Demografia e disruption nei sistemi globali

Demografia e disruption nei sistemi globali

Michael Murphy
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La sostenibilità dipende fortemente da quanti siamo sul pianeta e in che modo si sviluppa la società. Per questo le dinamiche demografiche dovrebbero essere studiate attentamente dalla politica per definire una strategia organizzativa ad hoc

Si stima che la popolazione mondiale attualmente abbia raggiunto quota 7,4 miliardi, a un ritmo di crescita di circa un miliardo ogni 12 anni e, stando alle proiezioni fornite dalle Nazioni Unite, dovrebbe raddoppiare, passando da 4 a 8 miliardi, nel periodo compreso tra il 1974 e il 2023. Nel 1804 era soltanto a quota un miliardo e sono stati necessari 119 anni per toccare i due miliardi. Recentemente, la popolazione ha conosciuto un incremento senza precedenti, destando preoccupazioni riguardo alle possibili ripercussioni in termini di sostenibilità sociale, economica e ambientale. Variazioni della dimensione e della struttura demografica mondiale sono potenzialmente in grado di stravolgere la stabilità globale, sia su scala individuale, come ad esempio in termini di rapporti intergenerazionali all’interno dei nuclei familiari, sia a livello di fiscalità nazionale e di sistema ambientale globale, oltre a determinare ripercussioni politiche e strategiche. Un aumento della popolazione, benché di per sé non costituisca un fattore determinante, potrebbe tuttavia contribuire ad amplificare alcuni problemi legati ad altre cause. La crescita e la struttura della popolazione sono gli aspetti demografici più rilevanti e hanno un impatto diverso a seconda dell’area del mondo interessata.

Variazioni nella popolazione mondiale

Nascite e decessi sono gli unici fattori che determinano variazioni di dimensioni e struttura della popolazione. La speranza di vita alla nascita intorno al 1950 era di 47 anni, mentre nel 2015 era salita a 71 anni; attualmente cresce al ritmo di tre anni ogni decennio, e questa tendenza è destinata a proseguire anche in futuro. Se nel 1950, stando ai tassi di fertilità, ogni donna aveva in media cinque figli, nel 2015 tali numeri si sono dimezzati; tuttavia, si prevede che in futuro questa diminuzione rallenti, fermandosi a un tasso di circa due figli per donna entro il 2100. Si osserva una fertilità più bassa in particolar modo nelle aree sviluppate, sia per ragioni legate a un maggiore controllo delle nascite da parte delle coppie, sia perché i tassi di mortalità infantile sono più bassi. Tali cambiamenti denotano importanti successi globali e notevoli progressi ma, come affermato in precedenza, hanno comportato un rapido aumento della popolazione mondiale.

Differenze geografiche

La popolazione mondiale finora ha avuto un ritmo di crescita piuttosto stabile, raggiungendo un tasso massimo annuo dello 0,9% intorno al 1965, salvo poi scendere allo 0,5% attuale, e si prevede che nel corso di questo secolo si avvicinerà a quota zero. Tuttavia, tali dati non riflettono dettagliatamente la diversa situazione nelle varie zone del mondo, e ciò potrebbe perfino provocare tensioni fra i vari stati. I tassi di crescita risultano molto bassi nelle aree più sviluppate. Inizialmente erano più elevati dappertutto nel resto del mondo, ma di recente, nei Paesi a reddito medio, la tendenza è stata quella di allinearsi ai tassi dei Paesi più sviluppati (Europa, Nord America, Giappone e Australasia); si è osservato un notevole incremento in particolar modo nelle aree meno sviluppate, come ad esempio l’Africa Subsahariana e in un ristretto gruppo di altri Paesi, quali l’Afghanistan. La popolazione dell’Africa era meno della metà rispetto a quella dell’Europa nella metà del XX secolo (vedi grafico a pagina 14). Tuttavia, si prevede che entro il 2025 sarà pari al doppio, e che entro il 2100 in Africa il numero dei giovani tra i 15 e i 24 anni sarà pari a tutta la popolazione europea.
Nel 1950 la popolazione delle regioni più sviluppate rappresentava il 32% di quella mondiale; tale percentuale è scesa al 17% nel 2015 e presumibilmente toccherà quota 13% nel 2050, quando la tendenza sarà oramai in netta discesa, come avviene già in alcuni Paesi quali il Giappone. D’altra parte, è probabile che nel 2050 i Paesi meno sviluppati costituiranno il 20% della popolazione, rispetto all’8% del 1950.
L’impatto di una variabile nel sistema globale può essere espresso tramite l’equazione I = P x A x T, per cui l’impatto (I) dipende dalle dimensioni della popolazione (P), dalla ricchezza (A) e dalle tecnologie (T). Di queste tre variabili, la popolazione è di gran lunga quella più prevedibile: ad esempio, a un intervallo di confidenza al 95% (l’intervallo di confidenza è l’intervallo di valori entro i quali si stima che cada, con un livello di probabilità scelto a piacere, il valore vero della popolazione, ndr), la dimensione della popolazione mondiale nel 2050 si attesterà tra i 9,3 e i 10,2 miliardi. Tale stima si basa sulle proiezioni dell’ONU, che generalmente forniscono dati attendibili a livello globale, ma meno attendibili a livello nazionale. I Paesi più ricchi utilizzano una maggiore quantità di risorse per un determinato numero di persone, anche se si considera che possano mettere in campo alcune tecnologie per limitare le conseguenze, fra cui quelle ambientali. A titolo esemplificativo, nel 2011 le emissioni medie di CO2 pro capite nei Paesi meno sviluppati ammontavano soltanto al 3% del valore per una persona che abita in un Paese membro dell’OCSE, o al 4% per una persona che abita in Cina (dati della Banca Mondiale). Questi numeri indicano che le emissioni aumenterebbero più lentamente rispetto alla crescita della popolazione, che si concentra piuttosto nei Paesi a emissioni relativamente basse. Tuttavia, poiché i Paesi meno abbienti aspirano a diventare più ricchi, è necessario un maggior numero di risorse, ancor più per via dell’aumento della popolazione. Con una popolazione in crescita, infatti, la domanda di risorse diventa sempre più pressante per poter soddisfare i bisogni alimentari globali, a partire dall’acqua per uso domestico, all’espansione del settore industriale, fino all’irrigazione agricola.

Struttura della popolazione

Nella seconda metà del XX secondo, nelle aree più sviluppate, la percentuale di bambini al di sotto dei 15 anni è scesa dal 27% al 17% del totale della popolazione, per ragioni connesse al sensibile calo della fertilità (grafico a pagina 15). In altre zone, invece, nell’immediato dopoguerra si è riscontrato un iniziale, notevole aumento della percentuale, dovuto a una maggiore fertilità e a una ridotta mortalità infantile, salvo poi invertire la tendenza. Ad ogni modo, prima di assistere a un calo a livelli inferiori al 25%, dovrebbero passare dai 50 ai 100 anni. La quota della popolazione compresa tra i 15 e i 64 anni, generalmente considerata in età lavorativa, è più elevata nei Paesi più sviluppati, sebbene i Paesi a reddito medio stiano recuperando terreno su questo fronte. Una diminuzione della fertilità genera un aumento una tantum della percentuale di giovani in età adulta, poiché le generazioni successive saranno composte da un numero minore di bambini. Per via di questo dividendo demografico, la quota della popolazione economicamente attiva aumenta e, come accaduto negli anni ’80 nell’est e sud-est dell’Asia, ciò contribuisce allo sviluppo economico. Si prevede un simile trend anche nei Paesi meno sviluppati, ma i benefici saranno più visibili soltanto se le possibilità di impiego saranno adeguate ai numeri; diversamente, la presenza di molti giovani disillusi e disoccupati potrebbe avere un effetto piuttosto negativo sull’economia. Per quanto riguarda la quota delle persone anziane, ossia di coloro che hanno 65 anni o più, i dati indicano un aumento, o un probabile aumento futuro, in ogni zona del mondo, ad eccezione dei Paesi meno sviluppati, per i quali attualmente risulta difficile produrre stime sul processo di invecchiamento della popolazione (grafico a pagina 15). Nei Paesi a reddito medio, invece, tale processo avanza più rapidamente rispetto a quanto avviene nelle aree più sviluppate. In queste ultime, la quota delle persone con almeno 65 anni è in aumento, nonostante il boom di nascite degli anni ’50 e ’60 abbia contribuito a compensare l’invecchiamento della popolazione. Negli ultimi decenni, è stata registrata una considerevole contrazione della fertilità in molte zone del mondo. In alcuni Paesi europei, quali Spagna, Italia e Grecia, il tasso di fertilità si attesta sotto a 1,4 figli per donna: ciò significa che, qualora questa tendenza dovesse restare inalterata, e senza l’apporto delle migrazioni, a ogni generazione succederebbe un solo individuo, vale a dire i due terzi della dimensione attuale. Le conseguenze della contrazione della fertilità sul processo di invecchiamento della popolazione sono state rafforzate anche dall’allungamento della speranza di vita. Nei Paesi più sviluppati, la percentuale potenziale di sostegno (PSR), ossia il numero di persone in età lavorativa di età compresa tra i 20 e i 64 anni per ogni anziano di almeno 65 anni, era pari a 7,5 nel 1950, salvo poi dimezzarsi nel 2015 e, presumibilmente, nel 2050 sarà pari a 2. Nei Paesi a reddito medio, le cifre hanno subito una contrazione analoga, ma restano comunque quasi il doppio rispetto a quelle dei Paesi più sviluppati anno su anno. L’invecchiamento della popolazione pone il problema del trasferimento di risorse dalle persone attive a coloro che non lavorano. Infatti, se da un lato il numero di figli a carico è diminuito, dall’altro le esigenze della popolazione anziana sono incrementate in maniera considerevole, vale a dire in termini di previdenza sociale e assistenza sanitaria, principalmente afferenti all’economia formale, e in termini di assistenza personale (settore economico informale), specialmente per i membri del nucleo familiare più stretto. La struttura della popolazione comprende inoltre una fascia sempre più numerosa di persone con almeno 80 anni di età, e in quanto principali utenti dei servizi socio-assistenziali, essi contribuiscono ad aggravare il peso di questi settori sull’economia. Più in generale, i due settori risentono anche dell’impatto di variazioni della struttura della popolazione, fluttuazioni economiche e movimenti sociali. Inoltre, condizioni di scarsa fertilità e mutevoli sistemi sociali ed economici, che richiedono ai giovani una maggiore mobilità, fanno sì che questa fascia della popolazione difficilmente vivrà nelle vicinanze dei loro genitori. Di norma, sono le donne a occuparsi della cura della persona; ma questa tendenza si sta attenuando per via di un numero sempre minore di figli e della minore propensione al matrimonio delle ragazze. Per di più, le donne con responsabilità formali nell’ambito lavorativo non possono o non vogliono più prendersi cura dei loro suoceri.
Sebbene queste dinamiche demografiche siano inarrestabili e ampiamente prevedibili, secondo il British Office for Budget Responsibility, l’ente che fornisce dati sulle finanze pubbliche, i costi del progressivo invecchiamento della popolazione rappresentano una delle maggiori sfide di sostenibilità per il sistema fiscale del Regno Unito. Nei Paesi ad alto reddito, le misure politiche da adottare per far fronte al processo di invecchiamento sono state in parte attenuate per via della loro impopolarità. Fra queste, citiamo alcuni trattamenti pensionistici meno cospicui e, in particolare, l’innalzamento dell’età pensionabile per gli attuali lavoratori, che prevedevano di ritirarsi dal mercato del lavoro alla stessa età rispetto a coloro che li avevano preceduti. Nei Paesi meno sviluppati, la riduzione del tasso di mortalità registrata negli anni ’50 ha contribuito ad abbassare l’età media della popolazione, in quanto riguardava principalmente i neonati e i bambini, destinatari di interventi di assistenza sanitaria altamente efficaci e relativamente semplici da introdurre, quali ad esempio vaccini e cure per malattie trasmissibili.

Meno fertilità, più invecchiamento

Una riduzione della fertilità, d’altra parte, comporta una contrazione del numero dei giovani e di conseguenza un incremento della quota di popolazione più anziana, ancor più dal momento che il calo del tasso di mortalità attualmente si concentra principalmente su quest’ultima fascia. Queste due dinamiche sono il risultato di un maggiore controllo della progettualità genitoriale e della mortalità, per cui a una maggiore contrazione della fertilità e della mortalità corrisponde un incremento più rapido del processo di invecchiamento della popolazione. Il risultato è che nei Paesi a reddito medio, dove i sistemi pensionistici e di assistenza sanitaria sono meno sviluppati, i problemi legati all’invecchiamento della popolazione sono più consistenti. Decisioni prese in un determinato momento storico possono influenzare direttamente le dinamiche demografiche future per almeno centinaia di anni, e gli effetti indiretti potrebbero persino essere più a lungo termine. Si osservi il caso della Cina, uno dei maggiori Paesi del mondo che ha assistito a sostanziali cambiamenti demografici, influenzando quindi in maniera considerevole i valori mondiali. Dopo la rivoluzione comunista del 1948, il governo ritenne opportuno incoraggiare la spinta demografica, e quindi l’aumento della fertilità, in quanto la popolazione costituiva la risorsa più importante per il Paese. Negli anni ’50 e ’60, il tasso di fertilità si attestava a circa 6 figli per donna; tuttavia, le ripercussioni sulla crescita della popolazione furono scaturite in parte anche dal catastrofico piano economico cosiddetto "Grande balzo in avanti", messo in atto negli anni ’60, che portò alla morte di circa 45 milioni di cinesi (esistono dati diversi a seconda delle stime). Nel 1980, il governo decise di invertire la rotta e introdusse la politica del "figlio unico" per arginare la crescita demografica: il tasso di fertilità crollò a 2,5 figli per donna. Gli obiettivi furono così raggiunti mobilitando tutti i livelli della società e, a volte, utilizzando anche metodi discutibili. Contemporaneamente, l’aspettativa di vita alla nascita era aumentata di 20 anni nei due decenni precedenti, creando un dividendo demografico considerevole e 1 degli esempi più fulgidi di sempre di un rapido invecchiamento della popolazione. Attualmente, in Cina, per ogni persona con almeno 65 anni ci sono circa 7 persone di età compresa tra i 29 e i 64 anni, rispetto alla cifra di 3,5 dell’Europa, ma entro il 2050 si prevede che entrambi i valori saranno pari a due. Recentemente, il governo cinese ha ammesso l’esistenza di una serie di problemi legati alla scarsa fertilità: in una società dove tutti sono figli unici, infatti, nessuno ha fratelli, sorelle, zii o zie. A una maggiore longevità è associato il sistema 1 - 2 - 4, ossia ogni figlio ha due genitori e quattro nonni in vita, ma nessun altro familiare. Tuttavia, i bassi tassi di fertilità in Cina non sono unicamente riconducibili alle politiche di controllo demografico del governo. Infatti, è stato notato come le famiglie cinesi si siano adattate a questa tendenza, che è così diventata in un certo senso istituzionalizza, per cui, anche in assenza di restrizioni, la popolazione è restia a tornare alle vecchie abitudini. Nell’area di Shanghai, una delle zone più sviluppate di tutta la Cina, con una popolazione pari a 30 milioni, ogni donna ha in media 0,7 figli, ossia circa la metà rispetto ad altre parti del mondo già di per sé caratterizzate da scarsa fertilità, quali ad esempio l’Europa meridionale. Il caso della Cina evidenzia come le variazioni demografiche, organizzate o non, possono avere effetti nel lungo termine. I problemi del Paese connessi all’invecchiamento della popolazione derivano in parte dalle misure pro-nascite degli anni ’50 e ’60, che hanno provocato un considerevole aumento di persone attualmente in età senile, e quelle degli anni ’80 e ’90, che hanno provocato una contrazione del numero di persone in età lavorativa. A queste dinamiche si aggiungono i problemi della mortalità e della migrazione che hanno caratterizzato tutto il periodo. La Cina è riuscita con successo a ridurre in maniera significativa la mortalità: tra il 1950 e il 2015, l’aspettativa di vita alla nascita è aumentata di circa 43 anni. Al contrario, in Russia è incrementata di solo 11 anni nello stesso periodo. La migrazione internazionale non costituisce un fattore rilevante per i fenomeni demografici del Paese; al contrario, la migrazione interna cinese ha toccato livelli mai raggiunti prima nella storia. Infatti, si stima che, a partire dagli anni ’80, circa 150 milioni di persone, specialmente giovani, si sono trasferiti dalle zone rurali verso le aree in forte espansione economica delle coste. Gli anziani, quindi, sono rimasti nelle aree rurali, a volte senza alcun sostegno familiare (il principale tipo di risorsa che potevano avere) e, più in generale, sempre meno giovani sono in grado di fornire loro assistenza nel lungo periodo. L’esempio della Cina è un caso estremo, ma dinamiche simili, caratterizzate da elevati tassi di fertilità nei primi anni del secondo dopoguerra, seguiti da livelli ai minimi storici verso la fine del XX secolo, uniti a una maggiore longevità e a migrazioni di lunga distanza sempre più frequenti nei Paesi a reddito alto, potrebbero portare a conseguenze analoghe, seppur meno gravi.

Questioni strategiche

Da sempre la spinta demografica costituisce un potenziale motivo di conflitti, in quanto le popolazioni che si espandono cercano di ottenere maggiori risorse, talvolta appropriandosi di merci o di terreni, anziché colonizzando. A un alto tasso di crescita della popolazione corrisponde una maggiore disponibilità di giovani per l’esercito, e una maggior percentuale di giovani uomini è sinonimo di violenze e conflitti, sia interni che esterni. I Paesi che temono un saldo negativo della popolazione generalmente fanno appello alle nascite, come accadde nella Francia post guerra franco-prussiana del 1870, per paura di veder crescere l’espansionismo tedesco. Recentemente, sia la Turchia che l’Iran hanno deciso di adottare misure a favore della natalità, vista la grande instabilità politica della regione. Si prevede che l’India superi la Cina diventando il Paese con il maggior numero di abitanti al mondo, intorno al 2025, anno in cui peraltro la popolazione cinese dovrebbe iniziare a diminuire in termini assoluti. Di fatto, la quota di maschi di età compresa tra i 20 e i 24 anni, ossia coloro che potrebbero far parte delle forze militari, è attualmente maggiore del 30% in India rispetto alla Cina. Una popolazione in rapida espansione, inoltre, si sente più legittimata e ha più capacità per appropriarsi delle risorse con l’uso della forza, cosa che, a sua volta, potrebbe spingere gli stati confinanti a investire in armi più sofisticate in risposta a minacce presunte o reali. Lo stesso vale per le guerre intestine, non soltanto quelle fra stati, le quali costituiscono una forma di violenza sempre più diffusa nel mondo. Tali problemi, spesso, sono aggravati nelle zone in cui i giovani rappresentano una fetta corposa della popolazione, e ancor più laddove non si rendono conto che stanno contribuendo a un miglioramento delle condizioni di vita.
Le pressioni demografiche portano a un inasprimento delle tensioni nelle zone in cui la domanda di risorse scarse è sempre più alta, come avviene ad esempio per l’acqua in Medio Oriente e in Africa.

Il fenomeno migratorio internazionale

Negli ultimi anni, l’agenda politica e sociale si è occupata sempre più dei fenomeni migratori. Da un punto di vista globale, i numeri non sono elevati: i migranti internazionali corrispondono a circa il 3 percento sul totale della popolazione mondiale. Tuttavia, il tema dell’immigrazione è particolarmente scottante nei Paesi europei. Secondo un recente studio condotto per l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, il 7,5 percento degli europei è a favore di un aumento dei flussi migratori, mentre il 52 percento è contrario; lo studio fa riferimento al periodo antecedente la crisi dei migranti provenienti da Siria, Iraq e Afghanistan del 2015. Ma il fenomeno crea tensioni anche in altre zone del mondo, come ad esempio in Sud Africa. Gravi sconvolgimenti possono avvenire in seguito a grandi ondate di migrazioni di popoli. Intervenire direttamente nei Paesi di origine dei migranti con risorse economiche potrebbe favorire lo sviluppo dell’economia locale, ma d’altra parte potrebbe portare alla perdita di personale qualificato, oltre che a inasprire le disuguaglianze, e il denaro potrebbe essere utilizzato per i consumi anziché per gli investimenti. Dal canto loro, i datori di lavoro dei Paesi ospitanti possono trovare nei migranti nuova forza di lavoro flessibile, economica e motivata, ma i lavoratori potrebbero assistere a una riduzione delle opportunità di impiego e a un peggioramento delle condizioni lavorative per via della maggiore concorrenza. L’immigrazione dovrebbe migliorare le condizioni di vita dei migranti, ma ciò non esclude che in alcuni casi potrebbero trovarsi di fronte a situazioni deludenti, qualora non riuscissero a ottenere subito ciò che desiderano, e potrebbero crearsi problemi legati all’integrazione.

La mancanza di una strategia organizzativa

In questo breve articolo non è stato possibile trattare di argomenti strettamente collegati ai problemi della popolazione, come ad esempio l’urbanizzazione, che spesso possono acuire l’impatto potenzialmente sconvolgente dei cambiamenti demografici. Inoltre, altre questioni teoricamente importanti sono caratterizzate da profonda incertezza, fra cui gli spostamenti di popolazioni su larga scala in seguito a conflitti e/o all’impatto dei cambiamenti climatici. Si è scelto di focalizzarsi su fenomeni che possono realmente avvenire, per esempio: chi avrà 65 anni nei prossimi 65 anni è attualmente in vita. Emerge, inoltre, la mancanza di una strategia organizzativa per far fronte a queste tendenze. I governi tentano sempre di posporre l’introduzione di misure impopolari come l’aumento dell’età pensionabile, e i fondi internazionali scelgono di dare priorità a problemi di portata più attuale, come i diritti riproduttivi o Hiv/Aids, anziché a questioni che comporterebbero benefici più a lungo termine, come la pianificazione familiare. Ciò nonostante, le dinamiche relative alla popolazione avranno sempre delle notevoli conseguenze sulla sostenibilità globale.

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