Una nuova era, una nuova leadership
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L'amministrazione Trump potrebbe dare un impulso decisivo all'export di gas e greggio. Gli USA sono sulla buona strada per rispettare gli impegni sul clima, anche uscendo dall'Accordo di Parigi

Poco dopo lo scoccare delle 12 del 20 gennaio 2017, Donald J. Trump poserà la sua mano su una Bibbia storica, al cospetto del Presidente della Corte Suprema statunitense John G. Roberts Jr e presterà giuramento come 45° Presidente degli Stati Uniti d'America. In questo momento è ancora impossibile stabilire tutte le implicazioni di una presidenza Trump, ma è possibile formulare delle ipotesi sull’approccio del neo-presidente e del prossimo Congresso rispetto alle questioni energetiche e climatiche.

I risultati delle elezioni e le relative implicazioni

Il governo federale degli Stati Uniti è costituito da tre rami ''separati ma uguali'', ognuno dei quali è stato toccato profondamente dalle elezioni 2016.

- Ramo esecutivo. Il neo eletto presidente Trump non si è aggiudicato soltanto il diritto di vivere alla Casa Bianca e di gestire la più grande ''azienda'' del mondo dallo Studio Ovale, ma anche l’autorità di assumere/licenziare 4.000 uomini e donne capaci di mettere in atto le sue priorità di politica interna ed estera. Sebbene saranno necessari mesi per reclutare, esaminare e, per i 1.270 incaricati più importanti, ricevere la conferma del Senato, il ''Team Trump'' può iniziare a delineare la politica energetica statunitense ancor prima della conclusione della sfilata dell’Inaugural Day. In cima all’agenda del nuovo governo c’è il ''ridimensionamento'' di molte delle normative in materia energetica e climatica che l’amministrazione Obama ha introdotto negli ultimi otto anni.

- Ramo legislativo. Oltre ad aver conquistato la Casa Bianca, il partito Repubblicano ha mantenuto la maggioranza in entrambe le camere del Congresso, nonostante il suo margine al Senato si sia ridotto di due seggi (da 54/46 a 52/48) e la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti si sia ridotta di sei seggi (con il rapporto Repubblicani/Democratici che è passato da 246/186 a 241/194). A un occhio inesperto potrebbe sembrare che ora i Repubblicani abbiano tra le mani un ''assegno in bianco'' (con il controllo della Camera, del Senato e la presidenza), ma la realtà dei fatti è ben diversa. Il Senato opera sulla base di storiche regole di ''ostruzionismo'', per cui resta necessario un margine di 60 voti per chiudere un dibattito, approvare una legislazione e confermare le nomine per la Corte Suprema (la Camera non ha regole di questo genere).

- Ramo giudiziario. Il Presidente ha l’esclusiva autorità sulla scelta dei giudici per la magistratura federale (Corti distrettuali, Corti d’appello e Corti supreme in primis), ma tali nomine devono essere sottoposte al vaglio del Senato che deve fornire il proprio ''parere e consenso'' (in altre parole, una ''conferma''). Nel corso del 113° Congresso (2013-2014), la maggioranza Democratica, guidata dal senatore Harry Reid (Nevada), ha modificato le regole del Senato affinché per la ratifica delle nomine in seno alla Corte Suprema fosse sufficiente una maggioranza semplice (51 senatori). Nel 114° Congresso (2015-2016), invece, la maggioranza Repubblicana, guidata dal senatore Mitch McConnell (Kentucky), ha preservato questa norma. Ciò significa che per la conferma dei candidati alle corti distrettuali e d’appello federali del Presidente Trump basteranno soltanto 51 voti (il Senato è costituito da 100 membri e, in caso di parità, prevale il voto del Vice presidente). Al contrario, i giudici della Corte Suprema resteranno soggetti alla soglia dei 60 voti, a meno che tale norma non venga modificata all’inizio del 2017 dai Repubblicani al Senato. Con un attuale posto vacante presso la Corte Suprema, la posta in gioco è molto alta. Dopo la morte del giudice conservatore Antonin Scalia a febbraio, oggi la Corte è composta da quattro giudici ''liberali'': tre giudici ''conservatori'' più il Giudice Anthony M. Kennedy, considerato ''l’ago della bilancia''. Si prevede che la nomina di un sostituto per Scalia da parte del neo eletto presidente ricadrà su un conservatore, in modo da riportare la Corte Suprema a quell’equilibrio che l’ha caratterizzata per molti anni, vale a dire una corte profondamente divisa al suo interno, tendente verso destra e con il voto cruciale nelle mani del Giudice Kennedy. Tuttavia, nei quattro/otto anni di amministrazione Trump, il Presidente potrebbe decidere di rimpiazzare altri tre giudici particolarmente in là con gli anni (il Giudice Ruth Bader Ginsberg ha 80 anni e i Giudici Stephen G. Breyer e Kennedy che hanno entrambi 78 anni), creando così una corte ''conservatrice'' che durerà almeno per altri vent'anni. Le implicazioni di questa possibilità, sotto il profilo energetico e climatico sarebbero, a dir poco, profonde, poiché è la Corte Suprema ad avere l’ultima parola sulla ''costituzionalità'' di qualsiasi decisione del ramo esecutivo e/o legislativo.

Il ridimensionamento normativo

Gli #Stati Uniti vanno verso una posizione più elevata nella #leadership energetica globale

Uno dei motivi per cui la situazione della Corte Suprema è così importante risiede nel fatto che Trump ha manifestato interesse per il ''ridimensionamento'' delle normative imposte dall’amministrazione Obama sul settore energetico statunitense. Molte di esse sono state promulgate dall’Environmental Protection Agency (EPA), l’Agenzia statunitense per la tutela ambientale, ai sensi di quella che può essere definita come un’interpretazione ''liberale'' degli statuti ambientali di base americani, quali il Clean Air Act e il Clean Water Act. Molti professionisti del diritto riconoscono che le normative federali ''finalizzate'' anni fa potrebbero essere più difficili da modificare rispetto alle norme introdotte più di recente. Un esempio delle prime è la norma promulgata dall’EPA nel 2011 per limitare le emissioni di mercurio (e di altre ''tossine'' volatili) dalle centrali elettriche a carbone e a combustibili. Un esempio delle seconde, invece, è il Clean Power Plan (CPP), finalizzato dall’EPA nel 2015, ma attualmente in fase di controllo giurisdizionale da parte della Corte d’Appello del Circuito del Distretto di Columbia (la Corte Suprema ha proibito all’EPA di dare attuazione al CPP finché la Corte d’appello non avrà pronunciato la propria decisione). Tra le altre normative che potrebbero essere rivisitate dall’amministrazione Trump vi sono quelle relative allo sviluppo delle attività correlate a petrolio e gas sui terreni federali (circa un terzo dei terreni della nazione è controllato dal governo statunitense) e nelle zone offshore, anch’esse sotto la giurisdizione federale. Com’è facilmente prevedibile, i leader politici dell’amministrazione Obama stanno lottando contro il tempo per finalizzare le norme volte a preservare l’eredità del quasi ex Presidente Obama in materia di clima ed ''energia pulita''. Tuttavia, negli Stati Uniti esiste una normativa poco utilizzata, il Congressional Review Act, che permetterebbe al Congresso e al neo eletto presidente Trump di invalidare le normative della precedente amministrazione (incluse le norme non correlate al settore energetico) presentate dopo maggio 2016. Secondo quanto riportato dal Congressional Research Service, tale meccanismo richiede soltanto un voto di maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e al Senato, pertanto nei primi mesi del 2017 potrebbe offrire ai Repubblicani un espediente per eliminare molte delle iniziative ''dell’ultimo minuto'' dell’amministrazione Obama.

La visione sul cambiamento climatico

Oltre all’interesse manifestato nel ridimensionamento delle normative dell’era Obama, il tycoon ha dichiarato durante la campagna elettorale di voler ''tirare fuori gli Stati Uniti'' dall’Accordo sul clima raggiunto in occasione della conferenza COP21 che ha avuto luogo a Parigi nel 2015. L’accordo COP21 è ''entrato in vigore'' il 4 novembre 2016, esattamente 30 giorni dopo la ratifica da parte del numero richiesto di nazioni firmatarie (55), che costituivano il limite percentuale delle emissioni di gas a effetto serra (55 percento). Gli Stati Uniti dispongono dei mezzi formali per ritirarsi dall’accordo COP21 entro un anno dall’insediamento del nuovo Presidente (sospendendo la partecipazione del Paese al trattato sottostante) o al termine del suo primo mandato (utilizzando il meccanismo di ''uscita quadriennale'' previsto dal COP21). Tuttavia, per evitare la tempesta politica (nazionale e internazionale) che probabilmente si scatenerebbe in seguito a un ritiro formale degli Stati Uniti dal COP21, Trump potrebbe semplicemente non attuare/sostenere il Clean Power Plan (CPP) ovvero il principale meccanismo con cui gli Stati Uniti prevedono di ottemperare agli obblighi del COP21. Ironicamente, tutto questo potrebbe rivelarsi molto più simbolico che pratico. Nelle attuali condizioni di mercato, con il gas naturale e alcune energie rinnovabili a prezzi inferiori rispetto al carbone, gli Stati Uniti hanno già raggiunto l’obiettivo 2024 del CPP per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica e l’obiettivo 2030 del CPP per i tagli all’utilizzo del carbone. Pertanto, gli Stati Uniti sono ''sulla buona strada'' per rispettare gli impegni previsti dal COP21, nel caso in cui decidano di confermarsi firmatari dell’accordo di Parigi oppure no.

Gli Stati Uniti dispongono dei mezzi formali per ritirarsi dall'accordo COP21 in tempi brevi, tuttavia, per evitare la tempesta politica che probabilmente si scatenerebbe in seguito a un ritiro, Trump potrebbe semplicemente non attuare il Clean Power Plan

Potenziali opportunità

Esistono invece diverse azioni (non solo legislative) che l’amministrazione Trump e un Congresso a guida Repubblicana potrebbero portare a termine per sostenere il nascente settore americano delle esportazioni energetiche.

- Autorizzazioni alle esportazioni di GNL. Gli esportatori statunitensi di GNL devono ottenere l’approvazione di due agenzie federali prima di poter esportare gas naturale. In sostanza, l’attuale processo di regolamentazione, come riveduto dal Dipartimento dell’Energia (DOE) statunitense nel 2014, prevede che le due revisioni debbano essere completate in maniera sequenziale: il DOE emette l’autorizzazione definitiva (per l’esportazione delle molecole di gas) soltanto dopo l’emissione ''dell'ordine'' definitivo per procedere e la risoluzione degli eventuali ''ricorsi'' da parte dell’agenzia competente sul luogo della struttura GNL (in genere la Federal Energy Regulatory Commission, FERC). Alcuni disegni di legge al vaglio del Congresso accelererebbero tale processo (tra cinque e undici mesi), chiedendo al DOE di raggiungere una decisione definitiva sull’esportazione delle ''molecole'' entro qualche settimana dal rilascio della documentazione ambientale definitiva relativa al progetto stesso da parte della FERC. Considerato lo slancio bipartisan già raggiunto, il 114° Congresso potrebbe adottare tale requisito nel 2016 ma, in caso contrario oppure laddove il Presidente Obama rifiuti di firmare tale modifica alla normativa, l’amministrazione Trump potrebbe agire unilateralmente nel 2017 (ciò è possibile in quanto l’attuale quadro normativo del DOE è stato creato dal ramo esecutivo, senza il coinvolgimento diretto del Congresso).

- Autorizzazioni relative alle infrastrutture energetiche. Una problematica attinente, ma di portata decisamente più ampia, riguarda la crescente campagna dei gruppi ambientalisti statunitensi per il rallentamento, con qualsiasi mezzo possibile, dei principali progetti per infrastrutture petrolifere e del gas, al fine di tenere i combustibili fossili ''sotto terra''. Naturalmente i progetti di esportazione di GNL rappresentano gli obiettivi principali, ma i sostenitori del ''teniamolo sotto terra'' si stanno impegnando anche per rallentare o interrompere i progetti per gli oleodotti interstatali e gli altri progetti midstream, anch’essi sotto la giurisdizione della FERC. Tale opposizione si è dilatata a tal punto che spesso le riunioni della FERC non sono più aperte al pubblico per via di disordini e i commissari della FERC si sono ritrovati persino dei contestatori sotto casa. Non c’è dubbio, chi è a favore del tempestivo sviluppo di una nuova infrastruttura energetica negli Stati Uniti sosterrà l'operato dell’amministrazione Trump e dei membri simpatizzanti del Congresso per la protezione e il miglioramento del processo di revisione delle infrastrutture della FERC. È probabile che l’obiettivo principale sarà quello di accertarsi che l’agenzia disponga di un panel completo di commissari e di sufficienti risorse economiche e umane per ottemperare ai propri obblighi fondamentali nell’ambito delle infrastrutture energetiche.

- Protezioni del credito. Gli attuali e i potenziali esportatori statunitensi di GNL hanno lavorato duramente per ottenere le autorizzazioni della FERC e del DOE, ma di recente è emerso anche un altro problema. Per quasi due anni, non c’è stato quasi nessun accordo di compravendita di GNL a lungo termine che riguardasse i progetti statunitensi e questa situazione si è rivelata particolarmente problematica per le aziende che hanno bisogno dello smobilizzo pro soluto (fuori bilancio) per portare avanti i propri progetti. Tuttavia, l’attuale ''mercato nelle mani degli acquirenti'' non durerà in eterno e molti esperti prevedono che la domanda globale di GNL supererà di gran lunga l’offerta nei primi anni del 2020. Dal momento che, per essere completati, i nuovi progetti riguardanti il GNL possono richiedere anche cinque anni dopo la decisione finale di investimento, gli esportatori statunitensi di gas naturale dovranno impegnarsi per la stipula di accordi di acquisto nei primi anni dell’amministrazione Trump (2017-2018) per battere i progetti per il GNL delle altre nazioni sul mercato. Un approccio proattivo da parte della U.S. Overseas Private Investment Corporation (OPIC), dell’Export-Import Bank of the United States (EXIM Bank) e di altre organizzazioni analoghe potrebbe essere utile per coinvolgere clienti più piccoli e meno meritevoli di credito, ampliando notevolmente il pool di acquirenti ''bancabili'' per le esportazioni di GNL statunitense. Sebbene la EXIM Bank abbia sempre evitato di concedere supporto per le ''materie prime'', non è facile sostenere che il GNL, che per essere prodotto ha bisogno di impianti di liquefazione da miliardi di dollari, sia diverso da altri prodotti (ad esempio, l’acciaio). Come già detto, è ancora troppo presto per formulare previsioni definitive su quanto accadrà nei prossimi anni, ma su una cosa non ci sono dubbi: stiamo entrando in una nuova era. Le esportazioni statunitensi di GNL, greggio e liquidi da gas naturale stanno effettivamente prendendo piede e un governo controllato dai Repubblicani si insedierà a gennaio. È probabile che questa confluenza di eventi crei le condizioni ideali per portare gli Stati Uniti in una posizione più elevata nella leadership energetica globale.