Politiche e attori della Pax petrolifera

Politiche e attori della Pax petrolifera

Demostenes Floros | Analista geopolitico ed economico
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I prezzi del petrolio sono aumentati dopo la decisione presa dai Paesi OPEC e non OPEC di un nuovo obiettivo di produzione. Intanto la nomina di Tillerson a Segretario di Stato USA chiude definitivamente la guerra fredda tra Stati Uniti e Russia

Nel dicembre 2016 i prezzi del petrolio sono aumentati all’indomani dell’annuncio di un’azione coordinata tra Paesi OPEC e non OPEC che ha stabilito un nuovo obiettivo di produzione pari a 32,5 milioni di barili al giorno (mbg) al 1° gennaio 2017, equivalente a una riduzione di circa 1,2 mbg rispetto ai livelli di produzione dell’ottobre 2016. In particolare, il Brent Crude North Sea ha aperto a 54,49 $/b (dollari al barile) e ha chiuso a 56,75 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto a 51,73 $/b e ha chiuso a 54,61 $/b. Al momento della redazione dell’articolo, il livello di riferimento europeo e asiatico era scambiato a 56,86 $/b, mentre il livello di riferimento americano era quotato a 53,73 $/b, visto il doppio effetto delle dichiarazioni rilasciate da Kuwait e Oman - che rispetteranno il proprio programma di riduzione - e dell’apprezzamento del dollaro sull’euro (1,0385 il 3 gennaio). La banconota verde si è apprezzata rispetto all’euro nell'ultimo mese del 2016. Il dollaro ha aperto a 1,0642 €/$ rispetto alla valuta europea e ha chiuso a 1,0541 €/$, raggiungendo il proprio picco dal 2002 il 20 dicembre a quota 1,0364 dopo che la FED ha aumentato i propri tassi di interesse all'intervallo dello 0,50-0,75%. ''Direi che il mercato del lavoro assomiglia molto a quello precedente alla recessione'', ha affermato il governatore della Federal Reserve, Janet Yellen. Inoltre, i rendimenti dei titoli di Stato decennali statunitensi ammontavano a 2,4481 il 1° dicembre e hanno chiuso l’anno a 2,4443, raggiungendo il valore massimo del 2016 a 2,5967, il 15 dicembre. Sebbene la FED abbia deciso di inasprire la propria politica monetaria prima della fine dell’anno scorso, la valuta russa ha registrato un costante apprezzamento rispetto al dollaro nel mese di dicembre, raggiungendo il livello massimo di 60,50 rubli/$ in 12 mesi. Quest'anno il rublo russo è stato una delle valute più forti del mondo, superato solo dal real brasiliano che è riuscito a ottenere un cambio migliore rispetto al dollaro grazie all’aumento dei prezzi del petrolio. Tale tendenza sta continuando durante i primi giorni del 2017. Il rublo ha infatti toccato 59,24 rubli/$ il 9 gennaio. Secondo goldcore.com, ''l’acquisto di oro da parte della Russia ha registrato un’accelerazione in ottobre, mese in cui la Banca centrale russa ha acquistato ben 48 tonnellate, pari a 1,3 milioni di once, di lingotti di oro. Si tratta della più consistente aggiunta di oro alle riserve monetarie russe dal 1998 e potrebbe essere considerata come una specie di ''regalo'' dal presidente Putin al suo rivale, l’ex presidente Obama''.

Ultimi dati e stime su petrolio e gas

Secondo i dati pubblicati dall’Oil Market Report il 13 dicembre, la produzione OPEC ammontava a 34,2 mbg a novembre - un valore record, 300.000 barili al giorno in più rispetto a ottobre e 1,4 mbg in più rispetto a un anno fa. Allo stesso tempo, le forniture petrolifere mondiali hanno raggiunto il picco storico di 98,2 mbg, visto che il calo della produzione non OPEC è stato più che compensato dalla maggiore produzione dei Paesi OPEC. Come scritto in precedenza, il 30 novembre, l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio ha deciso di tagliare la propria produzione di 1,2 mbg a partire da gennaio 2017. I produttori non OPEC faranno lo stesso, riducendo la propria produzione di 558.000 barili al giorno. Tra questi, la Federazione Russa taglierà la propria produzione di 300.000 barili al giorno, mentre il Messico di 100.000 barili al giorno. In realtà, l’adesione del Paese dell'America centrale è stata data per scontata, poiché è previsto un calo dell’estrazione petrolifera nel 2017. Si prevede che la domanda globale di petrolio crescerà di 1,4 mbg nel 2016 e 1,3 mbg nel 2017, per un totale di 97,6 mbg. In base ai dati pubblicati dall’Energy Information Administration il 12 dicembre, nel mese di gennaio 2017 è previsto un aumento di 2.000 barili al giorno della produzione statunitense non convenzionale, che dovrebbe attestarsi a 4,542 mbg. La produzione di greggio statunitense, dopo il picco di 9,7 milioni di barili al giorno registrato nell’aprile 2015, ha raggiunto i valori minimi a 8,428 mbg il 1° luglio. È poi tornata ad aumentare fino a 8,770 mbg, raggiunti durante l’ultima settimana di dicembre 2016. Infatti, secondo i dati forniti da Baker Hughes, l’attuale numero totale di piattaforme statunitensi - 665, di cui 529 (79,5%) piattaforme petrolifere e 135 (20,3%) di gas, più 1 mista al 6 gennaio - è tornato a crescere grazie all’aumento dei prezzi del petrolio. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia, ''si prevede che l’LTO [tight oil] statunitense continui a diminuire fino alla fine dell’anno, per poi aumentare marginalmente nel corso del 2017. Ciò nonostante, resta da vedere se le società possano mantenere flussi finanziari positivi mentre il settore incrementa l’attività e la spesa in conto capitale e torna a presentarsi una pressione al rialzo sui costi''. Sebbene l’accordo petrolifero dell’OPEC abbia fatto un ''regalo'' da miliardi di dollari alle società statunitensi dello scisto sotto forma di plusvalenze patrimoniali, le previsioni dell’OPEC non confermano la tendenza al rialzo stimata dall’AIE per il 2017 e, al contrario, prevedono una tendenza al ribasso in misura di 220.000 barili al giorno. Se a settembre le importazioni statunitensi di greggio hanno superato 8 mbg (8,057 mbg) per la quarta volta nel 2016, in ottobre sono scese a 7,607 mbg, contestualmente all’aumento della produzione petrolifera totale degli Stati Uniti. Nonostante ciò, l’importazione media di greggio americana si è attestata a 7,861 mbg nei primi dieci mesi del 2016, in aumento rispetto ai 7,344 mbg importati nel 2014 e ai 7,363 mbg nel 2015.

Geopolitica del petrolio e del gas

Secondo l’economista Giuseppe Masala, ''con l’annuncio da parte del presidente Donald Trump della nomina a Segretario di Stato di Rex Tillerson, ex CEO di Exxon Mobil, dovrebbe essere chiaro che la nuova guerra fredda tra la Federazione Russa e gli Stati Uniti d’America si è davvero conclusa. Infatti Tillerson è noto per essere un ottimo amico della Russia con la quale ha stipulato in passato lucrosissimi affari. Ciò dovrebbe riportare i rapporti tra i due stati su un sentiero di fiducia reciproca che potrebbe garantire un importante accordo sia in Medio Oriente che in Ucraina''. Masala suggerisce di battezzare questi possibili eventi storici come Pax Petrolifera. Considerando che non sarà affatto facile ripartire da zero nei rapporti tra la Federazione Russa e gli Stati Uniti d’America, quali sono le principali questioni politiche e gli attori che potrebbero sostenere la cosiddetta Pax Petrolifera nei prossimi mesi?


 - Prima di tutto, un’implicazione dell'accordo dell’OPEC è che i due grandi nemici all’interno dell’organizzazione - l’Arabia Saudita e l’Iran – hanno raggiunto un’intesa promossa dalla Federazione Russa. In particolare, i sauditi hanno posto fine alla propria politica energetica basata su bassi prezzi petroliferi introdotta nel settembre 2014 allo scopo di escludere dal mercato i produttori petroliferi ad alti costi e mettere in difficoltà economica i Paesi con elevati prezzi di break-even.

 - La società petrolifera russa Rosneft ha venduto il 19,5% del proprio capitale azionario a un consorzio congiunto costituito da Glencore e Qatar Investment Fund (QIF) per 10,5 miliardi di euro (pari a 11,3 miliardi di dollari). Nello specifico, ciascuna detiene una partecipazione del 50% (19,75%), la terza quota di Rosneft dopo l’agenzia del trasporto petrolifero pubblica Rosneftegaz (50%) e BP (19,5%). Inoltre, la società svizzera ha annunciato che avrebbe pagato di tasca propria circa 300 milioni di euro e QIF fornirebbe altri 2,5 miliardi di euro, mentre il resto della somma sarebbe finanziato da un gruppo di banche (comprese banche russe) guidato dall’italiana Intesa Sanpaolo. Dal punto di vista geopolitico, un tale investimento finanziario è stato possibile perché il Qatar ha deciso di abbandonare al loro destino i gruppi terroristi - che aveva finanziato fin dall’inizio della guerra in Siria - dopo il tentativo fallito di rovesciare il presidente al-Assad. Allo stesso tempo, la Russia ha raggiunto due obiettivi: in primo luogo, il Qatar, che rappresentava il nemico dal punto di vista militare sul suolo siriano, è diventato un partner economico. In secondo luogo, il Cremlino ha ''inestricabilmente unificato le politiche energetiche dei due principali produttori di gas naturale al mondo'' come rimarcato dall’ex agente francese Thierry Meyssan.

 - Infine, ma non da ultimo, Rosneft ha raggiunto un accordo con ENI per l’acquisto di una quota del 30% del giacimento di gas di Shorouk per 1,57 miliardi di dollari. Shorouk si trova al largo dell’Egitto, nello specifico nell’enorme giacimento di gas di Zohr scoperto dalla compagnia italiana nel 2015. Zohr è considerato il più grande giacimento di gas naturale nel Mar Mediterraneo con 850 Gmc3 di riserve stimate. Con questa mossa, Rosneft ha l’opportunità di entrare sul mercato del gas naturale - e la Russia di mettere piede nel Mediterraneo - mentre il presidente russo, Vladimir Putin, potrebbe superare molti attriti politici interni tra i due giganti energetici nazionali del petrolio e del gas, Rosneft e Gazprom.

In conclusione, tenendo conto che la presidenza di Donald Trump avrà inizio il 20 gennaio, sembra che l’Italia possa diventare il fulcro in termini di stabilizzazione, sviluppo ed equilibrio politico non solo nell’area del Mediterraneo, ma anche tra le due superpotenze nucleari.