L'antica partita di Mosul

L'antica partita di Mosul

Giorgia Lamaro (Agenzia Nova)
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L'attesa liberazione della città dall'assedio dell'Isis ripropone la questione del controllo delle grandi risorse petrolifere di Baghdad. La Turchia, che vanta già una presenza militare nella zona, potrebbe giocare un ruolo non marginale nel processo di ridistribuzione dei territori e dei giacimenti

L’offensiva finale volta alla liberazione di Mosul, la "capitale" dello Stato islamico in Iraq, ha fatto riemergere le tensioni tra Baghdad e Ankara in una regione dove la Turchia aspira a ottenere un ruolo di primo piano per difendere i suoi interessi economici e strategici. Nelle ultime settimane si sono infatti moltiplicati gli scambi di accuse tra rappresentanti del governo turco e di quello iracheno in merito alla presenza dei militari di Ankara nel nord dell’Iraq. Le tensioni bilaterali, già latenti, sono riemerse lo scorso 2 ottobre con le affermazioni rilasciate dal presidente Recep Tayyip Erdogan in un’intervista all’emittente saudita "Rotana", in cui il capo dello stato turco aveva messo in guardia da "possibili scontri settari" nella fase successiva alla liberazione di Mosul, città divisa fra le comunità araba, curda e turcomanna, ma dove sono presenti anche minoranze cristiane e yazide. "Qualsiasi azione per la liberazione di Mosul dovrebbe essere condotta da chi ha legami etnici e religiosi con la città", aveva affermato Erdogan, dicendosi contrario ad una partecipazione delle milizie sciite irachene alla campagna militare. “Una volta che Mosul sarà liberata – aveva aggiunto Erdogan – solo arabi sunniti, turcomanni e curdi sunniti dovrebbero rimanervi”.  Queste dichiarazioni, unite alla decisione del parlamento turco di rinnovare per un altro anno il mandato delle missioni militari in Iraq e in Siria a partire dal 30 settembre, hanno suscitato reazioni molto aspre da parte irachena.

L'Iraq chiede il ritiro degli "occupanti" turchi

Il parlamento di Baghdad non ha esitato ad approvare una risoluzione per chiedere al governo di prendere "misure legali e diplomatiche" contro la permanenza delle truppe turche in Iraq e allo stesso tempo di riconsiderare i rapporti economici e commerciali con la Turchia. E nei giorni successivi è arrivata la richiesta di una convocazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu sulla presenza degli "occupanti" turchi, oltre che la convocazione di una manifestazione di protesta davanti all’ambasciata turca a Baghdad. Ankara ha dispiegato ufficialmente 150 istruttori militari e 25 carri armati nella zona di Bashiqa, a pochi chilometri da Mosul, nel dicembre del 2015 per l’addestramento di milizie turcomanne e di combattenti curdi Peshmerga: un contingente che i rappresentanti della comunità sciita irachena hanno più volte chiesto di ritirare. La Turchia però non ha alcuna intenzione di rinunciare alla sua presenza nel nord dell’Iraq, dove peraltro può contare su una solida alleanza e su una partnership economica con l’amministrazione di Massoud Barzani, presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno.

In gioco ci sono le importanti riserve irachene

Ora che il confronto finale per Mosul è in corso, Ankara, che è già entrata attivamente nel conflitto in corso in Siria, non vuole essere esclusa dalla "gestione" della fase post-liberazione, durante la quale potrebbe essere deciso il futuro assetto dell’Iraq, e dunque una nuova spartizione delle ricche risorse petrolifere del paese. La compagnia anglo-turca, Genel Energy, ha già due licenze petrolifere nel Kurdistan iracheno, nella zona di Taq Taq e Tawke, e recentemente ha fatto sapere di voler siglare un accordo con il governo di Ankara e con quello di Erbil per lo sviluppo di giacimenti di gas nella regione autonoma. La società, che ha sede nel Regno Unito e un ufficio locale ad Ankara, ha in gestione l’80 per cento dei campi petroliferi e di gas di Bina Bawi e Miran, nel Kurdistan iracheno e, secondo fonti vicine al dossier citate dal quotidiano turco "Hurriyet", potrebbe venderne una quota a Tec, joint venture che include la divisione internazionale della compagnia statale turca Tpao. Questo accordo garantirebbe alla Turchia, il cui fabbisogno energetico è in costante aumento, una nuova fornitura di gas. La Turchia ha inoltre un accordo con il Kurdistan per l’esportazione del petrolio curdo attraverso l’oleodotto Kirkuk-Ceyhan. La provincia di Kirkuk, ricca di petrolio, è una delle aree più contese tra il governo regionale del Kurdistan ed il governo nazionale iracheno.

La redistribuzione della regione di Kirkuk

Anche a Kirkuk, come a Mosul (che si trova 170 chilometri più a nord), la popolazione è mista, è formata da una maggioranza curda e da minoranze di arabi, cristiani e turcomanni. I Peshmerga curdi hanno preso il controllo di Kirkuk nell’agosto del 2014, dopo che l’esercito iracheno si era ritirato di fronte all’avanzata dello Stato islamico, e di fatto ora è il governo di Erbil che gestisce la maggior parte dei siti petroliferi dell’area. Con la sconfitta ormai imminente del gruppo jihadista, anche la regione di Kirkuk sarà quindi oggetto di disputa tra governo regionale curdo e governo centrale di Baghdad, sebbene per ora le due amministrazioni abbiano raggiunto un accordo sulle esportazioni di petrolio dai pozzi dell’area ancora sotto il controllo della società irachena Noc (North Oil Company) – quelli di Gurgur, Khabaza e Jambouri – che producono 150 mila barili di petrolio al giorno. E’ probabile che anche in questa futura controversia su Kirkuk la Turchia possa avanzare delle rivendicazioni in cambio del suo appoggio ai Peshmerga di Erbil.