Il grande interrogativo
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Dopo l'accordo tra paesi OPEC e non-OPEC sempre di più lo sguardo internazionale è puntato sulle quotazioni del petrolio che ancora stentano a trovare un equilibrio stabile, mentre i mercati si preparano a sostenere una domanda che si prevede ancora in aumento

I prezzi del petrolio hanno ricominciato a salire, il peggio è passato per i produttori, ma non sono aumentati i posti di lavoro nell’industria petrolifera, anzi l’automazione li ha ridotti. In America, ad esempio, mentre la produzione galoppa raggiungendo gli 8,6 milioni di barili al giorno, nello scorso settembre ben 16.300 posti di lavoro nell’industria petrolifera sono andati perduti. Di questi, 9.800 se ne sono andati via solo in Texas, lo Stato americano dove si estrae più petrolio. Il rapporto petrolio-estrazione- produzione-costi-riduzione di manodopera e automazione è all’ordine del giorno, anzi è in cima ai pensieri dell’OPEC. Non tutti i Paesi membri possono permettersi il modello americano. Ma chi può lo fa. E a Vienna, nella sede dell’OPEC, la discussione è aperta. Certo, la suite presidenziale dell’Intercontinental, dove aveva casa e ufficio lo sceicco Yamani, il saudita che riusciva a mettere tutti d’accordo con le buone o con le cattive, non ospita più un superpetroliere.

Quotazioni ancora instabili

Ma l’agenda dell’OPEC è calda. A metà febbraio, nonostante l’aumento delle scorte americane, il prezzo del petrolio è rimasto stabile a 53,11 dollari al barile, nonostante gli stock di greggio e di benzina siano saliti ai massimi storici. Capita che le quotazioni del petrolio scendano, per poi risalire subito dopo e assestarsi sul trend medio. ''Il mistero'', come lo ha definito il Financial Times, sta alimentando teorie complottistiche. Ovvero, si vocifera che dietro gli strani rimbalzi di prezzo ci sia un paese OPEC, più attento alla finanza che al prodotto. Mercoledì 22 febbraio si è tenuta una riunione fra i paesi OPEC e non-OPEC dalla quale non è emerso molto che già non si sapesse o non si potesse prevedere. Tutti hanno tagliato la produzione per far lievitare i prezzi, tranne l’Iran, la Libia, la Nigeria e i petrolieri dello shale oil che, dopo la fine delle sanzioni, sono tornati con forza sul mercato.

Produzione in calo, domanda in aumento

Se i livelli produttivi di gennaio resteranno inalterati, o quasi, l’IEA, l’Agenzia Internazionale dell’Energia, prevede che le scorte petrolifere globali si ridurranno di 600 mila barili al giorno nel primo semestre del 2017. Nell’ultimo semestre del 2016 la riduzione era stata di 80 mila barili al giorno, la più forte in tre anni. E tutto ciò di fronte ad una domanda di greggio in rialzo. La produzione globale è comunque prevista in aumento di 1,4 milioni di barili al giorno, di cui 290 mila barili al giorno in più estratti da Libia, Nigeria e Iran. Altri 400 mila barili arriveranno dalla produzione USA di shale oil. Il prezzo del petrolio è tornato dunque sotto osservazione, soprattutto da parte dei governi dei Paesi importatori e non produttori. Molte di queste economie, infatti (Italia in primis), hanno tratto beneficio dalle basse quotazioni del greggio. Ma fino a quando durerà la bonaccia? All’OPEC si dice che sia già finita. Si sentono i primi venti della prossima bufera.