Rafsanjani: la fine di un'era tra Fondazioni e nucleare

Rafsanjani: la fine di un'era tra Fondazioni e nucleare

Giuseppe Acconcia | Giornalista specializzato in Medio Oriente
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Con l'ex presidente, Hashemi Rafsanjani, l'Iran ha perso un politico moderato e un businessman centrale per la sua storia politica recente. Un uomo pragmatico che ha saputo conciliare i rapporti con le potenti Fondazioni e che ha portato il Paese, insieme a gli altri negoziatori, alla fondamentale intesa di Vienna

Lo scorso 8 gennaio è scomparso l'ex presidente iraniano Hashemi Rafsanjani. Uno dei leader della Rivoluzione islamica del 1979, Rafsanjani è stato presidente della Repubblica islamica dal 1989 al 1997, anni chiave per la stabilizzazione del Paese in seguito alla guerra Iran-Iraq e alla morte dell'imam Khomeini. Rafsanjani ha poi ricoperto la carica di Guida del Consiglio per il discernimento, chiamato a risolvere le controversie tra parlamento e Consiglio dei Guardiani, ed è stato candidato alla presidenza della Repubblica nel 2005. E così il presidente Hassan Rouhani ha ricordato con queste parole il leader della sua corrente politica: Rafsanjani «ha dimostrato grande coraggio in tutte le fasi della rivoluzione islamica e durante l'era della ricostruzione dopo la guerra contro l'Iraq». Con Rafsanjani, l'Iran ha perso anche una figura centrale sia per il suo impegno nel negoziato per la firma dell'accordo sul nucleare, raggiunto a Vienna nel luglio 2015, sia per i suoi consolidati rapporti economici all'interno del Paese e con l'Asia.

Il rapporto con le Fondazioni

«Ha dimostrato grande coraggio nella #rivoluzione islamica e nella ricostruzione dopo la guerra contro l'Iraq». Cit Rouhani

Rafsanjani è stato uno degli uomini d'affari più importanti dell'Iran post-rivoluzionario e una figura centrale all'interno del sistema delle Fondazioni. Le boyand sono uno degli strumenti essenziali per la stabilità della Repubblica islamica in politica economica. Sono legate ai mercanti del bazar attraverso il Consiglio islamico di Coalizione, guidato proprio dai tecnocrati di Rafsanjani. Per anni il presidente di questo organo è stato Asgar-Oladi, politico eminente del gruppo Motalefè che ha sostenuto, tra gli anni Novanta e Duemila, l'ex presidente Rafsanjani. Da questo si evince lo stretto rapporto che è sempre intercorso tra Fondazioni e famiglia Rafsanjani. Grazie a questi legami l'ex presidente ha potuto controllare gran parte del commercio dell'Iran con Cina e India e accedere a un’ingente frazione degli introiti della vendita del petrolio. Non solo, è la gran parte dell’oligarchia religiosa che detiene il potere politico ad avere interessi diffusi in varie Fondazioni in Iran. Secondo alcuni analisti, oltre il 60% del Pil iraniano viene dai proventi di queste vere e proprie imprese. Infatti, sebbene le fondazioni vengano qualificate come enti senza scopo di lucro, sono coinvolte in numerosissime attività di natura commerciale. Inoltre, dalle Fondazioni dipendono i sussidi distribuiti ai poveri, alle famiglie delle vittime della guerra Iran-Iraq: sono divenute quindi una sorta di sistema sociale permanente che forma la base sociale del consenso al regime.

Un ruolo di spicco nell'accordo sul nucleare

Rafsanjani è stato anche un mediatore pragmatico. L'ex presidente, tra i protagonisti dei primi anni della Repubblica islamica, è stato tra i fondatori del principale movimento politico che ha sostenuto Khomeini, il partito della Repubblica Islamica (IRP, Hezb-e Jombourye Islami). Non solo, è stato uno dei pochi politici iraniani ad accettare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu che ha messo fine alla guerra tra Iran e Iraq (1980-1988). L'importante politico iraniano ha guidato per anni il gruppo dei Servi della Ricostruzione. Questa formazione è apparsa sulla scena politica nel 1996. Sono stati definiti ''tecnocrati'' perché hanno perseguito riforme economiche per la modernizzazione del paese. Tra le loro fila si contano uomini d’affari e industriali della classe media. Anche l'attuale presidente Hassan Rouhani è una delle figure di spicco di questa formazione politica. Proprio il ritiro all'ultimo momento alle presidenziali del 2013 della candidatura di Rafsanjani, che aveva duramente criticato il secondo mandato della presidenza Ahmadinejad, insieme al sostegno assicurato dai riformisti di Khatami, hanno aperto la strada alla vittoria dei moderati. Le due presidenze Rafsanjani avevano sostenuto aperture in politica economica e la fine dell’isolamento del Paese. In quella fase, i religiosi conservatori più estremisti venivano via via trasferiti nelle Fondazioni, nelle forze paramilitari e nella magistratura. E così con le aperture dell'amministrazione Obama negli Stati Uniti e il promesso riavvicinamento con Teheran, Rafsanjani, insieme al capo negoziatore, Javad Zarif, è stato uno dei sostenitori fondamentali dell'intesa di Vienna e del ritorno dell'Iran nel mercato globale. Con Rafsanjani, l'Iran ha perso un politico e un businessman centrale per la sua storia politica recente. La sua scomparsa è arrivata alla vigilia di una stagione molto complessa nelle relazioni bilaterali con gli Stati Uniti che potrebbero portare ad un nuovo muro contro muro con le autorità iraniane in seguito all'elezione di Donald Trump che ha più volte criticato l'intesa con l'Iran. Appena lo scorso due dicembre, i Repubblicani hanno puntato sull'imposizione di nuove sanzioni da parte di Washington contro Teheran e per i prossimi dieci anni, nonostante l'entrata in vigore dell'intesa di Vienna. Tuttavia, l'eredità politica di moderazione e pragmatismo che ha lasciato Rafsanjani ha già aperto la strada ad una classe politica che ha dimostrato di saper negoziare con efficacia la fine delle misure internazionali contro l'Iran. Ma saranno le prossime elezioni presidenziali del maggio 2017 a stabilire se la scomparsa dalla scena politica dell'ex presidente potrà segnare un rafforzamento delle componenti ultra-conservatrici.

Grazie al legame con le Fondazioni l'ex presidente ha potuto controllare gran parte del commercio dell'Iran con Cina e India e accedere a un'ingente frazione degli introiti della vendita del petrolio