Golfo del Messico, gli USA rilanciano
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La produzione di greggio ha raggiunto il record nel 2016. Con l'amministrazione Trump si punta all'apertura per la trivellazione petrolifera e del gas di più acque e terreni federali: l'obiettivo è l'indipendenza energetica
#Analisti, #investitori e #società sono ottimisti: la #esplorazione e #produzione #oil&gas possono riprendere nel Golfo del Messico

L'esplorazione e la produzione petrolifera nel Golfo del Messico hanno subìto due duri colpi negli ultimi anni: l’improvviso crollo del prezzo del petrolio ha reso le già costose operazioni in alto mare ancora meno interessanti per le società petrolifere, e le conseguenze dell’esplosione e della fuoriuscita di petrolio causate dalla BP hanno ulteriormente ridotto l’interesse, se non i potenziali profitti. Ma tali tendenze stanno cominciando a mostrare segni di cambiamento. La produzione di greggio statunitense nel Golfo del Messico sta aumentando e ha raggiunto il più alto valore annuale di tutti i tempi pari a 1,6 milioni di barili al giorno nel 2016, superando di 44.000 barili al giorno il precedente record stabilito nel 2009, in base ai dati forniti dalla Energy Information Administration (EIA) americana, l’agenzia governativa che monitora le tendenze del settore energetico. Le attività nel Golfo del Messico forniscono circa il 15 percento della produzione petrolifera giornaliera degli Stati Uniti. Quest’anno la produzione sta continuando a crescere, raggiungendo un livello pari a 1,7 milioni di barili al giorno. L’EIA prevede che la produzione annuale continuerà a crescere anche il prossimo anno, sostenuta da otto progetti offshore completati l’anno scorso e da altri sette che dovrebbero diventare operativi a breve. Nelle altre zone del Golfo, la combinazione di riforme e di attività petrolifere statali in difficoltà stanno aprendo le acque messicane e venezuelane all’esplorazione e alla perforazione da parte di società internazionali. Il Venezuela ha concesso un maggior numero di blocchi offshore alle società internazionali e il Messico ha effettuato la sua prima asta di aree offshore lo scorso dicembre. Gli analisti del settore energetico sostengono che la maggiore attività nel Golfo del Messico rappresenta l’avanguardia di un rinnovato interesse a livello globale per l’esplorazione e la perforazione in acque profonde.

Cambio di rotta, ecco da cosa dipende

Tale cambio di ritmo è dovuto a un insieme di mutamenti in atto nei mercati del petrolio, nella produzione petrolifera e nel panorama politico degli Stati Uniti e delle altre nazioni produttrici di petrolio del Golfo del Messico. I prezzi del petrolio stanno lentamente aumentando e nello stesso tempo i progressi tecnologici e della gestione operativa stanno rendendo le perforazioni offshore più convenienti. A sette anni dall’incidente, le conseguenze politiche derivanti dall’esplosione e dalla fuoriuscita di petrolio della Deepwater Horizon di BP, stanno pian piano svanendo. Alcuni eventi verificatisi nel mese di marzo hanno alimentato un cauto ottimismo nel settore. In primo luogo, la vendita di concessioni a New Orleans ha attirato quasi 275 milioni di dollari in grandi gare relative a 163 tratti appartenenti agli Stati Uniti ed estesi su 913.542 acri della piattaforma continentale esterna al largo di Louisiana, Mississippi e Alabama. Exxon, Chevron e Shell erano tra le 28 società che hanno fatto un’offerta. Tali offerte hanno registrato un aumento del 76 percento rispetto al valore dello scorso anno, pari a 156 milioni di dollari. Tuttavia, rappresentano circa la metà dei 539,8 milioni di dollari registrati nel 2015. Il segretario agli Interni americano, Ryan Zinke, ha dichiarato che “le solide vendite riflettono l’ottimismo e l’interesse del settore per la piattaforma continentale esterna del Golfo, un elemento essenziale delle risorse petrolifere e di gas offshore del Paese”. Alcuni analisti sono apparsi più cauti nelle loro valutazioni. G. Allen Brooks, autore della newsletter del settore energetico “Musings from the Oil Patch”, ha scritto: “Anche se i risultati non rappresentano un record, i 275 milioni di dollari in grandi gare e i 315 milioni di dollari complessivi versati da 28 società petrolifere riflettono il crescente ottimismo su un’imminente ripresa del settore offshore. Tutto ciò avviene dopo che le vendite dello scorso anno relative a quest’area sono state caratterizzate da bassi rendimenti rispetto al passato”. Tali vendite sono arrivate pochi giorni dopo che il segretario agli Interni Zinke ha annunciato che il governo degli Stati Uniti prevede di offrire 73 milioni di ettari per l’esplorazione e lo sviluppo del petrolio e del gas offshore, che rappresentano tutte le aree nelle acque territoriali degli Stati Uniti non ancora attribuite in concessione. Inoltre, l’amministrazione Trump sta prendendo in considerazione una richiesta di BP volta a prolungare la durata delle concessioni petrolifere. “L’apertura di più acque e terreni federali alla trivellazione petrolifera e del gas rappresenta un pilastro del programma del presidente Trump finalizzato a rendere indipendenti gli Stati Uniti dal punto di vista energetico”, ha dichiarato Zinke. “Il Golfo è parte vitale di questa strategia studiata per incentivare opportunità economiche a favore dell’industria, degli Stati e delle comunità locali, per creare posti di lavoro e per aumentare la produzione di energia e ridurre la nostra dipendenza dal petrolio proveniente dall’estero”. Il progetto dell’amministrazione americana permetterebbe 10 vendite, due all’anno su un periodo di cinque anni, e interesserebbe circa 14.000 blocchi offshore non ancora attribuiti in concessione (da 4 a 370 chilometri). Il Bureau of Ocean Energy Management calcola che la piattaforma continentale esterna custodisca 90 miliardi di barili di petrolio recuperabile e 327 trilioni di piedi cubi di gas (pari a circa 9 trilioni di metri cubi). L’amministrazione Trump sta inoltre cercando di aprire all’esplorazione e alla perforazione di nuove aree nell’Artico e al largo della costa atlantica, interventi questi che potrebbero però essere ferocemente contestati dai gruppi ecologisti.

Tutto nasce dai prezzi del barile

L’esplorazione e la perforazione in acque profonde sono state duramente colpite dal calo dei prezzi del petrolio degli ultimi anni. Si tratta di attività costose, che richiedono lunghi lead-time dall’esplorazione alla produzione e che hanno dovuto affrontare un durissimo colpo alla loro immagine pubblica in seguito all’incidente della Deepwater Horizon di BP risalente a sette anni fa. Non ha certo contribuito alla causa che un film di Hollywood uscito lo scorso anno con lo stesso nome – “Deepwater Horizon” – si sia concentrato sui pericoli e sulle decisioni prettamente finanziarie delle trivellazioni in mare aperto. I pozzi in acque profonde possono costare più di 100 milioni di dollari, richiedono una profondità di circa 9.000 metri e di solito sono collocati ad almeno 250-350 chilometri al largo della costa. Di conseguenza, le società sono poco inclini a prendere in considerazione tali attività se il petrolio non ha un prezzo pari ad almeno 60 dollari al barile. Con l’aumento di tecnologie con tempi di produzione più veloci e a prezzi più economici destinate all’estrazione di tight oil, le società e gli investitori hanno avuto ancora meno incentivi per dedicarsi ad attività offshore. Ma il settore si adegua ai tempi e alle condizioni del mercato. Le società stanno sviluppando infrastrutture offshore più compatte, affidandosi a tecnologie più avanzate e a una migliore gestione per ridurre alcuni dei grandi costi legati all’esplorazione e alla perforazione in acque profonde. La società di consulenza per l’energia Wood Mackenzie ha pubblicato di recente un rapporto che prevede una moderata ripresa dei progetti globali di petrolio e gas in acque profonde, sostenendo che i costi di trivellazione più bassi li rendono più attraenti per gli investitori e le imprese. Un nuovo studio della società di analisi norvegese Rystad Energy ha scoperto che quest’anno “per ogni dollaro investito nel mercato americano del petrolio e del gas di scisto, un altro dollaro viene destinato allo sviluppo di nuove risorse offshore”, ha scritto sul quotidiano “The Advocate” Eric Smith, direttore associato del Tulane Energy Institute di New Orleans. “Entrambe riceveranno circa 70 miliardi di dollari in investimenti nel 2017, un’equivalenza che non si è più registrata dal 2013".

Gli analisti del settore energetico sostengono che la maggiore attività nel Golfo del Messico rappresenta l'avanguardia di un rinnovato interesse a livello globale per l'esplorazione e la perforazione in acque profonde

Occhi puntati sui paesi produttori del Golfo

I mutamenti politici nei paesi produttori di petrolio che circondano il Golfo del Messico stanno creando nuove opportunità per le operazioni delle società internazionali. L’elezione di un’amministrazione americana più favorevole ai carburanti fossili segue da vicino le grandi riforme attuate dal Messico nel campo delle attività petrolifere e il tentativo del Venezuela di corteggiare le società internazionali in modo da rafforzare il proprio settore petrolifero, afflitto da gravi problemi finanziari. Il Messico è uno dei maggiori produttori di petrolio e altri liquidi al mondo ed è il quarto produttore più importante delle Americhe dopo gli Stati Uniti, il Canada e il Brasile, nonché un partner importante per il commercio energetico statunitense. Secondo i dati più recenti dell’EIA, il Messico ha rappresentato circa il 9 percento delle importazioni di greggio statunitense, anche se questo valore è diminuito nell’ultimo periodo. Nel 2013 il Messico ha messo fine al monopolio, nella produzione petrolifera, della società statale Pemex e ha permesso alle società private di operare nel Paese per la prima volta dagli anni Trenta. Ciò non ha interrotto tuttavia il calo della produzione, che ha toccato i livelli più bassi degli ultimi 37 anni. Il Messico spera però che nei prossimi anni lo sviluppo dell’estrazione di greggio in acque profonde nel Golfo da parte di produttori privati possa contribuire ad aumentare la propria produzione petrolifera. Eni, che nel 2015 si è aggiudicata i diritti per sviluppare un giacimento nel Golfo, ha annunciato all’inizio di quest’anno la più grande scoperta offshore al largo del Messico da parte di una società estera nel corso degli ultimi settant’anni. A dicembre dello scorso anno il Messico ha condotto la sua prima asta di aree in acque profonde nel Golfo. Le società hanno presentato delle offerte per otto dei 10 blocchi dati in concessione. Le società risultate vincitrici sono state la cinese Offshore Oil Corporation, l’australiana BHP Billiton, la francese Total in collaborazione con la statunitense ExxonMobil, la norvegese Statoil in collaborazione con la britannica BP, la malese PETRONAS, la statunitense Chevron e la giapponese INPEX. La maggior parte di questi progetti richiederà più di dieci anni per avviare la produzione. Il Messico dovrebbe condurre altre tre aste nel corso dei prossimi due anni sia per aree in acque profonde che in acque poco profonde. Anche il Venezuela, il dodicesimo produttore di petrolio al mondo, si è trovato in difficoltà a causa del brusco calo dei prezzi del petrolio. Gli analisti finanziari temono che la società petrolifera PDVSA potrebbe dichiararsi insolvente già il prossimo anno. Al momento non dispone di fondi sufficienti per sostenere adeguatamente le proprie raffinerie, le attività di produzione o le navi. PDVSA sta attribuendo in concessione blocchi per l’esplorazione alle società petrolifere internazionali nelle proprie acque offshore; tra queste ci sono Total, Statoil, Chevron e Gazprom. Il gas offshore del Venezuela è rimasto inutilizzato fino a quando, nel 2015, Eni e la spagnola Repsol hanno avviato nel Golfo del Venezuela le attività di produzione del giacimento offshore di Perla. Eni ha fatto una delle maggiori scoperte di gas naturale nella storia del Paese. In altre zone del Golfo, numerose società petrolifere e del gas a livello internazionale sono state attratte dalla prospettiva di trovare petrolio nelle acque profonde al largo della costa settentrionale cubana. Tuttavia l’EIA precisa che “a causa delle difficoltà a livello geologico e tecnologico, l’attività di esplorazione offshore in acque profonde finora non ha dato risultati”. Gli analisti, gli investitori e le società petrolifere sono moderatamente ottimisti riguardo alla possibilità che le attività di esplorazione e produzione di petrolio e gas possano riprendere in tutto il Golfo del Messico nei prossimi mesi e anni. Il petrolio e il gas ci sono, si tratta solo di capire se il prezzo da pagare è ragionevole.