OPEC e prezzi: cosa abbiamo imparato?
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L'Organizzazione non è più quella di un tempo. Il suo potere di influenzare le quotazioni continua a scemare, mentre si allunga la lista di possibili eventi geopolitici in grado di stravolgere i mercati petroliferi

La Primavera araba e la guerra civile libica hanno causato un aumento consistente del prezzo del petrolio, che ha mantenuto una media di quasi 100 dollari al barile nel periodo di instabilità politica durato all’incirca dal 2011 al 2014. I prezzi alti hanno permesso ai produttori di shale oil negli Stati Uniti di aumentare la propria attività. Grazie a questo, il Paese ha potuto praticamente raddoppiare la propria produzione complessiva, passando da 5,3 milioni di barili al giorno nel 2011 a quasi 10 milioni di barili al giorno nel 2014, e ridurre le importazioni di petrolio di circa due milioni di barili al giorno durante lo stesso periodo. Queste, chiaramente, non sono state delle buone notizie per i paesi produttori OPEC. Gli Stati Uniti non solo stavano riducendo la loro dipendenza dal petrolio dell’OPEC, ma la fiorente produzione petrolifera nazionale ha provocato una sovrabbondanza globale di petrolio che ha causato a sua volta una pressione al ribasso sui prezzi. Il rallentamento economico dei grandi consumatori di petrolio, come la Cina, e l’economia globale anemica hanno ulteriormente indebolito il prezzo del petrolio. I crescenti timori per la piega presa dagli eventi hanno portato l’OPEC ad abbandonare il proprio obiettivo di ''proteggere'' il prezzo del petrolio per adottare invece una strategia volta a proteggere e, nelle migliori delle ipotesi, ad aumentare le quote di mercato del Cartello. Per raggiungere tale obiettivo, il Cartello ha deciso di non reagire al calo del prezzo e di mantenere alta la produzione, seguendo la scia dei provvedimenti presi dall’Arabia Saudita. Il bersaglio di questa strategia è stata proprio la produzione di petrolio di shale oil degli Stati Uniti, che sarebbe diventata altamente svantaggiosa da un punto di vista economico con prezzi al di sotto dei 50 dollari al barile. Tale strategia si è rivelata vincente per quasi due anni, dal 2014 al 2016. Durante questo periodo, infatti, la produzione di shale oil statunitense è crollata di quasi un milione di barili al giorno. Ma un simile approccio è diventato insostenibile quando i paesi OPEC hanno cominciato a sentire la pressione. In Arabia Saudita, per esempio, il deficit di bilancio ha raggiunto il 12 percento del PIL nel 2016, gli introiti petroliferi del 2015 sono scesi alla metà di quelli del 2011, le importazioni sono state significativamente ridotte e la disoccupazione è salita circa al 12 percento. Verso la fine del 2016, il debito è salito al 15 percento del PIL ed è previsto un aumento al 23 percento del PIL entro il 2018.

Un'inversione di rotta

La #strategia dell'#OPEC è cambiata, abbandonando la protezione del #prezzodelpetrolio per proteggere le quote di mercato del #Cartello

In generale, i paesi OPEC hanno sofferto una grave e dolorosa riduzione delle entrate generate dalle esportazioni di petrolio che sono calate dai 753 miliardi di dollari nel 2014 ai 341 miliardi di dollari stimati nel 2016. Un boccone troppo amaro per l’Arabia Saudita e, infatti, il governo ha deciso di invertire la rotta e puntare su prezzi più elevati riducendo significativamente i livelli di produzione. Sulla scia di questa tendenza, a dicembre 2016, l’OPEC ha deciso di tagliare la propria produzione petrolifera complessiva di circa 1,2 milioni di barili al giorno, con l’assorbimento di quasi la metà di questo taglio di produzione da parte dell’Arabia Saudita. L’Iran, la Nigeria e la Libia sono state esentate dai tagli, mentre la riduzione dei volumi per il Venezuela e l’Ecuador è stata molto ridotta, tanto da non avere alcuna conseguenza nel contesto globale. Sono stati promessi tagli della produzione petrolifera anche da paesi non appartenenti all’OPEC, in particolare Russia, Azerbaijan e Messico, facendo raggiungere al calo pianificato alla fornitura petrolifera globale 1,8 milioni di barili al giorno. Il Cartello ha stimato che, con questo volume di tagli della produzione, il prezzo del petrolio sarebbe salito a circa 60 dollari al barile entro l’inizio del 2017. In effetti, non appena l’OPEC ha fatto il suo annuncio, il prezzo è salito del 10-15 percento. Le azioni delle compagnie petrolifere sono salite, portando l’indice Standard and Poor a un nuovo record storico. Anche le azioni dei maggiori produttori statunitensi di shale sono salite dell’8-10 percento, quando il settore ha potuto avvertire il profumo di vittoria sull’Arabia Saudita in quella che consideravano una guerra dei prezzi.

In generale, i paesi OPEC hanno sofferto una grave e dolorosa riduzione delle entrate generate dalle esportazioni di petrolio che sono calate dai 753 miliardi di dollari nel 2014 ai 341 miliardi di dollari stimati nel 2016

Cinque fattori di criticità

All’inizio del 2017, il prezzo del petrolio è ancora compreso tra i 53-54 dollari al barile. Ciò indicherebbe che l’impatto psicologico iniziale del taglio della produzione sui mercati globali è stato inferiore rispetto a quanto avvenuto in casi precedenti. Il sentimento dominante sul mercato non è quello di un mondo caratterizzato dalla scarsità di idrocarburi ma piuttosto di uno consapevole dell’abbondanza di forniture e di una domanda sempre contenuta a causa della debole economia globale e la sorprendente e rapida incursione delle energie rinnovabili come l’eolico e il solare.

L’aumento del prezzo del petrolio è anche compromesso da diversi altri fattori:

- il primo riguarda l’alto livello di scorte. Nonostante la riduzione dei livelli verso la fine del 2016, le scorte globali ammontano a 5,7 miliardi di barili, un volume molto alto che influisce pesantemente sulle dinamiche dei prezzi.

- Il secondo fattore che incide sull’aumento dei prezzi è proprio la rapida risposta in termini di offerta ai prezzi più elevati da parte dei produttori statunitensi. La produzione petrolifera degli Stati Uniti ha registrato un aumento superiore al 6 percento dalla metà del 2016, mentre quella dello shale oil è tornata ai livelli della fine del 2014. Baker Hughes, una società di servizi petroliferi, annuncia che, dalla metà del 2016, le unità di trivellazione statunitensi hanno registrato l’aumento maggiore degli ultimi quattro anni.

- Il terzo fattore, invece, riguarda una vecchia e irrisolta problematica all’interno dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio ossia come mantenere una disciplina sui prezzi tra i propri membri. Secondo il ministro dell’Energia dell’Arabia Saudita, i tagli alla produzione petrolifera dell’OPEC stanno procedendo secondo i piani. Tuttavia, sono già stati rivelati diversi imbrogli tra i membri dell’Organizzazione in occasione di precedenti tagli alla produzione petrolifera. Questa volta, l’Iraq potrebbe rappresentare l’anello più debole a causa del controllo limitato che esercita sulla produzione petrolifera nella regione curda. Dal momento che i produttori OPEC come l’Iran, la Libia e la Nigeria sono esentati da questo accordo, un monitoraggio adeguato del rispetto dei tagli potrebbe rivelarsi difficoltoso.

- Il quarto fattore è rappresentato dalla Russia, il secondo produttore di petrolio più importante al mondo. Stando a quanto affermato dal ministro dell’Energia russo, l’obiettivo di Mosca è la stabilità del mercato nel lungo termine piuttosto che un prezzo elevato del petrolio. Inoltre, ha evidenziato che il bilancio russo per il 2017 è basato sulla vendita del petrolio a un prezzo di 40 dollari al barile. Un prezzo più elevato del petrolio sarebbe certamente d’aiuto, ma ''non ha importanza'' per la Russia quanto lo ha per i paesi membri dell’OPEC, tanto a corto di liquidità. Peraltro, il ministro delle Finanze Anton Siluanov ha affermato che la situazione finanziaria della Russia rimarrà stabile finché il prezzo del petrolio si mantiene tra i 40-45 dollari nei prossimi tre anni. Se non altro, le priorità russe sembrerebbero favorire un aumento della produzione petrolifera. Certamente, anche l’evoluzione delle sanzioni economiche imposte da Stati Uniti ed Europa sulla Russia, in seguito all’invasione della Crimea e all’intervento in Ucraina, influenzeranno l’impatto del petrolio russo sul prezzo mondiale.

- Infine, il fattore Trump. Il nuovo presidente degli Stati Uniti è deciso ad aumentare la produzione petrolifera nazionale e di sicuro ciò inciderà negativamente sul prezzo. È probabile che i tagli alla produzione di petrolio dell’OPEC genereranno, nel medio termine, un aumento del prezzo, che sarà sicuramente più debole di quanto atteso. L’Energy Information Administration (EIA) statunitense prevede un aumento ad appena 55-56 dollari al barile nel corso dei prossimi due anni, a causa della crescita della produzione statunitense di circa 500 mila barili, che annulla parzialmente i tagli della produzione petrolifera del cartello. Nel frattempo, alcuni dei Paesi membri più esposti alla pressione finanziaria potrebbero vedersi costretti ad aumentare la produzione, indebolendo ulteriormente l’effetto delle misure messe in atto finora. La presenza degli Stati Uniti, in veste di swing producer non appartenente al Cartello, sembra aver cambiato le regole di quel gioco del prezzo del petrolio che era dominato dall’OPEC.

Tra i fattori che influenzano il prezzo del petrolio uno riguarda una vecchia e irrisolta problematica all'interno dell'Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio ossia come mantenere una disciplina sui prezzi tra i propri membri

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L'equilibrio di Nash

Questo nuovo equilibrio favorisce quello che i teorici del gioco chiamano ''Equilibrio di Nash''. Non ci saranno incentivi per il Cartello a tagliare ulteriormente la produzione petrolifera finché gli Stati Uniti continueranno ad aumentare la propria produzione per compensare i tagli. Ovviamente esiste sempre la possibilità che questo delicato equilibrio venga messo in pericolo da azioni unilaterali di uno o più grandi produttori petroliferi, spinti da un bisogno imminente di aumentare gli introiti petroliferi a qualunque costo. Forse, invece, la conclusione più ovvia è che le recenti dinamiche del mercato petrolifero confermano la realtà che l’OPEC non è più quella di un tempo. Il suo potere di influenzare il prezzo del petrolio sta scemando da decenni ormai e l’impatto davvero trascurabile dei suoi recenti tentativi di influenzare il mercato sottolineano ancora una volta che questa tendenza non è affatto cambiata. Un secondo messaggio importante è che, nonostante i fattori strutturali indichino un periodo prolungato di un prezzo relativamente contenuto del petrolio, questo mercato è incline ad aumenti improvvisi, causati da eventi di natura geopolitica. E il 2017 è cominciato con il forte presentimento che la lista di possibili eventi in grado di stravolgere drasticamente i mercati petroliferi si sia notevolmente allungata e sia diventata più preoccupante di quanto non lo sia stata negli ultimi tempi.

Il Cartello ha stimato che, con questo volume di tagli della produzione, il prezzo del petrolio sarebbe salito a circa 60 dollari al barile entro l'inizio del 2017. In effetti, non appena l'OPEC ha fatto il suo annuncio, il prezzo è salito del 10-15%.