Verso un mondo a basse emissioni
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Il gas naturale può traghettarci verso un futuro dominato dalle rinnovabili. Tuttavia esso continuerà ad essere indispensabile come combustibile di transizione, ma anche come risorsa permanente

Il mondo ha bisogno di forme di energia economicamente accessibili, sicure, che favoriscano la crescita e siano ecosostenibili, sfruttando tutte le risorse disponibili, le nuove tecnologie, le politiche, le istituzioni e gli investimenti economici. Tale necessità rappresenta una questione cruciale non soltanto per il presente, ma anche per il futuro, dal momento che entro il 2040 si stima che la popolazione della Terra raggiungerà i 9 miliardi di persone, con un aumento di circa 2 miliardi rispetto alle cifre attuali: tutti dovranno avere accesso alle forniture energetiche e aspirare a uno stile di vita medio-alto. Attualmente, circa 1,2 miliardi di persone non ha accesso all’elettricità, molte di queste abitano in Africa, dove la capacità di produzione a disposizione dell’intero continente equivale a malapena a quella della California. A livello globale, 2,8 miliardi di persone cucinano ancora con fornelli primitivi, utilizzando il fuoco, lo sterco animale o altre forme di biomassa tradizionale come combustibile. E anche quando nei Paesi in via di sviluppo l’energia è disponibile, presenta dei costi elevati e risulta spesso inaffidabile. Se la situazione non cambierà drasticamente, non sarà possibile trasformare in realtà l’obiettivo dell’accesso universale all’energia entro il 2030.

La nuova mappa globale dell'energia

La mappa energetica mondiale ha subìto dei cambiamenti rilevanti nel corso degli ultimi dieci anni. In particolare, con l’avvento dell’abbondanza energetica dell’America del nord, si sta facendo strada una nuova mappa mondiale del petrolio, incentrata non più soltanto sul Medio Oriente, ma in misura sempre crescente anche sull’emisfero occidentale. Il nuovo asse del petrolio va dall’Alberta, in Canada, ai campi di scisto in Dakota del Nord e nel Texas meridionale, e fino agli enormi giacimenti di petrolio offshore vicino al Brasile. Tale situazione sembra indicare un importante cambiamento geopolitico, che vede gli Stati Uniti in vantaggio rispetto a tutti i suoi rivali. Se colui che sta per diventare il leader del mondo libero definisce il cambiamento climatico ''una burla costosa'', non sorprende che le aziende di combustibili fossili vengano considerate le maggiori beneficiarie del risultato delle elezioni statunitensi, mentre coloro che investono sull’energia rinnovabile manifestano il proprio sconcerto. Con ogni probabilità, il mandato presidenziale di Donald Trump innescherà una serie di cambiamenti epocali nella politica energetica interna degli Stati Uniti, facendo vacillare molte delle misure ambientali fondamentali volute da Barack Obama. Inoltre, il tycoon rappresenta una reale minaccia per i fragili segni di miglioramento globale nella lotta al cambiamento climatico capeggiata dal presidente uscente, rischiando così di mettere a repentaglio lo sviluppo dell’energia pulita in tutto il mondo. Di certo, non desta alcuna preoccupazione il futuro del settore degli idrocarburi nei prossimi decenni: l’era degli idrocarburi non è finita. La storia ci insegna che occorrono diversi anni prima che le nuove energie guadagnino una quota di mercato. Che ci piaccia o meno, gli idrocarburi costituiranno ancora il 70 percento del nostro mix energetico al 2050, nonostante le significative scoperte nel campo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica. Da adesso al 2040, probabilmente useremo meno carbone e petrolio e più gas naturale e rinnovabili nel mix energetico globale ma, in generale, le quote dei diversi combustibili per la produzione di energia non varieranno in maniera significativa. Dal momento che i progressi tecnologici sono essenziali per lo sviluppo del settore energetico, verrebbe da chiedersi se una svolta tecnologica sarebbe in grado di trasformare i consumi energetici globali, alla stregua di quanto avvenuto con i telefoni e le reti cellulari per la comunicazione. Lo scenario appare piuttosto improbabile. Sebbene la tecnologia contribuirebbe a far scendere i costi, l’infrastruttura energetica attuale è talmente importante e radicata che sarebbe difficile innescare dei cambiamenti significativi. Di conseguenza, il settore del petrolio e del gas non è (ancora) in ginocchio, ma si trova piuttosto a un punto di svolta che ne determinerà le sorti future: se prospererà soltanto per qualche decennio, o piuttosto fino alla fine del secolo. Collaborando, risparmiando sui costi e facendo progressi in campo tecnologico sarà possibile migliorare il recupero degli idrocarburi e aumentare i livelli di rendimento, in modo da allungare il futuro del settore oltre qualche decennio, fino a gran parte del prossimo secolo. Ma ciò non significa che non ci troveremo di fronte a una concorrenza alla pari tra combustibili nel quadro energetico globale. Attualmente, molte sono le risorse energetiche disponibili e, infatti, nessuno parla più della scarsità di risorse che tradizionalmente ha fatto sorgere rivalità geopolitiche, volatilità e rischi nei mercati globali. Al contrario, è proprio l’abbondanza di risorse che preoccupa i protagonisti dello scenario dei mercati energetici globali.

Aumenta la domanda, ma di quale energia?

Il #gas pulito sottrarrà quote di mercato al #carbone per la produzione di energia elettrica e al #petrolio nel settore dei trasporti

La domanda energetica mondiale aumenterà del 34 percento tra il 2014 e il 2035, passando da 12.928 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (tep) a 17.307 milioni (tep). La quota della produzione di energia primaria globale derivante dal carbone subirà nello stesso arco temporale un notevole calo, passando dal 30 percento del 2014 al 25 percento nel 2035, il livello più basso mai registrato dai tempi della rivoluzione industriale. L’introduzione dello shale gas iniziata circa dieci anni fa ha innescato la prima ondata di abbandono di tale fonte. Lo scorso anno i prezzi del gas sono crollati ai livelli più bassi mai raggiunti da quasi vent’anni, rendendo il carbone sempre meno competitivo: con i prezzi Henry Hub inferiori ai 2 dollari per milione di Btu, i proprietari di centrali elettriche alimentate a carbone fanno fatica a trovare una motivazione per mantenere aperti i loro impianti. Stando ai dati dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA), sembrerebbe probabile che il sole diventi la maggiore fonte di elettricità al mondo entro il 2050. Attualmente, a livello globale, il solare copre lo 0,5 percento della produzione energetica e negli Stati Uniti appena lo 0,2 percento. Alcune roadmap ottimistiche sviluppate dalla IEA mostrano come i sistemi solari fotovoltaici potrebbero produrre fino al 16 percento del fabbisogno energetico mondiale entro il 2050, mentre gli impianti solari termici a concentrazione potrebbero garantire un ulteriore 11 percento di energia solare termica. Grazie all’unione di queste tecnologie, sarebbe possibile evitare emissioni di diossido di carbonio per circa 6 miliardi di tonnellate l’anno entro il 2050, vale a dire più delle attuali emissioni di anidride carbonica legate al consumo di energia degli Stati Uniti, o quasi la totalità delle attuali emissioni dirette provenienti dal settore dei trasporti di tutto il mondo. Siamo in una posizione migliore per l’energia eolica, che potrebbe generare il 18 percento dell’elettricità mondiale entro il 2050, rispetto al 2,6 percento di oggi. I quasi 300 gigawatt attuali di energia eolica aumenteranno di otto o dieci volte, e gli oltre 78 miliardi di dollari di investimenti raggiungeranno gradualmente quota 150 miliardi di dollari l’anno. Probabilmente la Cina supererà l’Europa-OCSE come produttore leader di energia eolica entro il 2020 o il 2025, con gli Stati Uniti in terza posizione. Tale incremento nell’utilizzo di energia eolica permetterebbe di tagliare fino a 4,8 gigatonnellate di emissioni di anidride carbonica l’anno entro il 2050, un valore pari all’attuale livello di emissioni annue dell’Unione Europea. L’energia nucleare è oramai una componente salda del mix energetico globale, producendo l’11 percento dell’elettricità mondiale, pari a 22.752 TWh. Stando alle previsioni, l’utilizzo dell’energia nucleare dovrebbe crescere dell’1,9 percento l’anno, passando da 574,0 milioni tep del 2014 a 859,2 milioni tep nel 2035, che equivale a un aumento complessivo del 50 percento. Si stima che la produzione nucleare nell’Unione Europea e nel Nord America subirà una contrazione, passando dal 29 percento al 13 percento, in quanto i reattori più vecchi vengono mano a mano smantellati e i nuovi investimenti sono bloccati per via delle sfide politiche legate all’energia nucleare. In Cina, invece, si attende un aumento della produzione dell’11,2 percento annuo e in Giappone, entro il 2020, la produzione aumenterà del 60 percento rispetto ai livelli del 2010, dal momento che i reattori verranno riavviati entro i prossimi cinque anni.

Inizia l'allontanamento dai combustibili fossili

Il mondo si sta sempre più orientando verso le energie rinnovabili e, in proporzione rispetto al consumo totale, si sta allontanando da petrolio, gas e carbone. All’interno dello stesso mercato dei combustibili fossili, alcune fonti quali il gas stanno soppiantandone altre, come il carbone. La domanda per i politici e gli esperti del settore è quanto lontano e quanto velocemente questi cambiamenti possono spingersi. L’energia rinnovabile ha vissuto una rapida crescita, pur partendo da una base estremamente bassa. La quota di energia elettrica che le 20 maggiori economie mondiali stanno generando dal sole e dal vento è aumentata in modo esponenziale nell’arco di cinque anni. Non è però ancora chiaro se questa svolta sia davvero sostenibile e quali conseguenze avrà nella lotta contro il cambiamento climatico. Nel frattempo, alcune nuove tecnologie energetiche non stanno compiendo grandi progressi, come lo sviluppo di centrali elettriche in grado di catturare e immagazzinare l’anidride carbonica prodotta. È evidente, inoltre, che la crescita delle energie rinnovabili e di altre fonti energetiche a basse emissioni di carbonio non seguirà di certo un percorso lineare. Quest’anno gli investimenti sulle energie ''pulite'' sono stati incerti, dopo aver registrato un record nel 2015 (la Cina, da sola, aveva investito più di 110 miliardi di dollari). Nella prima metà del 2016, sono diminuiti del 23 percento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Alcune nubi all’orizzonte potrebbero turbare l’eccezionale anno dell’energia pulita. I problemi economici della Cina potrebbero frenare gli investimenti. Inoltre, l’azione della Federal Reserve americana, volta ad aumentare i tassi di interesse e a sostenere il rafforzamento del dollaro statunitense, aumenterà il costo del capitale per i nuovi progetti solari ed eolici. E sebbene i combustibili fossili a buon mercato non abbiano tenuto testa al boom dell’energia pulita nel 2015, i prezzi costantemente bassi del petrolio e del gas ne potrebbero impedire una crescita molto più forte. Tuttavia, il settore dell’energia pulita rappresenta attualmente un terzo di un’industria dal valore di mille miliardi di dollari, con ampio margine di crescita. La transizione verso l’energia pulita è già in corso e probabilmente non c’è possibilità di tornare indietro.

Le aziende investono sempre di più sul gas...

Le principali compagnie petrolifere internazionali hanno gradualmente spostato la propria attenzione sul gas, fino al punto di essere conosciute come “Big Gas”, piuttosto che “Big Oil”. Per compagnie come Shell o BP, il gas rappresenta in questo momento più del 50 percento della produzione totale. Le riserve di gas sono più accessibili e hanno una più ampia distribuzione a livello globale. Inoltre, grazie alle preoccupazioni di carattere ambientale il gas pulito sottrarrà quote di mercato al carbone per la produzione di energia elettrica e al petrolio nel settore dei trasporti. Il gas naturale compresso (GNC) è già usato in alcune parti del mondo per alimentare automobili e autocarri. È diffuso però su larga scala soltanto nei Paesi che hanno attuato politiche governative specifiche (tra cui sovvenzioni e prezzi regolamentati) volte a promuovere questo tipo di carburante, anche al fine di ridurre l’inquinamento atmosferico nelle grandi città e il livello delle gravose importazioni di benzina e diesel. Il problema è quello dell’uovo e della gallina. I consumatori non acquistano veicoli a GNC se non vivono nelle vicinanze di una stazione di rifornimento di GNC. Ma le stazioni di rifornimento di GNC non vengono costruite se non ci sono in circolazione veicoli a GNC. Una recente relazione dell’IHS Energy prevede che il gas naturale potrebbe aggiudicarsi una fetta considerevole del mercato degli autocarri e delle navi nei prossimi decenni. Oltre al GNC, anche l’uso di gas naturale liquefatto (GNL) possiede un notevole potenziale. L’IHS sostiene che entro il 2030 il GNC e il GNL potrebbero rimpiazzare 1,5 milioni di barili di petrolio al giorno nel settore dei trasporti. Una cifra considerevole ma ancora relativamente bassa. La strategia di allontanamento dal petrolio incorre però in alcuni problemi. Nel 2014, l’insorgere di un eccesso di offerta ha portato a un significativo crollo dei prezzi spot del gas asiatico. La successiva (sebbene non correlata) caduta dei prezzi del petrolio (con il conseguente abbassamento dei prezzi per il gas venduto sulla base di contratti indicizzati al petrolio) ha contribuito a esacerbare la situazione per i produttori di gas. Inoltre, a causa della bassa densità energetica, il gas è molto più costoso da trasportare rispetto ad altri combustibili fossili. Il trasporto richiede gasdotti (per distanze brevi) o la liquefazione (per distanze maggiori). Ed è soprattutto il GNL a incorrere in costi elevati. La storia recente ci insegna, infine, che le proiezioni dei prezzi del gas naturale sono spesso sbagliate. Il prezzo attuale del gas naturale ha oscillato di oltre il 400 percento negli ultimi due decenni e vi è alcuna garanzia che i prezzi in futuro saranno più stabili rispetto al passato.

Il passaggio dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili non risolverà da solo il problema del cambiamento climatico. Dobbiamo iniziare a rimuovere il carbonio dall'atmosfera e dobbiamo affrontare la questione della domanda

...e sulle energie rinnovabili

Lo scorso anno gli investimenti globali nel settore energetico hanno subito un calo dell’8 percento, scendendo a 1,8 mila miliardi di dollari, come riflesso della riduzione dei prezzi del gas e del petrolio e del crollo dei prezzi nell’intero settore. Circa la metà della contrazione registrata è imputabile agli Stati Uniti, in cui il crollo dei prezzi del petrolio e il recente boom dello shale gas, accompagnati dalla deflazione dei costi nel settore energetico, hanno giocato un ruolo di fondamentale importanza. La Cina è rimasta il maggior investitore al mondo in energia a livello globale, con 315 miliardi di dollari spesi nel 2015, nonostante il rallentamento della sua impetuosa crescita economica. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, nonostante il calo globale, gli investimenti nelle energie rinnovabili nel 2015 rimangono stabili. Il passaggio all’energia pulita è stato guidato dalle politiche governative dei paesi desiderosi di conseguire una crescita a basse emissioni di carbonio. Circa 313 miliardi di dollari sono stati investiti lo scorso anno in fonti rinnovabili e altre fonti energetiche a basse emissioni di carbonio, che rappresentano circa un quinto della spesa complessiva destinata all’energia. La maggior parte dei fondi è stata destinata alla produzione di elettricità. Le energie rinnovabili si sono aggiudicate più del doppio del denaro rispetto al carbone e al gas (130 miliardi di dollari nel 2015). Per la prima volta, le economie emergenti hanno superato le nazioni più ricche nella corsa all’energia pulita, con la Cina che ha raggiunto un terzo del totale mondiale. Anche le compagnie petrolifere si stanno attrezzando in vista del fatto che il mondo si sta orientando sempre più verso l’energia a basse emissioni di carbonio. Le major del petrolio e del gas cominciano investire in energia pulita per proteggere la loro scommessa che i mercati del petrolio e del gas continueranno a esistere nei decenni a venire. Tali investimenti sono di diverso grado e si concentrano su impianti eolici, sistemi di accumulo di energia elettrica e sistemi di cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica.

Un ponte verso un'economia a basse emissioni

Il settore industriale sta subendo una pressione sempre maggiore riguardo al carbonio ed è estremamente importante che riconosca il problema, di portata mondiale, e non si metta sulla difensiva. Cosa si può fare in termini di operazioni, emissioni ed efficienza energetica? Il passaggio dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili non risolverà da solo il problema del cambiamento climatico. Dobbiamo iniziare a rimuovere il carbonio dall’atmosfera e dobbiamo affrontare la questione della domanda. Non possiamo semplicemente presumere che una crescita economica inarrestabile sia compatibile con un futuro più verde. Gli impegni assunti a Parigi non sono ancora sufficienti ad arrestare il riscaldamento globale alla tacca dei 2 °C, se non si inverte la crescita dei gas serra nell’atmosfera. La verità è che l’accordo di Parigi ignora i problemi fondamentali e strutturali che impediscono la decarbonizzazione delle nostre economie, per quanto radicale questa misura possa essere. Ci sono alcuni fatti che non possono essere semplicemente ignorati. In primo luogo, i regimi rinnovabili fino a oggi sono stati attuati a spese degli impopolari impianti nucleari, mentre la quota globale del consumo di energia prodotta da combustibili fossili rimane stabile all’80-85 percento, esattamente dove si trovava all’inizio degli anni ’70. In secondo luogo, l’enorme quantità di terreni necessari per la produzione di gigawatt di energia solare ed eolica distruggerà l’habitat naturale e sottrarrà preziosi terreni all’agricoltura. Questo fatto risulta già evidente nel modo in cui i sistemi esistenti di produzione di biomasse (per esempio le foreste negli Stati Uniti, la canna da zucchero in Brasile o l’olio di palma in Malesia) hanno avuto gravi effetti collaterali dal punto di vista ambientale e sociale, tanto da essere stati etichettati come “greenwashing”. In terzo luogo, la domanda in crescita da parte dei produttori di veicoli elettrici sommata a un boom delle energie rinnovabili a livello mondiale potrebbe portare a un aumento annuo dal 5 al 18 percento della domanda di minerali, per i prossimi 40 anni. Il gas naturale a buon mercato fornisce un percorso di transizione a basso costo da combustibili ad alto contenuto di carbonio, come il carbone e il petrolio. Per ragioni economiche e di riduzione dell’inquinamento, è necessaria una maggior quantità di gas naturale per la produzione di elettricità in tutto il mondo. Il gas naturale come combustibile per le centrali elettriche ha già svolto un ruolo importante nella transizione verso un’economia a basse emissioni. Ad esempio, le emissioni di diossido di carbonio del settore dell’elettricità hanno raggiunto in molti paesi degli Stati Uniti i livelli più bassi degli ultimi due decenni anche grazie al passaggio dal carbone al gas per la produzione di energia elettrica. Il gas può fungere, dunque, da “combustibile ponte”, ma, perché la transizione prosegua verso energie a zero emissioni, occorre trovare un attento equilibrio tra gli investimenti destinati al gas e quelli destinati alle rinnovabili e alle tecnologie avanzate.