American Energy First
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Tra conferme e correzioni di rotta, la politica energetica di Trump mantiene gli orientamenti espressi in campagna elettorale: rilancio delle trivellazioni e abbandono della politica ambientalista, anche se il clima torna nell'agenda presidenziale

Una delle poche certezze riguardo le politiche statunitensi dei prossimi quattro anni in tema di combustibili fossili risiede nel fatto che l’inquilino della Casa Bianca ne è sicuramente uno dei maggiori fautori. Sebbene i dettagli sulle politiche energetiche e ambientali del presidente Trump siano ancora pochi e solo vagamente tratteggiati, le sue intenzioni non potrebbero essere più esplicite. Sin dal giorno del suo insediamento Trump, infatti, si è impegnato a smantellare le politiche energetiche e ambientali poste in essere dal suo predecessore, tacciato da molti di ostilità nei confronti del settore degli idrocarburi. La nuova amministrazione ha immediatamente preso provvedimenti per far ripartire l’iter di realizzazione degli oleodotti Keystone XL e Dakota Access, avviando la procedura di annullamento delle normative ambientali considerate scomode per il comparto dei combustibili fossili e dando inizio al ridimensionamento del ruolo governativo assunto dagli Stati Uniti nella lotta al cambiamento climatico. Molti dei piani di Trump potrebbero richiedere mesi, o persino anni, prima di essere messi in pratica, mentre altri saranno contestati dal fronte giudiziario o intralciati dalla lenta burocrazia governativa. Ma le dinamiche sembrano essere molto evidenti: l’attenzione del nuovo gruppo dirigente della Casa Bianca è concentrata soprattutto sugli aspetti relativi ai livelli occupazionali e all’economia, mentre le priorità individuate dalla precedente amministrazione, che riguardavano il cambiamento climatico e la salvaguardia dell’ambiente, non solo sono state accantonate, ma raccolgono aspre critiche dai fronti più disparati. L’industria è cautamente ottimista, gli ambientalisti sono esterrefatti e l’opinione pubblica americana è percorsa da una divisione profonda e da un dibattito aspro.

Parola d'ordine: autonomia energetica

Il modo di agire di Trump, avventato e incurante delle conseguenze, sta preoccupando allo stesso modo sostenitori e avversari. Durante l’annuncio della riapertura del processo che consentirà di portare a termine gli oleodotti Keystone XL e Dakota Access, il Presidente ha dichiarato che avrebbe preteso l’uso esclusivo di acciaio di provenienza statunitense per la loro costruzione. Una tale richiesta costituisce una vera e propria violazione delle normative stabilite in seno all’Organizzazione mondiale del commercio, deroga consentita soltanto nel caso in cui venga posta a repentaglio la sicurezza nazionale. La nuova amministrazione ha dovuto fare marcia indietro anche riguardo alla costruzione del muro sul confine tra Stati Uniti e Messico e all’applicazione di un’imposta del 20 percento sulle merci importate. Affermazioni che avevano inizialmente allarmato l’industria del petrolio e del gas, e non solo, tanto da indurre Trump a ritrattare, almeno in parte, quanto affermato riguardo a una possibile imposta doganale. La maggiore preoccupazione dell’industria del petrolio e del gas riguarda il fatto che più della metà delle esportazioni di gas naturale degli ultimi due anni è stata acquistata dal Messico. Sono esattamente le affermazioni di questo tipo che generano un grado di incertezza tale da destabilizzare le stesse industrie che Trump ha promesso di sostenere. Il nuovo presidente ha esternato le linee guida del suo piano energetico sul sito della Casa Bianca, con il titolo An America First Energy Plan, volto, secondo quanto affermato, a ''ottenere l’indipendenza energetica degli Stati Uniti dal cartello OPEC e da qualsiasi Paese ostile ai nostri interessi. Allo stesso tempo, lavoreremo con gli alleati del Golfo per sviluppare una relazione energetica positiva che sarà parte integrante della nostra strategia antiterrorismo''. A livello nazionale, Trump ha affermato che la sua amministrazione ''abbraccerà la rivoluzione del petrolio di scisto e del gas'', mettendo a disposizione nuovi terreni federali per lo sfruttamento di ''riserve inutilizzate di petrolio e gas naturale''. Riguardo alle normative ambientali, il nuovo inquilino della Casa Bianca ha invece dichiarato: ''Troppo a lungo siamo stati frenati dalle gravose normative imposte al nostro settore energetico. Io sono impegnato a eliminare tutte le politiche non necessarie e dannose, come il Climate Action Plan e il Waters of the U.S. rule'', tutte iniziative del suo predecessore volte a salvaguardare i corsi d’acqua e a ridurre le emissioni di gas serra. Tuttavia, queste asserzioni, pubblicate online, non forniscono informazioni specifiche, né rivelano altro rispetto a quanto dichiarato in campagna elettorale. La senatrice repubblicana dell’Alaska, Lisa Murkowski, presidente della Commissione Energia e Risorse Naturali, forte sostenitrice degli interessi legati all’industria del gas e del petrolio, ha affermato di non attendersi informazioni specifiche sulla politica energetica della nuova amministrazione prima della scadenza di 100 giorni dall’inizio dell’attività presidenziale. ''Ritengo che, in quanto presidente della Commissione per l’Energia, sia mio dovere ricordare alla nuova amministrazione le notevoli opportunità che il settore energetico presenta e il motivo per il quale è così importante che questo argomento sia posto in cima alla lista delle priorità da affrontare''.

Tutti gli uomini "energetici" del Presidente

L’ingresso di Trump alla Casa Bianca ha incoraggiato i legislatori repubblicani a introdurre una vasta serie di regolamenti a favore dei combustibili fossili e contro l’EPA, l’Agenzia statunitense per la tutela ambientale, che, nel loro insieme, potrebbero guadagnarsi il sostegno della nuova amministrazione. Tuttavia, sembra che molti dei primi atti legislativi presentati avessero evidenti lacune redazionali, quasi al pari dei primi discorsi politici di Trump, e per questo motivo siano stati ritirati in sordina. Al di là del frenetico desiderio di Trump di smantellare molte delle politiche del suo predecessore, e delle approssimative dichiarazioni politiche pubblicate sinora sul sito web della Casa Bianca, una più chiara visione delle future politiche della nuova amministrazione riguardo l’energia e l’ambiente emerge dalle animate udienze del Senato statunitense, durante le quali si discutono le nomine di coloro che guideranno le agenzie responsabili di mettere in atto i propositi di Trump e le leggi del Congresso. Le personalità indicate dal presidente per ricoprire i ruoli chiave del proprio governo hanno in comune il sostegno al settore dei combustibili fossili. L’ex CEO di Exxon-Mobil, Rex Tillerson, è il nuovo segretario di Stato, la carica diplomatica più importante della nuova amministrazione Trump. Rick Perry, ex governatore del Texas, stato ricco di petrolio, è stato nominato alla guida del Dipartimento dell’Energia, sebbene un tempo lui stesso ne avesse proposto l’abolizione. Scott Pruitt, ex procuratore generale dell’Oklahoma, un altro stato rinomato per la consistente presenza di petrolio, è stato scelto da Trump per dirigere l’Environmental Protection Agency (EPA). Pruitt aveva presentato almeno 14 istanze contro lo stesso ente nel corso dei sei anni in cui ha ricoperto la carica di procuratore generale. Ryan Zinke, membro della Camera dei Rappresentanti per il Montana, acerrimo cacciatore e pescatore, nonché sostenitore dell’espansione delle trivellazioni, delle estrazioni e del disboscamento nei possedimenti federali, è a capo del Dipartimento degli Interni. Tutti, in varia misura, hanno espresso scetticismo riguardo l’impatto che una ripresa delle attività di produzione degli idrocarburi potrebbe avere sul cambiamento climatico. Alcuni dei candidati al gabinetto di governo hanno fortemente criticato, in passato, le agenzie che oggi sono stati incaricati di governare. Perry, nella sua corsa verso la presidenza, aveva proposto addirittura di eliminare il Dipartimento dell’Energia. Durante l’udienza per la sua nomina ha tentato di rassicurare i senatori, affermando di aver cambiato opinione: ''Le mie passate dichiarazioni riguardo l’abolizione del Dipartimento dell’Energia, risalenti ormai a più di cinque anni fa, non riflettono il mio pensiero attuale. Dopo aver appreso quanto siano importanti le funzioni svolte del Dipartimento dell’Energia, mi rincresce di averne proposto l’eliminazione''.

Marcia indietro sul clima?

Il presidente Trump, e gli uomini selezionati per il suo governo, sembrano voler ammorbidire la propria posizione riguardo alla questione del cambiamento climatico. Il Presidente ha compiuto un passo indietro rispetto a quanto dichiarato nel corso della campagna elettorale, in cui la definiva una ''bufala'' propinata dalla Cina. ''Credo che il clima stia cambiando'', ha detto ai senatori Perry, che era solito definirsi scettico riguardo la questione, ''che il cambiamento climatico stia avvenendo in modo naturale solo in parte e che sia causato, al tempo stesso, dall’attività umana. La domanda che dobbiamo porci è come affrontarlo in modo ponderato, senza compromettere la crescita economica, l’accessibilità dell’energia e i posti di lavoro degli americani''. ''La scienza ci dice che il clima sta cambiando e che l’attività dell’uomo, in qualche modo, sta influendo su tale cambiamento'', ha dichiarato il candidato alla direzione dell’EPA, Scott Pruitt. Da parte sua, il candidato a Segretario per gli Interni, Ryan Zinke, ha affermato come il cambiamento climatico non sia una bufala, ma ha precisato: ''Ritengo che il dibattito dovrebbe spostarsi su come tutto questo possa influire sulle nostre vite e su cosa possiamo fare al riguardo''. Nonostante ciò, ancora nessuna presa di posizione ufficiale, rispetto a questo tema, è stata assunta. A pochi giorni dall’insediamento di Trump, tutte le pagine riguardanti la questione del cambiamento climatico sono praticamente svanite dal sito web della Casa Bianca.

La nuova vita del carbone

Se è vero che il presidente ha la facoltà di assumere decisioni esecutive in maniera rapida, l’attuazione di nuove politiche strutturali potrebbe dover affrontare innumerevoli ostacoli burocratici, politici e legali. In ogni caso, gli esiti dell’avanzamento tecnologico e le forze di mercato potrebbero, per certi versi, ottenere un impatto più efficace di qualsiasi nuova decisione politica. Nel settore energetico, più che in ogni altro, esiste la concreta possibilità che ciò accada. Ad esempio, sebbene Trump possa favorire le politiche che governano la fratturazione idraulica, è lo Stato, insieme ai governi non federali, ad avere il controllo sui permessi e le normative che regolano le operazioni industriali. Lo stesso vale per le industrie energetiche. Sono le direttive federali a stabilire gli standard minimi di molte normative ambientali, mentre gli Stati dispongono dell’autorità necessaria a imporre limitazioni ben più restrittive. Trump, e i membri del suo governo, hanno promesso di bandire molte delle normative ambientali che oggi limitano l’operato dell’industria degli idrocarburi, e di accelerare le procedure di autorizzazione dei progetti già cantierabili, il cui avvio potrebbe, altresì, tardare mesi o persino anni. Tuttavia, molti gruppi ambientalisti stanno potenziando il proprio team di legali in vista delle battaglie giudiziarie che, pur nella prospettiva di esiti non favorevoli, potrebbero comunque avere l’effetto di ritardare l’attuazione delle politiche di Trump fino alla scadenza del suo mandato. Le attuali condizioni del mercato, insieme alla rapida evoluzione delle tecnologie e la crescente domanda, da parte dei consumatori, di una maggiore responsabilità delle aziende, possono rappresentare, inoltre, forze ancor più trainanti per il settore. Uno dei pilastri della campagna elettorale di Trump è stata la promessa di riportare posti di lavoro e prosperità nel settore del carbone. Ma il declino dell’industria carbonifera dipende, in egual misura, se non maggiormente, dal calo dei prezzi del gas e dall’introduzione delle nuove tecnologie, piuttosto che dalle normative ambientali. Il repubblicano David McKinley, membro della Camera dei Rappresentanti per lo Stato della Virginia Occidentale, la cui economia si basa prevalentemente sul carbone, ha ammesso: ''Mi rendo conto che non stiamo tornando agli anni ’50 e ’60''. La nuova amministrazione ha, inoltre, promesso di concedere nuove aree per le trivellazioni in Alaska, al largo delle coste statunitensi e sui terreni pubblici, ma considerati le basse quotazioni del petrolio e il drastico aumento della fratturazione idraulica, ben poche compagnie petrolifere saranno interessate, o finanziariamente in grado, di estendere le operazioni di trivellazione in queste aree, soprattutto nell’Artico, un territorio ''desolante'' sia dal punto di vista ambientale che economico. Il presidente Trump, insieme al suo governo, ha inoltre preso di mira le leggi volute da Obama per inasprire le restrizioni riguardanti le emissioni di gas serra e l’inquinamento idrico. Molti degli sforzi volti a sovvertire questo quadro normativo troveranno un forte sostegno all’interno del Congresso statunitense, ormai dominato dai repubblicani. Il sito web di informazione ''Politico'' ha chiesto all’amministratore uscente dell’EPA, Gina McCarthy, che ha sovrinteso all’attuazione di tali normative: ''Cos’è che le toglie davvero il sonno quando pensa all’EPA nelle mani dell’amministrazione Trump?''. La sua risposta è stata: ''Ognuna delle questioni attuali mi tiene sveglia la notte e nel loro insieme potrebbero togliermi il sonno per i prossimi 10 anni''.