Quotazione stabile
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A febbraio il petrolio ha stabilmente prezzato attorno ai 55 dollari al barile dato che sia i paesi OPEC che i non-OPEC stanno portando avanti il taglio della produzione, nonostante Libia e Nigeria, esonerate dall'accordo, abbiano incrementato le proprie estrazioni

A febbraio, il petrolio ha stabilmente prezzato attorno ai 55 $/b in quanto, sia i paesi OPEC, sia i non-OPEC, hanno proseguito nell’adempimento del programma di riduzione della produzione in conformità con gli accordi di novembre, nonostante Libia e Nigeria – che sono escluse dai medesimi – abbiano incrementato le proprie estrazioni. Più precisamente, in base ai dati forniti dall’International Energy Agency, i produttori di petrolio vincolati alle decisioni prese nel corso dell’ultimo meeting di Vienna hanno tagliato 1,04 milioni b/g su 1,16 milioni b/g promessi.
Da un punto di vista strettamente geopolitico, è interessante osservare che i paesi OPEC – i quali hanno indirettamente combattuto e perso la guerra in Siria, come l’Arabia Saudita e il Qatar – hanno tagliato il proprio output per un ammontare superiore rispetto a quanto dovuto. Tra i produttori non-OPEC che hanno invece vinto la guerra, la Federazione Russa sta correttamente adempiendo ai propri obblighi.
A febbraio, il Brent Crude North Sea ha aperto le contrattazioni a 56,57 $/b, mentre il West Texas Intermediate a 53,62 $/b. Entrambe le qualità di greggio hanno toccato il minimo il 7 febbraio rispettivamente prezzando, 54,69 $/b e 52,39 $/b.
Come avvenuto durante il mese precedente, la ragione di ciò risiede nel ruolo svolto dai fondi coperti i quali – dopo avere accumulato posizioni speculative nette di lungo periodo pari a 885 milioni di barili (di carta) il 31 gennaio, incrementando il rapporto acquisti a lungo/vendite a breve fino a 9:1 – hanno iniziato ad incassare le loro scommesse.
In aggiunta, durante la terza settimana di febbraio, le posizioni speculative nette di lungo periodo sono cresciute fino a 951 milioni di barili, ampliando il rapporto a 10,3:1 ma, quando le medesime sono diminuite del 6,4% nel corso dell’ultima settimana di febbraio, non hanno provocato un decremento dei prezzi come invece avvenuto all’inizio del mese.
Dal momento che non è possibile escludere che la finanza svolga un ruolo ribassista sui prezzi – seppur temporaneo e dall’ammontare limitato – come possiamo spiegare tale trend?
Da una parte, ciò significa che gli investitori sono al momento in possesso di un notevole ammontare di liquidità con cui speculare sui barili di carta e, dall’altra, che l’eccesso di offerta sta lentamente venendo meno, nonostante la quantità di scorte petrolifere sia ad oggi ancora significativa.
In base ai dati forniti dall’Oil Market Report, alla fine di dicembre 2016, le scorte petrolifere globali erano al di sotto dei 3 miliardi di barili per la prima volta da dicembre 2015 mentre le stime fornite dall’EIA indicavano un aumento record delle scorte USA a 518 milioni di barili raggiunti nella settimana terminata il 10 febbraio.
In realtà, come ha affermato Richard Gorry di JBC Energy Asia, il livello delle scorte non è il problema centrale e sbagliano coloro i quali auspicano prezzi più alti come conseguenza dell’accordo. Nel momento in cui scriviamo (7 marzo), il benchmark europeo ed asiatico sta quotando 56,57 $/b mentre il riferimento americano sta prezzando 53,73 $/b.
Per quanto attiene il mercato valutario, il rublo ha proseguito il proprio trend rialzista nei confronti del dollaro. Il 16 febbraio, la valuta russa è stata scambiata a 57,1 rubli/$ per la prima volta da luglio 2015, nonostante la Banca Centrale di Russia continui nell’acquisto di dollari versus rubli al fine di rimpinguare le riserve e malgrado l’Istituto abbia dichiarato a febbraio "la sua capacità di tagliare il suo tasso chiave (10 per cento l’anno) nella prima metà del 2017 è diminuita". A dicembre 2016, riportammo la considerazione espresso da goldcore.com, in base alla quale "L’acquisto Russo di oro è incrementato molto nel mese di ottobre con l’acquisto da parte della Bacan Central russa di 48 tonnellate, la più grande aggiunta di oro alle riserve monetarie del Pase dal 1998".
A gennaio 2017, la Federazione Russa ha proseguito tale politica. Infatti, come ha avuto modo di affermare il commentatore finanziario Jim Rickards, "il banchiere centrale più inteligente ha appena comprato altre 28 tonnellate d’oro". Nel caso in cui scoppiasse una nuova crisi da debito che coinvolgesse anche il dollaro, l’oro potrebbe assumere il ruolo di garante nel sistema monetario internazionale.

Ultimi dati e stime sull'oil & gas

Conformemente ai dati pubblicati dall’Oil Market Report il 10 febbraio, l’offerta globale di petrolio è diminuita di 1,5 milioni b/g a gennaio 2017, raggiungendo i 96,4 milioni b/g – 730 mila b/g in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente – in conseguenza dell’accordo OPEC e non-OPEC. In particolare, l’output dell’OPEC è decresciuto di 1,04 milioni b/g a 32,06 milioni b/g, adempiendo per quasi il 90% agli accordi di novembre.
Nel 2016, le estrazioni di greggio dell’OPEC sono cresciute di 0,97 milioni b/g, passando dai 31,65 milioni b/d nel 2015 a 32,62 milioni b/d, mentre la produzione di petrolio non-OPEC si è ridotta di 0,86 milioni b/d, da 58,45 milioni b/d a 57,59 milioni b/d. Oltre a ciò, il Report mette in risalto il fatto che la domanda internazionale di petrolio si prevede in crescita di 1,6 milioni b/d nel 2016 e di 1,4 milioni b/d nel 2017. In base alle cifre fornite dall’Energy Information Administration il 13 febbraio, si stima che l’output non convenzionale americano aumenterà a marzo di 80 mila b/g, toccando i 4,873 milioni b/d. Dopo il picco di 9,7 milioni b/g raggiunto ad aprile 2015, la produzione di greggio USA ha toccato il minimo di 8,428 milioni il 1° luglio 2016. Dopodiché, l’output ha iniziato ad aumentare nuovamente sino ai 9,032 milioni b/d, raggiunti il 24 febbraio 2017. Di fatto, grazie ai dati forniti da Baker Hughes, il numero totale di trivelle USA in azione al 24 febbraio – 754 delle quali, 602 (79,8%) petrolifere e 151 (20%) gasiere, più 1 mista – sta continuando ad accrescere grazie all’aumento dei prezzi del barile.
La IEA prevede che il tight oil statunitense aumenterà di 175 mila b/g nel corso dell’anno corrente, incrementando la produzione di dicembre 2017 di 520 mila b/d (anno su anno). Come da noi avanzato nel report precedente, gli U.S. frackers potrebbero però dovere affrontare due problemi. Il primo ha a che fare con l’incremento dei costi di estrazione, stimati secondo il Wall Street Journal attorno 10/20% dall’inizio dell’inverno. Il secondo problema è invece riconducibile al restringimento del differenziale di rendimento tra i titoli del comparto energetico e i titoli di Stato americani a 10 anni. Sebbene sia ancora troppo presto per capire l’effettiva sostenibilità dei costi di estrazione, nella misura in cui essi dipendono dalla relazione esistente tra prezzi del barile e produttività dei singoli pozzi, un’ulteriore restringimento del differenziale di rendimento non è da escludere visto che un aumento dei tassi di interesse al prossimo meeting della FED "è sul tavolo e verrà considerata seriamente". A dicembre 2016, le importazioni statunitensi di greggio sono state 7,860 milioni b/g. La media dell’import 2016 è stata quindi 7,877 milioni, in aumento se raffrontata con i 7,344 milioni del 2014 e i 7,363 milioni del 2015. Questi dati devono però tenere conto anche del contestuale accrescimento delle esportazioni USA, le quali hanno raggiunto il record di 1,2 milioni b/d nel corso dell’ultima settimana di febbraio.

Geopolitica del Gas Naturale

Il 5 dicembre scorso, a S. Pietroburgo, alla presenza di Alexey Miller, Chairman del Management Committee di Gazprom, e di Claudio Descalzi, Chief Executive Officer di ENI, le parti hanno esaminato le diverse soluzioni infrastrutturali volte all’approvvigionamento del gas russo all’Europa – in particolar modo, all’Italia – attraverso una rotta meridionale.
Secondo i dati forniti da SNAM, nel corso del 2016, i consumi di gas naturale dell’Italia hanno raggiunti i 68,8 Gmc3 (potere calorifico pari a 39 MJ/mc), crescendo di 3,4 Gmc3 rispetto al 2015 (+5.2%).
Come evidenziato da sicurezza energetica.it, queste numeri rafforzano la ripresa dei consumi già in atto dall’anno passato, ma sono ancora ben distanti dai livelli del 2008, quelli cioè raggiunti prima della crisi (-13,8 Gmc3, -16,7%).
Più precisamente, il settore termoelettrico ha consumato 22.7 Gmc3, registrando il più alto incremento anno su anno (+2,5 Gmc3, +12.1%), mentre il trend dei consumi residenziali è stato sostanzialmente stabile, pari a 30,8 Gmc3 (+0.1 Gmc3, +0,4%).
Da ultimo, il settore industriale ha utilizzato 13,1 Gmc3, in crescita rispetto al 2015 (+0,6 Gmc3, +4,9%), ma ancora al di sotto dei 14,2 Gmc3 consumati nel 2008 (-1,2 Gmc3, -8,1%), mettendo in luce come il paese non sia ancora riuscito a superare la crisi economica.
Il 16 febbraio scorso, a Milano, durante il 5° Seminario Italia-Russia, Sergey Komlev, Head of Contract Structuring and Price Formation Directorate Gazprom Export, ha preso in esame la relazione di interdipendenza italo-russo nel gas naturale, ponendo in rilievo i seguenti aspetti:

-La Federazione Russa è il principale fornitore di gas dell’Italia con una percentuale stimata attorno al 38% nel 2016 (in termini di importazioni), la quale è praticamente raddoppiata dal 2010 ad oggi.
-Gli altri principali fornitori dell’Italia sono rispettivamente: l’Algeria, la Norvegia, l’Olanda e i produttori di LNG.
-L’Italia è il terzo acquirente di gas russo e il secondo se si prende in esame l’Unione Europea.
-Dal 2010, le esportazioni della Gazprom verso l’Italia sono in media aumentate del 14,1% all’anno in termini di volumi.

Il prezzo di vendita del gas naturale russo è il minore rispetto ai differenti fornitori dell’Italia.

Il 7 febbraio passato, il Presidente russo, Vladimir Putin, ha ratificato insieme alla controparte turca l’accordo per il progetto denominato Turkish Stream. Il 20 febbraio, ad Amsterdam, la South Stream B.V. e la Allseas Group hanno firmato il contratto relative alla costruzione della seconda linea off-shore della sopracitata pipeline, la quale avrà il compito di rifornire di gas naturale il Sud e il Sud-Est Europa.

Quali sono le infrastrutture attraverso le quali si potrà trasportare la materia prima?

Dopo il Memorandum d’Intesa raggiunto il 16 febbraio 2016 tra Gazprom, DEPA e l’Edison, il gasdotto Poseidon è una delle opzioni di connessione tra il Turkish Stream e i consumatori europei.
Ciò detto, l’impressione è che esista una seconda opzione per l’oro blu russo. Infatti, per la prima volta, Gazprom ha pubblicamente dichiarato che potrebbe essere interessata all’utilizzo della Trans Adriatic Pipeline come mezzo per trasportare il gas della Federazione Russa all’Italia:

"Per poter trasportare il gas natural verso l’Europa necessitiamo ulteriori infrastrutture sulle quali stiamo lavorando con i nostri partner europei – il Nord Stream 2 e il Turkish Stream. Ma questa portata non sarà sufficiiente per portare tutto il gas necessario in Europa. Per questo motivo siamo in discussione sull’ipotetico uso del Poseidon Project che sarà pronto a breve e possibiltment anche il TAP", ha affermato Alexander Medvedev nel suo intervento durante la European Gas Conference, tenutasi a Vienna, il 24 gennaio.

Con l’immissione di gas russo nel TAP, l’Europa del Sud potrebbe risolvere il problema principale riconducibile al gas azero e cioè, "la vera capacità sufficienti [Saha Deniz II gas field] legata all’infrastruttura [TAP]", come messo in luce dall’Italian Political Observatory sin dal 2013. Conformemente alle stime di Enerdata, i consumi di gas naturale italiani potrebbero aumentare sotto condizioni favorevoli come bassi prezzi e miglioramenti tecnologici. In questo modo, il gas naturale potrebbe conservare il suo ruolo di materia prima economicamente valida e affidabile mentre la Russia si prevede che fornirà non meno di 1/3 delle importazioni di gas italiane al 2030.
In conclusione, i dati evidenziano la stretta e crescente relazione esistente nel settore gasiero tra la Federazione Russa e l’Italia. Tale rapporto potrebbe inoltre dare allo Stivale l’occasione di rafforzare il proprio ruolo geopolitico nel Mediterraneo.