quest’area, anche attraverso altre fonti di approvvigionamento, oltre quelle già a sua disposizione. Mosca, in questo modo, potrebbe estendere la propria strategia di utilizzo dell’energia come cavallo di Troia per le proprie ambizioni geopolitiche, come già sta succedendo con Iran, Azerbaijan e Turchia, anche al bacino Mediterraneo, e in particolare all’Egitto, che potrebbe lentamente sottrarre all’influenza saudita, ancora molto forte. Il consolidamento della presenza energetica russa nell’area mediterranea non servirebbe solo a rafforzare il carattere politico di questa strategia, ma la spiegherebbe ulteriormente. L’arrivo nel Mediterraneo della portaerei Admiral Kuznetsov potrebbe avere non solo l’obiettivo di giustificare una spesa militare che, secondo le stime dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), sarebbe raddoppiata dal 2004 al 2014, ma potrebbe servire da base d’appoggio per proteggere gli interessi russi nelle contese riserve offshore del Mediterraneo Orientale. In una sorta di circolo virtuoso (per i russi), gli elevati interessi economici motiverebbero una maggiore presenza militare, a sua volta fondamentale per una maggiore influenza sul Medio Oriente di cui la Russia è alla ricerca.

Entrando nel Mediterraneo Mosca potrebbe ottenere una certa influenza su risorse energetiche sempre più care alla Commissione Europea, godendo dell'appoggio da parte di quasi tutti i paesi dell'area

Una strategia tra luci ed ombre

Realizzare tutto questo non sarà però semplice per la Russia. Sul coinvolgimento energetico russo nel Mediterraneo pesano, innanzitutto, i dubbi legati al settore nel suo insieme; ci si domanda, cioè, se il nodo di tensione tra Turchia, Cipro, Libano e Israele, così come l’instabilità e la crescente domanda di energia egiziana, possano incidere su uno sviluppo stabile delle riserve di gas nell’area, e se queste potranno essere mai esportate. La strategia russa potrebbe essere bloccata sul nascere dal mancato sviluppo del settore. Il punto più critico rimane, però, la precaria condizione dell’economia russa, con una crescita del PIL oscillante tra -0,5% e -1% in questi due anni, secondo le stime del Ministero dell’Economia russo. Una crisi amplificata dal basso prezzo del petrolio e causa quest’anno di importanti tagli al budget (incluso un -27% per la difesa stessa). L’uso fortemente politico dell’energia da parte del Cremlino ha poi costi alti e non sostenibili per sempre senza un chiaro ritorno economico, come dimostrato dal fallimento del South Stream. Un maggiore controllo sulle attività estrattive nel Mediterraneo Orientale dovrebbe poi passare per un eventuale inserimento nello sviluppo delle infrastrutture di trasporto - tutte ancora ipotetiche, ma in cui un possibile coinvolgimento russo aumenterebbe il budget richiesto dalla strategia mediterranea. Se a questo si aggiungono i costi di mantenimento della portaerei russa (incluse le riparazioni, vista la tendenza della flotta russa a guastarsi) e delle navi al seguito, per una missione che era e sarebbe già svolta egregiamente dalle basi siriane prestate gratuitamente da Assad a Putin, viene da domandarsi quale sia la reale sostenibilità economica del posizionamento russo nel Mediterraneo.

Una concorrenza energetica tutta casalinga

La fragilità della posizione russa è complicata, infine, da un fattore interno: la competizione tra Rosfnet e Gazprom. Il rapporto di forza tra le due società va infatti invertendosi rispetto a dieci anni fa, quando la prima produceva un decimo del petrolio rispetto ai livelli  attuali e il monopolio sul gas della seconda sembrava inattaccabile. Nell’aprile 2016 il valore di mercato di Rosneft ha addirittura superato quello di Gazprom, mentre il suo ruolo nel settore del gas continua a crescere, intaccando la posizione dominante della sua concorrente, che potrebbe così non vedere di buon occhio il coinvolgimento di Rosneft in un’area chiave per gli interessi russi come il Mediterraneo. La strategia russa verso il Mare Nostrum sembra così motivata da vantaggi e interessi sostanziali, ma marcata da forte incertezza su variabili chiave: la ripresa dell’economia russa, il ritorno economico dello sviluppo delle risorse nella regione, il reale costo dell’operazione in un quadro di prezzi con grande variabilità. Una situazione in cui, considerando anche confini tra politica ed economia molto labili, calcolare il ritorno dell’operazione sarà molto difficile.