Alla ricerca di nuovi equilibri

Alla ricerca di nuovi equilibri

Gianmarco Volpe
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Per ora la Nigeria è esentata dai tagli previsti dall'accordo di novembre, ma la produzione cresce rapidamente e presto l'OPEC potrebbe chiedere al Paese di fare la sua parte

La Nigeria è stata esentata dall’applicazione dello storico accordo OPEC sui tagli alla produzione di petrolio, per via dei gravi problemi che ne hanno dimezzato la capacità di produzione. L’intesa, tuttavia, è destinata a incidere fortemente sull’andamento dell’economia del Paese, così come l’evoluzione del mercato petrolifero nigeriano potrebbe avere un impatto significativo sulla tenuta dell’accordo. Negli ultimi anni l’economia della Nigeria è stata tra le più colpite dal crollo del prezzo del greggio. Nel 2014 il Prodotto interno lordo (PIL) cresceva a un ritmo del 6,3 percento. Nel 2015 rallentava attestandosi attorno ai 2,7 punti percentuali. E l’anno scorso, per la prima volta in un quarto di secolo, la Nigeria è entrata in recessione, registrando contrazioni del PIL per i primi nove mesi del 2016 e perdendo (a vantaggio del Sudafrica) lo scettro di prima economia del continente. Non è tutta colpa del prezzo del greggio: corruzione endemica, politiche monetarie rigide, riserve in valuta straniera prosciugate e perdurante insicurezza hanno contribuito alla crisi in modo non marginale. Ma per un’economia che conta sui prodotti petroliferi per il 90 percento delle esportazioni e per il 70 percento delle entrate statali, un prezzo del greggio ai minimi storici costituisce una zavorra difficilmente sostenibile.

L'impatto sull'economia

Negli ultimi anni l'economia della #Nigeria è stata tra le più colpite dal crollo del #prezzo del greggio

L’accordo OPEC non potrà che avere ripercussioni positive sull’economia nigeriana. Il ministro del Petrolio, Emmanuel Kachikwu, si aspetta che il taglio globale della produzione porti il prezzo del greggio attorno ai 60 dollari al barile, e valuta che, in tal caso, la crescita dell’economia nigeriana possa raggiungere quest’anno il 2,5 percento. Stime in linea con quelle delle agenzie di rating (il 2,6 percento per Fitch e 2,5 percento per Moody’s), ma molto più ottimiste rispetto a quelle del Fondo monetario internazionale, che prevede invece una crescita del PIL attorno agli 0,8 punti percentuali. C’è però da considerare una variabile importante. Le previsioni del governo si fondano su una produzione petrolifera di 2,2 milioni di barili al giorno, traguardo che appare oggi molto difficile da raggiungere. Questo perché nei primi mesi dello scorso anno la regione del Delta del Niger è diventata teatro di frequenti attacchi da parte di formazioni armate che, per indurre l’esecutivo a una maggiore generosità nella distribuzione dei proventi delle esportazioni, hanno minacciato e colpito direttamente gli interessi delle compagnie straniere. Al punto che, nel maggio scorso, secondo la compagnia nazionale NNPC, la produzione di petrolio si è dimezzata, raggiungendo 1,1 milioni di barili al giorno. Allo stato dei fatti, la situazione è in miglioramento. Secondo gli ultimi dati forniti dall’OPEC, a gennaio la Nigeria ha prodotto in media 1,6 milioni di barili al giorno contro gli 1,37 milioni del mese precedente. Un incremento significativo, ma che non basta a ritrovare il primato (ceduto l’anno scorso all’Angola) nella classifica dei maggiori produttori di petrolio dell’Africa. E che non basta neanche a raggiungere gli ambiziosi obiettivi stabiliti dal governo federale, che spera di tornare quanto prima ai livelli di produzione precedenti la crisi. Per questo motivo, le autorità nigeriane hanno avviato un’intensa attività diplomatica mirata a placare gli animi degli insorti e, dall’altra parte, a mettere in sicurezza gli investimenti delle compagnie straniere. Gli sforzi non hanno però ancora portato ai risultati sperati. Al momento la produzione è inferiore del 30 percento rispetto ai livelli attesi dal governo federale.

Verso i due milioni di barili al giorno?

Il terminal di Forcados, il terzo più importante del Paese, è di fatto chiuso dal febbraio del 2016. E la dimensione del danno inferto all’economia locale è stata recentemente definita dalla stessa NNPC, che stima in 300 mila barili di petrolio al giorno la perdita netta per le esportazioni nigeriane. Significa che, con un costo medio del greggio di 45 dollari al barile, la Nigeria ha perso quasi 5 miliardi di dollari a causa degli atti di vandalismo che hanno colpito una delle principali rotte dell’export di petrolio. Nel complesso, gli esperti calcolano che, a causa dei suoi problemi di sicurezza, il Paese africano perda circa mezzo milione di barili di greggio ogni giorno. Nel corso di un dibattito sul bilancio del ministero del Petrolio nel 2017, Kachikwu ha assicurato ai membri della Commissione per le risorse petrolifere della Camera dei rappresentanti che la riapertura di Forcados è ''questione di settimane''. Dello stesso avviso è Dolapo Oni, capo del settore Energy Research di Ecobank, per il quale l’oleodotto che rifornisce il terminal, potrebbe rientrare pienamente in funzione all’inizio di marzo. A quel punto, la produzione nazionale di petrolio della Nigeria potrebbe risalire verso i 2 milioni di barili al giorno. Le difficoltà incontrate dal governo nel rilancio della produzione rischiano di pesare sulla ripresa dell’economia nigeriana, ma sono una buona notizia per l’OPEC, che può evitare il pericolo di un aumento eccessivo della produzione da parte dei Paesi esentati dall’accordo dello scorso dicembre. ''Una volta che la produzione nazionale tornerà sugli 1,8 milioni di barili al giorno, l’OPEC ci chiederà di fare la nostra parte nei tagli'', ha ipotizzato lo stesso ministro Kachikwu, nel corso di una recente visita a Roma. Se allora la Nigeria collaborerà, l’obiettivo di ripristinare i livelli di produzione di un anno fa resterà un miraggio. E il presidente Muhammadu Buhari sarà costretto, ancora una volta, a rivedere al ribasso le stime di crescita dell’economia. Il futuro del Paese, quindi, si giocherà su un sottile equilibrio: da una parte gli obblighi nei confronti dei partner internazionali, dall’altra la necessità di rispondere alle attese della popolazione. Anche da qui passerà il giudizio futuro su un leader, Buhari, che finora non ha saputo imprimere alla Nigeria la svolta che gli elettori e gli osservatori internazionali si aspettavano.

Il futuro del Paese si giocherà su un sottile equilibrio: da una parte gli obblighi nei confronti dei partner internazionali, dall'altra la necessità di rispondere alle attese della popolazione