Non aspettare il miracolo

Non aspettare il miracolo

Ramón Espinasa e Carlos G. Sucre*
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Anziché attendere un rialzo delle quotazioni, bisogna accettare il crollo dei prezzi del greggio e, di conseguenza, gestire i propri mercati petroliferi da una prospettiva diversa. Serve un nuovo modello

Da oltre un secolo, l’America Latina rappresenta una componente essenziale del mercato petrolifero mondiale. Alla metà del XX secolo, la regione ha rifornito di combustibile gli alleati durante la Seconda Guerra Mondiale e, in seguito, è stata una sicura fonte di petrolio per le economie in crescita del mondo ora industrializzato. Oltre a rifornire i mercati, l’America Latina ha fatto da laboratorio per le strutture di governance petrolifere, da banco di prova per le tecnologie di estrazione e produzione del settore e da palcoscenico per i fondamentali dibattiti su produzione e proprietà del petrolio. Oggi, pur essendo ormai un ingranaggio chiave ben rodato del settore petrolifero, la regione è ancora la protagonista di discussioni, evoluzioni e sviluppi. In termini generali, questi dibattiti e riforme hanno di recente determinato un allontanamento strutturale dalle norme e dalle modalità imposte dallo Stato a favore di quelle richieste dal mercato. Negli ultimi vent’anni, i Paesi della regione hanno cominciato a concedere alle compagnie petrolifere statali maggiore indipendenza operativa e a fissare regole più chiare in materia di investimenti non pubblici nel settore petrolifero. Questo cambiamento ha avuto inizio in Perù, nei primi anni ’90, ed è poi proseguito in Brasile al termine del decennio. La Colombia ha introdotto riforme analoghe nei primi anni 2000, seguita dal Messico nel 2013. Il nuovo scenario consente molta più competitività, trasparenza ed efficienza e ha tutte le potenzialità per tradursi in benefici più concreti e duraturi per le popolazioni latino-americane. Questa evoluzione fondamentale del mercato petrolifero dell’America Latina deve ora far fronte a una sfida molto complessa, quella rappresentata dal profondo cambiamento del mercato petrolifero globale stesso. Stime approssimative indicano che il valore della produzione di petrolio in America Latina, nel 2016, è stato pari a 155 miliardi di dollari USA, una cifra superiore al PIL dell’Ecuador (100 miliardi di dollari) e di poco inferiore a quello del Perù (189 miliardi di dollari). Eppure, solo tre anni fa, ammontava a 369 miliardi di dollari.

Perché la produzione di petrolio è crollata

I Paesi dell'#AmericaLatina hanno cominciato a concedere alle compagnie #petrolifere statali maggiore indipendenza operativa

Questo calo del 58 percento si spiega con due fattori. Il primo è il crollo dei prezzi del greggio, da 100 dollari a barile a metà 2014 al livello minimo di 30 dollari a barile del febbraio 2016. I prezzi attuali sono del 50 percento inferiori rispetto alla media registrata tra il 2011 e il 2014 e molto più bassi rispetto al picco di 140 dollari raggiunto nell'estate del 2008. La conseguenza, ovviamente, è stata la forte diminuzione delle entrate per i maggiori esportatori di petrolio della regione. In Venezuela, ad esempio, i proventi da esportazione di petrolio – calcolati come produzione al netto del consumo interno e considerando come prezzo di riferimento quello del barile West Texas Intermediate – sono crollati di circa il 70 percento rispetto al picco del 2008. In Messico, tra il 2006 e il 2016, sono addirittura precipitati da 47 a 8 miliardi di dollari, pari a un crollo del 91 percento. In Ecuador, la flessione è stata del 65 percento rispetto ai livelli di punta del 2008, mentre in Colombia il calo ha raggiunto il 31 percento rispetto ai valori del 2013. Il secondo fattore è la costante diminuzione della produzione petrolifera della regione, in atto da una decina d’anni (figura 1). Dal 2005, la produzione regionale è scesa da 10,9 a 9,9 milioni di barili al giorno. Il che significa che, a livello regionale, l’America Latina non ha saputo sfruttare appieno il boom dei prezzi petroliferi che ha caratterizzato tutto il periodo 2002-2014. In quell’arco di tempo, il prezzo reale del petrolio ha fatto registrare una media di circa 80 dollari a barile, un valore quasi triplicato rispetto al prezzo reale medio di 32 dollari a barile del decennio precedente, e da cui sono derivate ingenti entrate per i grandi produttori quali Brasile, Colombia, Messico o Venezuela. Tuttavia, queste risorse non sono state utilizzate per migliorare la capacità produttiva e il risultato oggi è che la regione produce meno greggio rispetto ai decenni precedenti, pur non avendo subìto alcuna significativa riduzione delle sue consistenti riserve petrolifere. Il calo di produzione si spiega essenzialmente con le sensibili contrazioni produttive che hanno interessato le tradizionali potenze petrolifere della regione: Messico e Venezuela (figura 2 e 3). I due Paesi hanno subìto riduzioni di produzione di entità analoga, per ragioni per lo più tecniche legate ai giacimenti nel caso del Messico e di altra natura nel caso del Venezuela. Nel 2005, la produzione di Messico e Venezuela registrava, rispettivamente, una media di quasi 3,8 e 3,1 milioni di barili al giorno. Nel 2016, la produzione media di entrambi i Paesi era scesa a 2,4 milioni di barili al giorno. Il calo, nel caso del Messico, era dovuto soprattutto alle caratteristiche geologiche e alla conseguente gestione del giacimento di Cantarell, il più grande della nazione. Nel caso del Venezuela, invece, la causa è ben nota: la pessima gestione della compagnia petrolifera di Stato, che ha portato alla perdita di professionisti altamente qualificati e all’impiego delle risorse della compagnia per scopi politici. Ci sono tuttavia due casi che si discostano dalla tendenza regionale: la Colombia e il Brasile (figura 4 e 5). Grazie in parte alla riorganizzazione delle strutture di governance avviata in entrambi i Paesi verso la fine del secolo scorso, la produzione è aumentata nettamente nell’ultimo decennio. Il Brasile, dove vige un sistema più dinamico che incentiva gli investimenti e l’integrazione delle massicce riserve offshore, ha incrementato la produzione da 1,7 a 2,6 milioni di barili al giorno. Nel 2016, la produzione della Colombia ha raggiunto 0,89 milioni di barili al giorno, quasi il doppio rispetto ai livelli del 2005, pari a 0,53 milioni di barili al giorno. Addirittura, tra il 2013 e il 2015, la produzione colombiana ha registrato una media di poco superiore a 1 milione di barili al giorno, ma da allora è scesa a causa della diminuzione degli investimenti determinata dal calo dei prezzi.

Un nuovo modello, in cui decide la concorrenza

Questo calo complessivo della produzione di petrolio - e dei proventi che ne conseguono - si sta verificando proprio mentre il mercato petrolifero globale vive una profonda trasformazione, da modello dominato dai monopoli di fornitura a modello in cui è la concorrenza a stabilire le regole del sistema. Questo nuovo sistema è emerso chiaramente per la prima volta tra il 2011 e il 2014, quando il prezzo del greggio si è stabilizzato intorno ai 100 dollari a barile, pur in un contesto in cui le quotazioni delle materie prime a livello globale cominciavano a scendere a causa di un rallentamento della crescita nei mercati emergenti. Questo comportamento anomalo è stato frutto di una strategia attuata dai maggiori produttori di petrolio - guidati dall’Arabia Saudita attraverso l’OPEC - con l’obiettivo di mantenere stabili i prezzi petroliferi per preservare le rispettive quote di mercato. A rendere ciò evidente sono state le circostanze del periodo, allorché i prezzi sono schizzati alle stelle per via dell’impatto dirompente esercitato dagli eventi geopolitici sulle linee di fornitura. I grandi produttori, infatti, hanno risposto aumentando la produzione e stabilizzando i prezzi. Tuttavia le quotazioni mantenute artificialmente alte e stabili hanno permesso l’ingresso nel mercato a prodotti precedentemente non economici, quali il petrolio estratto dalle formazioni scistose degli Stati Uniti. Verso la fine dell’ultimo decennio, la produzione petrolifera negli Stati Uniti ha ripreso a crescere, per la prima volta dalla metà degli anni ’80. Nel 2009, gli USA registravano un aumento annuo della produzione di greggio pari a circa 0,4 milioni di barili al giorno e in meno di 10 anni hanno quasi raddoppiato la produzione da 7 a 13 milioni di barili al giorno. Questa produzione incrementale negli Stati Uniti è stata, in gran parte, il risultato della costante concorrenza tra le compagnie petrolifere e del loro impegno ad acquisire maggiore efficienza e a ridurre i costi. Un quadro che vale soprattutto per il tight oil, estratto perlopiù da centinaia di piccole società che, non avendo la capacità finanziaria per resistere a perdite temporanee, sono costrette a operare con i massimi livelli possibili di flessibilità ed economicità. A metà del 2014 sono state rese note proiezioni di crescita inferiori alle attese per l’economia globale. Inoltre, di fronte a una produzione petrolifera in continuo aumento negli Stati Uniti, il prezzo del petrolio è cominciato a diminuire in previsione di un potenziale eccesso di offerta. Alla caduta libera si è arrivati nel novembre del 2014, in seguito al rifiuto da parte dei paesi OPEC di tagliare la produzione – come già avvenuto in passato – per rispondere al declino delle quotazioni. Sul mercato si è quindi riversata un’offerta superiore alla domanda e di lì a poco i prezzi sono crollati. La logica alla base della decisione presa dall’OPEC era semplice: sfidare i produttori non convenzionali a continuare ad aumentare la produzione pur in un contesto di contrazione dei prezzi. Per via del calo, alcuni produttori hanno di fatto arrestato le attività e la seconda metà del 2015 ha visto un rallentamento nella crescita dell’offerta statunitense. Tuttavia, in seguito all’abbassamento dei livelli di crescita, la produzione petrolifera non convenzionale è rimasta stabile e nel 2016 la produzione di petrolio negli Stati Uniti ha fatto registrare una media di 12,5 milioni di barili al giorno, di poco inferiore ai livelli del 2015. Senza una marcata riduzione della produzione statunitense, i prezzi – che nel febbraio 2016 erano scesi a 30 dollari – sono andati stabilizzandosi a circa 50 dollari nel corso della seconda metà del 2016. Nel novembre 2016, i paesi OPEC hanno cambiato rotta e raggiunto un accordo per ridurre la produzione di 1,26 milioni di barili al giorno. Il rispetto dei termini dell'accordo da parte dei membri OPEC si aggira attorno al 95-100 percento. Ma a dispetto dell’accordo OPEC, i prezzi non si sono discostati dai 50 dollari e sono rimasti stabili. L’ingresso nel mercato globale del greggio prodotto in un contesto di concorrenza ha trasformato le dinamiche che determinano i prezzi. Storicamente, il prezzo del petrolio veniva imposto sul mercato, più o meno facilmente, dai grandi e potenti monopoli. Tra la metà degli anni ’30 e la metà degli anni ’70, il monopolio è stato prevalentemente dell’International Oil Cartel (noto anche come le Sette sorelle). In seguito alla nascita dell’OPEC, nel 1960, e alla diffusione del cosiddetto ''nazionalismo delle risorse'' in Medio Oriente e America Latina, il controllo del mercato è passato in mano ai grandi produttori guidati dall’OPEC. Il meccanismo di determinazione dei prezzi controllato dai grandi produttori che detenevano il monopolio sulle forniture petrolifere è durato fino alla metà degli anni 2000. La capacità dell’OPEC di controllare l’offerta e di fissare i prezzi ben al di sopra dei costi di produzione ha portato enormi proventi nelle casse dei membri dell’organizzazione e di altri Paesi che producevano a costi bassi. Ad ogni modo, oltre a tradursi in guadagni inattesi per i produttori, questi aumenti dei prezzi hanno reso più economici bacini fino ad allora troppo costosi da sviluppare, come il Mare del Nord e il versante settentrionale dell’Alaska. L’integrazione di greggio proveniente da tali bacini ha determinato un esubero di offerta sul mercato, con il conseguente crollo del 50 percento dei prezzi, ossia da 50,69 a 25,71 dollari a barile, in termini reali, tra gennaio e luglio 1986. Il prezzo reale del greggio non avrebbe più superato la soglia dei 50 dollari a barile fino a maggio del 2004, con un’unica eccezione tra agosto e novembre del 1990, durante la Guerra del Golfo. Con l’ingresso di economie emergenti quali Cina e India sui mercati internazionali verso l’inizio del nuovo secolo, i mercati delle commodity hanno vissuto un superciclo dei prezzi ben documentato. Il greggio ha fatto registrare una media di 87,07 dollari a barile tra gennaio 2004 e dicembre 2014, quasi il triplo rispetto ai vent’anni precedenti. L’effetto di quest’aumento, determinato dalla domanda, è stato simile a quello visto negli anni ’80: gli elevati guadagni hanno permesso di accedere a ricchi bacini petroliferi non ancora sfruttati usando tecnologie (tra le altre, perforazione orizzontale, estrazione in acque profonde, fratturazione idraulica) rese economiche proprio dalle alte quotazioni petrolifere. Tra questi bacini, le sabbie bituminose del Canada, il pré-salt brasiliano e, soprattutto, il greggio racchiuso tra le rocce scistose degli Stati Uniti. Proprio negli Stati Uniti, centinaia di società private hanno così cominciato a produrre petrolio di qualità a costi sempre più bassi. Inoltre, secondo le stime, le riserve di petrolio di scisto ammontano a 78 miliardi di barili, quanto basta per un orizzonte estrattivo a lunghissimo termine. Questo insieme di fattori spiega come qualsiasi aumento dei prezzi al di sopra dei costi di produzione di greggio non convenzionale negli Stati Uniti non farà che incoraggiare la perforazione di centinaia di pozzi nei giacimenti di scisto, andando a incrementare nuovamente l’offerta. In pratica, si sta affermando un meccanismo di determinazione dei prezzi basato sulla concorrenza, una novità per l’economia petrolifera: il mercato si serve dei costi marginali dei piccoli produttori come prezzo di equilibrio, eliminando così i profitti monopolistici dei produttori a basso costo consentiti dal precedente sistema. Le conseguenze di tale quadro sono drammatiche per l’America Latina. Il dimezzamento dei prezzi petroliferi ha avuto gravi ripercussioni economiche sull’intera regione. La situazione è un po’ meno cupa per il Messico, che tra le grandi economie della regione è quella meno dipendente dal petrolio e che è cresciuta del 2,3 percento nel 2014 e nel 2016, mentre il tasso di crescita della Colombia è sceso dal 4,4 percento nel 2014 al 2,0 percento nel 2016. Ancora più preoccupante è la recessione che ha colpito Brasile ed Ecuador, i cui tassi di crescita sono passati, rispettivamente, dallo 0,5 al -3,6 percento e dal 4 al -2,2 percento. A risentire maggiormente del crollo dei prezzi è stato il Venezuela. L’economia venezuelana aveva già subito una contrazione del 3,9 percento nel 2014 con il primo abbassamento dei prezzi. La flessione è poi proseguita fino a quasi quintuplicarsi raggiungendo il 18 percento nel 2016.

I prezzi attuali del petrolio sono del 50 percento inferiori rispetto alla media registrata tra il 2011 e il 2014 e molto più bassi rispetto al picco di 140 dollari raggiunto nell'estate del 2008. La conseguenza, ovviamente, è stata la forte diminuzione delle entrate per i maggiori esportatori di petrolio della regione

Le sfide del LAC per un futuro migliore

Al di là del calo di produzione e del grave impatto causato dal crollo dei prezzi, il settore petrolifero latino-americano deve vincere importanti sfide se vuole garantirsi una sostenibilità a lungo termine. La prima sfida consiste nel muoversi in un contesto di determinazione dei prezzi nel quale vi sono poche probabilità di un rialzo delle quotazioni nei prossimi cinque anni. Ciò comporterà meno utili per le società e meno proventi per i governi e costringerà entrambi a introdurre importanti aggiustamenti: gli operatori dovranno attuare misure di risparmio e di taglio dei costi, mentre i governi dovranno cercare altrove le risorse con cui compensare il minor gettito fiscale petrolifero. Tale scenario rappresenta per le compagnie petrolifere l’occasione per migliorare la produttività e per puntare su attività redditizie, mentre ai governi offre l’opportunità di ottimizzare la riscossione fiscale, generalmente bassa in tutta la regione, e di ridurre i costosi e inefficienti sussidi al consumo di combustibili che sono in genere regressivi. La seconda sfida consiste nell’operare all’interno di una struttura di mercato divenuta molto più concorrenziale rispetto a quella che ha caratterizzato i mercati per quasi 30 anni tra il 1986 e il 2014. Compagnie statali come Petrobras, Ecopetrol o Pemex non potranno più operare con enormi margini di profitto e pochi controlli, una combinazione di fattori che spesso incoraggia corruzione e cattiva gestione. Al contrario, dovranno lavorare in maniera più efficiente e redditizia, perché si troveranno di fatto a competere con i produttori marginali che determinano i prezzi nel mercato petrolifero mondiale, quali le piccole e agili società che estraggono scisto dai giacimenti del Texas o del Nord Dakota. Brasile, Colombia e Messico sono già intervenuti sul loro quadro istituzionale per creare maggiore concorrenza e trasparenza, un esempio che altri Paesi, quali Venezuela o Ecuador, farebbero bene a seguire. Un regime di prezzi petroliferi bassi rappresenta quindi un fortissimo incentivo a spingere ancora di più verso una gestione ottimizzata e competente. Un terzo ostacolo consiste nel continuare a generare entrate e utili a fronte di un mercato che ha rallentato la propria crescita. La vertiginosa ascesa dei prezzi negli anni 2000 è stata perlopiù frutto della rapida crescita della domanda in Paesi a loro volta in rapida crescita, come Cina e India. Ora, diventando economie più mature, queste nazioni vedranno i propri tassi di crescita rallentare, come è già avvenuto in Cina, e la domanda di petrolio si ridurrà rispetto ai livelli ai quali si sono abituati i produttori latinoamericani negli ultimi vent’anni. Di fronte a una domanda petrolifera già piatta nel mondo industrializzato, un rallentamento della domanda da parte dei Paesi in via di sviluppo sfiderà i produttori dell’America Latina a trovare il modo per conquistare e mantenere quote di mercato sul fronte delle esportazioni (figura 6). Una sfida correlata è la continua crescita della domanda interna del mercato latinoamericano che – unitamente alla ridotta produzione di greggio – potrebbe trasformare per la prima volta la regione in un importatore netto. Nel 2005, l’America Latina produceva circa 3,6 milioni di barili al giorno, più di quanto non consumasse. Nel 2016, quella cifra era scesa a 1,1 milioni di barili al giorno, principalmente a causa del calo di produzione menzionato sopra, ma anche per via del continuo aumento della domanda. Oltre a questo equilibrio ormai compromesso, si registra il fatto che nell’ultimo decennio la regione non ha apportato alcun significativo miglioramento alla propria capacità di raffinazione, finendo col dipendere sempre più dalle raffinerie extra-regionali, come quelle sulla Costa del Golfo degli Stati Uniti usate dal Messico per raffinare il proprio greggio. In una prospettiva a più lungo termine, è essenziale non dimenticare che le entrate da esportazione nella regione dipendono ancora troppo dal petrolio, nella misura di quasi il 99 percento nel caso del Venezuela e di oltre il 50 percento nel caso di Ecuador e Colombia, in un’epoca in cui le evoluzioni tecnologiche nel mondo industrializzato hanno le potenzialità di rivoluzionare il mercato dei trasporti, principale cliente del settore petrolifero. Infine, la regione deve far fronte a una sfida che rappresenta un’arma a doppio taglio: i timori ambientali suscitati in gran parte da quello stesso petrolio che sostiene l’economia della regione. Se da un lato l’America Latina non è storicamente tra i Paesi che contribuiscono maggiormente alle emissioni di gas serra, dall’altro è vulnerabile all’innalzamento dei livelli del mare, all’imprevedibilità del clima e alla volatilità dei bacini idrici, fattori di grande preoccupazione in una regione la cui produzione elettrica dipende fortemente dalle dighe.

La vertiginosa ascesa dei prezzi negli anni 2000 è stata perlopiù frutto della rapida crescita della domanda in Paesi a loro volta in rapida crescita, come Cina e India. Ora, diventando economie più mature, queste nazioni vedranno i propri tassi di crescita rallentare, come è già avvenuto in Cina, e la domanda di petrolio si ridurrà rispetto ai livelli ai quali si sono abituati i produttori latinoamericani negli ultimi vent'anni

Gestire i mercati petroliferi da una prospettiva diversa

In conclusione, anziché attendere un miracoloso rialzo delle quotazioni, l’America Latina farebbe bene ad accettare il crollo dei prezzi del petrolio come un cambiamento strutturale e permanente del mercato energetico internazionale e, di conseguenza, a gestire i propri mercati petroliferi da una prospettiva diversa. I Paesi importatori come Cile, Costa Rica, Uruguay e Repubblica Dominicana potranno decidere se trasferire la riduzione dei costi dei combustibili ai consumatori o trattenere la differenza sotto forma di una nuova imposta più progressiva che vada a vantaggio della distribuzione del reddito e di misure per il risparmio energetico e la riduzione delle emissioni di gas serra. I Paesi produttori si trovano invece di fronte a una prova ancora più complessa: devono avviare le riforme strutturali senza le quali non potranno adattarsi alla nuova realtà petrolifera. Come già sottolineato, devono introdurre aggiustamenti fiscali in risposta al calo dei proventi da petrolio. Un calo che, essendo permanente, va compensato con misure strutturali, agendo sulla spesa pubblica oppure aumentando le entrate provenienti dai settori non petroliferi. A controbilanciare tale aggiustamento, un petrolio più economico crea le condizioni per eliminare i sussidi ai consumatori, che sono regressivi in quanto le fasce di popolazione ad alto reddito consumano di più rispetto a quelle a basso reddito. Questo nuovo scenario offre un’ulteriore opportunità: rappresenta infatti il momento ideale per costituire fondi di stabilizzazione e risparmio. Così come fanno le nazioni lungimiranti, quali la Norvegia, i Paesi esportatori di petrolio dell’America Latina potrebbero accantonare i proventi straordinari derivanti da improvvisi rialzi dei prezzi e utilizzarli per compensare eventuali cali non programmati oppure investirli nelle generazioni future.  Lungi dall’essere una minaccia, questo nuovo modello petrolifero fondato sulla concorrenza offre un’ottima opportunità per imboccare la strada verso uno sviluppo più stabile e razionale. Per sormontare gli ostacoli illustrati fin qui, serviranno equilibrio e visione a lungo termine. La regione ha già intrapreso riforme importanti ma non deve adagiarsi sugli allori. Deve tenere d’occhio il settore petrolifero internazionale, di norma un passo avanti rispetto ai decisori politici e istituzionali, per capire come sviluppare strutture in grado di consolidare e mantenere il ruolo di forza motrice storicamente svolto dall’America Latina sul mercato mondiale del petrolio.


* Ramon Espinasa è lead specialist per il settore oil & gas presso la Banca Interamericana di Sviluppo (Inter-American Development Bank, IDB) di Washington e Coordinatore generale dell’Extractive Sector Initiative dell’IDB, a Washington. È inoltre professore aggiunto in materia di sicurezza energetica presso la Edmund A. Walsh School of Foreign Service dell’Università di Georgetown.

Carlos G. Sucre, M.A. è consulente per il settore estrattivo (oil & gas) presso la Banca Interamericana di Sviluppo (Inter-American Development Bank) e professore aggiunto in materia di sicurezza energetica presso la Edmund A. Walsh School of Foreign Service dell’Università di Georgetown.