Nessuno è invincibile
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L'ISIS è molto più forte, organizzato a motivato, dei movimenti che lo hanno preceduto e avrà maggiori possibilità di sopravvivere e svilupparsi fino a quando potrà contare sulla disunione dei suoi nemici e sulla simpatia di alcuni paesi sunniti

Forse saremmo stati meno sorpresi dall'apparizione dell'ISIS e dalla proclamazione del Califfato se avessimo ricordato alcune fra le principali vicende della regione dopo la fine della Seconda guerra mondiale. All'inizio degli anni Sessanta, dopo gli accordi italo algerini di Évian, il processo di decolonizzazione poteva considerarsi concluso. A parte qualche residua presenza britannica nel Golfo (Persico per noi, Arabo per gli arabi), tutti gli Stati di una regione che era stata soprattutto anglo-francese, erano indipendenti e avviati verso modernizzazioni più o meno capitaliste o socialiste. Trent'anni dopo molti, governi instaurati al momento della indipendenza erano stati rovesciati, le modernizzazioni erano complessivamente fallite, le classi dirigenti erano spesso oligarchie corrotte e nepotiste. Il caso più interessante fu quello dell'Iran dove lo Scià Reza Pahlevi, grazie all'aumento del prezzo del petrolio dopo la Guerra del Kippur (1973), si era lasciato sedurre da una modernizzazione ambiziosa, dispendiosa e megalomaniaca. Una rivolta popolare e borghese aveva travolto il regime, ma il frutto della vittoria era stato colto dal potere ecclesiastico sciita e dal suo principale Ayatollah. Il fallimento delle modernizzazioni laiche e la creazione di una Repubblica islamica provocarono una sorta di ritorno alla fede, ma ebbero anche l'effetto di risvgliare l'antico odio fra le due grandi famiglie religiose dell'Islam: sunniti e sciiti. Da quel momento, la combinazione fra politica e religione divenne il detonatore di quasi tutti i conflitti che scoppiarono nella regione. Il primo fu quello tra l'Iraq di Saddam Hussein e l'Iran dell'Ayatollah Khomeini. La guerra scoppiò nel 1980, durò otto anni, provocò un milione di morti. Non meno influenzata da fattori religiosi fu, per molti aspetti, la lunga guerra civile libanese. Di fronte alle crescenti turbolenze della regione, le democrazie occidentali avrebbero potuto limitarsi a qualche intervento circoscritto nei casi in cui i loro interessi vitali rischiavano di essere compromessi. Ma l'America e alcune potenze occidentali preferirono affermare la loro presenza e il loro ruolo nella regione. Fra il 1980 e il 1988 gli Stati Uniti aiutarono l'Iraq contro l'Iran. Nel 1991 intervennero in una disputa tra l'Iraq e il Kuwait invadendo il territorio del primo. Nel 2003 accusarono l'Iraq di avere nei suoi arsenali armi di distruzione di massa (una tesi che si dimostrò infondata) e invasero nuovamente il paese. Il risultato, in questo caso, fu ancora più disastroso. Dopo avere sconfitto l'esercito di Saddam, gli americani distrussero le due strutture portanti dello Stato iracheno (le Forze Armate e il partito Baath), tolsero il potere ai sunniti per consegnarlo agli sciiti, suscitarono un duplice movimento di resistenza (nazionalista e sunnita), cercarono di mobilitare le tribù sunnite contro al Qaeda e altre organizzazioni terroristiche. La destabilizzazione della intera regione, e i tempi lunghi di un conflitto che si è protratto per più di un decennio, hanno fatto dell'Iraq un eterno campo di battaglia, vale a dire il vivaio favorito delle organizzazioni terroristiche, il luogo in cui l'Islam radicale può più facilmente diffondere i propri appelli jihadisti e reclutare sangue nuovo. Il fenomeno delle rivolte arabe, esploso alla fine del 2010, la spedizione occidentale contro il regime del colonnello Gheddafi, la crisi del regime egiziano e la soppressione della Fratellanza musulmana dopo l’avvento dei militari, hanno avuto l'effetto di rendere la matassa ancora più imbrogliata. ISIS è molto più forte, organizzato a motivato dei movimenti che lo hanno preceduto. Ma non è invincibile. Avrà maggiori possibilità di sopravvivere e svilupparsi, tuttavia, fino a quando potrà contare sulla disunione dei suoi nemici e sulla simpatia di alcuni paesi sunniti che detestano gli sciiti più di quanto non detestino il "califfo" al-Baghdadi.