Raffinazione e derivati del greggio, nuova partita fra Riad e Teheran

Raffinazione e derivati del greggio, nuova partita fra Riad e Teheran

Simone Cantarini (Agenzia Nova)
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In attesa del meeting Opec del 30 novembre, che deciderà il taglio della produzione, i produttori più dinamici si orientano sempre più verso una diversificazione degli approvvigionamenti

 

Il mercato petrolifero e più in generale della produzione ed esportazione di idrocarburi stenta ancora a dare segni di equilibrio, nonostante l’ipotesi di un possibile accordo tra i membri dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec), le cui basi sono state poste lo scorso 28 settembre nella riunione informale di Algeri. In questo clima d’incertezza diversi paesi, profondamente colpiti dalla crisi dei prezzi del petrolio, stanno mutando le loro strategie per il futuro del settore. I produttori più dinamici si orientano sempre più verso una diversificazione degli approvvigionamenti, privilegiando il mix energetico rispetto alla dipendenza da una sola risorsa, e lo sviluppo dell’intera filiera produttiva, in modo da piazzare sul mercato prodotti ad alto valore aggiunto. In questo quadro Arabia Saudita e Iran si presentano come due realtà che hanno l’opportunità d’incidere con le loro azioni sul futuro del mercato energetico. Riad, il principale produttore petrolifero Opec, sta lavorando sia per quotare in borsa alcuni assetti del colosso energetico Saudi Aramco, che per rafforzare la diversificazione dei suoi prodotti, puntando ad aumentare la produzione di raffinati e a sviluppare il comparto del gas, compreso quello da scisti bituminosi. Teheran, dopo la cancellazione delle sanzioni legate al programma nucleare, si sta invece dirigendo rapidamente verso il recupero della sua produzione che, da gennaio ad agosto, è passata da 3,3 a 3,85 milioni di barili e secondo le stime potrebbe raggiungere i 4 milioni nei prossimi mesi. La crescita della produzione è andata di pari passo con lo sviluppo accelerato dello sviluppo dei pozzi di estrazione nel giacimento di gas di South Pars; l’aumento della capacità di raffinazione e la stipula di nuovi accordi di cooperazione per garantire le esportazioni di greggio, gas e prodotti petroliferi. A ciò si aggiunge l’approvazione dei nuovi contratti petroliferi (Ipc), i cui dettagli sono stati presentati privatamente ad alcune società straniere selezionate, e che potrebbero consentire in breve tempo al paese di recuperare il tempo perduto nel periodo sanzionatorio.

 

Le preoccupazioni e le strategie dell'Arabia Saudita

 

Il divario competitivo dell’Iran nei confronti dell’Arabia Saudita è ancora enorme, ma il suo tessuto industriale con ampi margini di crescita e le relazioni privilegiate con il vicino Iraq, la Russia e paesi dell’Asia stanno preoccupando Riad. Oltre che con la concorrenza sul piano economico con i vicini, il regno degli al Saud deve fare i conti anche con l’approvazione, da parte del Congresso degli Stati Uniti, della legge contro gli sponsor del terrorismo, nota con l’acronimo ''Jasta'' (Justice Against Sponsor of Terrorism Act), che consentirebbe alle famiglie delle vittime degli attacchi dell’11 settembre 2001 di citare in giudizio le autorità saudite, mettendo a rischio diverse migliaia di miliardi di dollari in assetti investiti nell’economia statunitense. L’ambizioso piano di riforme ''Vision 2030'', annunciato in aprile dal vice erede al trono, Mohammed bin Salman, e la lenta apertura della rigida società wahabita rappresentano una leva di crescita potenziale nel medio-lungo periodo, ma non per quanto riguarda il breve periodo, a causa della persistenza dei bassi prezzi del petrolio e l’agguerrita concorrenza nel settore energetico. A fine settembre il re saudita Salman ha firmato un decreto reale volto ad introdurre misure di austerità senza precedenti nella storia del paese, con il taglio degli stipendi di funzionari, dipendenti pubblici e membri del Consiglio della Shura. I tagli sono consistenti e prevedono una riduzione del 20 per cento degli stipendi dei funzionari ministeriali e del 15 per cento del sussidio annuale ricevuto dai membri del Consiglio della Shura per i servizi di trasporto, alloggio e spesa per carburante e mobilio. I tagli riguardano anche i funzionari di alto rango dei ministeri, compresi i responsabili dei dicasteri, cui verranno inoltre ritirate, nell’anno fiscale 2017-2018, le vetture fornite dallo stato per i loro spostamenti. Un altro esempio delle misure di breve periodo per far fronte alla crisi e contrastare la concorrenza è la decisione di Aramco di offrire agli investitori un accesso ai suoi conti in vista della presentazione dell’offerta pubblica iniziale (Ipo), in programma per il 2018, modificando drasticamente il regime di segretezza e opacità che finora ha caratterizzato la compagnia di proprietà statale, il cui valore stimato si aggira intorno ai 2 mila miliardi di dollari. Secondo alcuni analisti nel 2014, prima della crisi dei prezzi del petrolio, Saudi Aramco ha generato un fatturato superiore alla somma di quelli di Apple e Microsoft. Il dato che più interessa, ma allo stesso tempo preoccupa gli attori del settore energetico è quello sulle riserve petrolifere possedute da Aramco. Lo scorso 27 settembre, parlando ai media a margine di un evento di settore, in Bahrein,  l’amministratore delegato della società, Amin Nasser, ha sottolineato che la compagnia petrolifera sta pensando di vendere azioni di tutte le divisioni dell’azienda, e non solo quelle riguardanti il comparto a valle, ovvero raffinazione, distribuzione e vendita. Il valore quotato resterà comunque pari al 5 per cento della società, ma la decisione di estendere la privatizzazione anche al comparto estrattivo rivela la necessità da parte dell’Arabia Saudita di raccogliere quanta più liquidità possibile. Secondo Nasser, Aramco annuncerà ''molto presto'' un elenco delle banche e società di consulenza impegnate nell’Ipo, senza però indicare una data precisa. Le azioni potrebbero essere quotate sia sul mercato azionario saudita che nelle piazze di Londra, Hong Kong e New York. Il piano di Aramco di vendere una quota di circa il 5 per cento potrebbe aumentare il valore della società, ma la sua complessità rende particolarmente delicato il processo di quotazione. ''Abbiamo bisogno di fare un sacco di lavoro interno per prepararci a realizzare questo profilo'', ha dichiarato Nasser. ''Stiamo elencando una parte di tutta la società, e non solo il settore a valle'', ha aggiunto, lasciando intendere che potrebbero rientrare nell’elenco degli assetti tutti gli elementi della filiera produttiva di Aramco, e non solo le operazioni di raffinazione, commercializzazione e distribuzione. Gli analisti stimano una possibile entrata sul mercato delle azioni di Aramco nei primi mesi del 2018, nella speranza che entro quel periodo i prezzi del petrolio possano risalire almeno sopra i 50-60 dollari al barile. Dall’offerta pubblica il governo saudita spera di raccogliere circa 100 miliardi di dollari, che verranno utilizzati per sostenere le ambiziose riforme strutturali del paese. Riad spera così anche di contrastare le mosse del rivale Iran che, con l’introduzione dei nuovi contratti petroliferi (Ipc), potrebbe vedere il ritorno delle grandi compagnie petrolifere straniere sul suo territorio, aumentando ulteriormente non solo la produzione di greggio e gas ma sviluppando tutta la filiera produttiva. L'Aramco sta producendo petrolio a livelli record, tanto da raggiungere a settembre i 10,58 milioni di barili al giorno. Il 5 ottobre la società ha tagliato il prezzo delle sue vendite di novembre verso Asia e Europa settentrionale per cercare di piazzare più barili possibili in un clima di eccesso di offerta che stenta a terminare. Nasser ha più volte assicurato in queste settimane che ad oggi Aramco resta una delle poche aziende petrolifere che non ha ridotto gli investimenti, con impianti di perforazione in aumento. La vera sfida è però sul comparto della raffinazione del greggio e sulla produzione di gas naturale, quest’ultima risorsa necessaria per aumentare l’efficienza del sistema industriale e la crescente domanda interna di energia elettrica, la cui rete è oggi alimentata soprattutto con centrali a gasolio e altri prodotti derivati del petrolio. L'azienda cerca di raddoppiare la propria capacità di produzione totale di gas naturale, raggiungendo entro il 2020 una produzione giornaliera di 481,3 milioni di metri cubi, rispetto agli attuali 339,8 milioni. Per aumentare ulteriormente la produzione di gas Aramco ha intenzione di avviare entro la fine del 2017 la produzione di gas da scisti bituminosi con un progetto già avviato a Wa’ad al Shamal, nella regione nord occidentale del paese, mentre nel 2018 sarà avviata la produzione presso il bacino di al Jafurah, nella provincia orientale del regno.

 

Riad sta lavorando sia per quotare in borsa alcuni assetti del colosso energetico Saudi Aramco, che per rafforzare la diversificazione dei suoi prodotti

Produzione e raffinazione, i numeri dell'Iran

 

Da parte sua Teheran vanta le più importanti riserve di gas al mondo e le operazioni per sviluppare i campi estrattivi del giacimento di South Pars stanno procedendo a grande velocità. Lo scorso 21 settembre il direttore della National Iranian Gas Export Company (Nigec), Alireza Kameli, ha dichiarato che il paese esporta circa 32 milioni di metri cubi di gas al giorno. In questo momento, l'uscita di gas grezzo iraniano è di 735 milioni di metri cubi al giorno, di cui circa 35 milioni di metri cubi si perdono nella rete di distribuzione, mentre 90 milioni di metri cubi vengono reiniettati nei pozzi di petrolio per mantenere i livelli di produzione attuali. Secondo le autorità di Teheran, la maggiore efficienza nella produzione si tradurrà quindi in un aumento di 120 milioni metri cubi al giorno. Per il 2020 le autorità sperano di arrivare ad esportare 68 miliardi di metri cubi di gas. Nel campo della raffinazione Teheran ha una quota del 13 per cento dell’export mediorientale e nel 2016, per la prima volta in 11 anni, il paese è divenuto un esportatore netto di raffinati, con un livello record di 400 mila barili di petrolio equivalente al giorno. Il governo prevede un aumento a 600 mila barili di petrolio equivalente al giorno entro il marzo del prossimo anno. Lo scorso 17 settembre, in un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa iraniana ''Mehr'', l’amministratore delegato della raffineria Arak Shazand, della società Persian Gulf Star, Ali Jamshidi, ha sottolineato che l’Iran è pronto a produrre benzina euro 5. Secondo il funzionario, sono in corso sforzi per raggiungere l’autosufficienza nell’ambito della produzione di carburanti catalitici ed entro i prossimi due anni potrebbe terminare l’importazione di prodotti altamente raffinati. Teheran sta collaborando con alcuni paesi leader del settore petrolchimico, tra cui il Giappone, e lo scorso 8 ottobre la National Petrochemical Company (Npc) ha firmato un memorandum d’intesa con la società giapponese Sojitz, per uno studio di fattibilità volto a verificare la futura costruzione di un impianto per la conversione di metanolo in propilene.

 

Teheran vanta le più importanti riserve di gas al mondo e le operazioni per sviluppare i campi estrattivi del giacimento di South Pars stanno procedendo a grande velocità

Gli obiettivi dell'Arabia Saudita e di Saudi Aramco

Sul piano della raffinazione le capacità dell’Iran non sono ovviamente paragonabili con quelle dell’Arabia Saudita e del colosso Aramco, ma si presentano come un ulteriore ostacolo per un’economia saudita in crisi. Saudi Aramco ha una capacità di raffinazione di 2,9 milioni di barili di greggio al giorno, con una produzione di raffinati di 2,4 milioni di barili di petrolio equivalente. Le esportazioni per il 2015 di prodotti raffinati si sono aggirate intorno ad 1,154 milioni di barili di petrolio equivalente e l’idea della società, anche in vista della quotazione, è puntare sempre di più sulla produzione in loco di raffinati e prodotti petrolchimici, in modo da sviluppare in patria l’intera filiera produttiva. In questo quadro sono significative le parole dell’Ad di Aramco, Amin Nasser, pronunciate a fine settembre nel quadro del forum di settore Middle East Petrotech 2016, tenuto dal 26 al 29 settembre a Manama, in Bahrein. Nel suo intervento Nasser ha ricordato che la regione ha bisogno di concentrarsi sui processi petrolchimici, in modo da convertire direttamente il greggio in prodotti finiti esportabili. Per l’Ad di Aramco il settore vanta un enorme potenziale di crescita e valore aggiunto. Nasser ha ricordato come la produzione di etano nella regione sia limitata, nonostante circa il 50 per cento delle riserve provate di petrolio greggio si trovi proprio nei territori dei paesi del Golfo. Al fine di favorire questo percorso, il funzionario saudita ha sottolineato che Saudi Aramco ha adottato un approccio in due fasi per la sua attività di ricerca nel settore della produzione di prodotti derivanti dal petrolio. La prima fase si prefigge di migliorare le tecnologie esistenti e massimizzare la resa di prodotti petrolchimici, mentre la seconda fase ha per obiettivo l'eliminazione dell'intera fase di affinazione del processo, in modo da poter introdurre il petrolio greggio direttamente nel processo di produzione petrolchimica. ''In questo modo non solo risparmieremo tempo e denaro ma elimineremo anche la necessità di nuovi impianti e lo sviluppo di infrastrutture costose ed estese'', ha dichiarato Nasser. L’Ad di Aramco ha aggiunto che la società sta lavorando con l’azienda locale di settore Sabic, per uno studio di fattibilità congiunto che potrebbe portare ad un sistema integrato di trasformazione del greggio. Attualmente la società saudita sta perseguendo quattro linee strategiche per lo sviluppo del settore petrolchimico, poco sviluppato nell’area del Golfo con ricavi regionali di soli 100 miliardi di dollari all’anno, pari al 2,5 per cento del totale mondiale. Le quattro strategie indicate da Nasser sono: il miglioramento degli impianti esistenti; l’estensione della filiera produttiva nei luoghi di estrazione delle materie prime; l’avvio della produzione di prodotti chimici speciali, che vede come leader mondiali Giappone e Germania; la costruzione a valle d’industrie manifatturiere e di conversione del prodotto a più alto valore aggiunto. Due sono i progetti pilota per questa strategia: gli impianti gestiti dalla compagnia Sadara e PetroRabigh che producono differenziati petrolchimici delle materie prime, nonché una lista di prodotti petrolchimici speciali. Le due società hanno creato opportunità di conversione e di produzione nei loro parchi industriali. Nei prossimi anni Aramco prevede ampi i investimenti e collaborazioni con realtà di settore. Secondo Nasser, già 29 clienti hanno firmato accordi con il parco industriale di Rabigh, mentre cinque nuove imprese sono state identificate come potenziali partner per la fase due di PetroRabigh. Allo stesso tempo la squadra incaricata dello sviluppo degli impianti di proprietà di Sadara continua a lavorare con la Commissione Reale per sviluppare i parchi industriali nelle città di Jubail (est del paese) e Yanbu (ovest), con 32 progetti già approvati dal ministero dell'Energia, dell'industria e delle risorse minerarie. Al pari dell’Iran, l’obiettivo di Riad è quello di sfruttare il ricco mercato dei prodotti finiti derivanti dal petrolio, che vale circa 4 mila miliardi di dollari, esportando soprattutto in paesi con alti tassi di crescita economica, come Cina, India e Giappone, ma anche Vietnam, Corea del Sud e Thailandia.