Venezuela, il crocevia dell'industria petrolifera

Venezuela, il crocevia dell'industria petrolifera

Francisco Monaldi
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Il Paese sudamericano dispone di oltre 150 miliardi di barili di riserve di greggio non convenzionale, beneficia di un potenziale geologico libero da vincoli e inoltre possiede 197 trilioni di piedi cubi di riserve accertate di gas naturale. Una prospettiva di sviluppo per un Paese, oggi, fortemente provato da una crisi economica diffusa e radicata

Il Venezuela può vantare ricchezze straordinarie dal punto di vista geologico. Il Paese dispone delle più ampie riserve accertate di petrolio convenzionale di tutta l'America Latina, con 41 miliardi di barili, più del doppio del Brasile e più del triplo del Messico. Inoltre, si stima che la fascia dell'Orinoco celi risorse per 1,3 trilioni di barili di petrolio extra-pesante. La cifra ufficiale relativa alle risorse accertate di petrolio extra-pesante corrisponde a 257 miliardi di barili, applicando un fattore di recupero del 20%. Anche effettuando una stima più conservativa, il Paese dispone di oltre 150 miliardi di barili di riserve di greggio non convenzionale. Insieme all'Arabia Saudita, al Canada, all'Iran e all'Iraq, il Venezuela è uno dei pochi Paesi ad avere a tutti gli effetti un potenziale geologico libero da vincoli. Come in Canada la base di risorse è costituita prevalentemente da petrolio non convenzionale, il quale richiede l'applicazione di un prezzo più elevato, ma il bitume in Venezuela è più semplice e meno costosa. Il Paese, inoltre, dispone di 197 trilioni di piedi cubi di riserve accertate di gas naturale e, sebbene quasi il 90% di tale gas sia associato al petrolio, ha effettuato importanti scoperte nell'ambito del gas non associato offshore, incluso il giacimento gassoso PERLA istituito di recente da ENI e Repsol e dotato attualmente di una capacità di produzione pari a 400-500 miliardi di piedi cubi.

Grandi risorse ma cala la produzione

Il potenziale geologico illimitato dell'industria petrolifera venezuelana si contrappone alla tremenda situazione che il Paese sta attraversando. Nel breve periodo, l'ostacolo maggiore da fronteggiare è rappresentato dal calo dei prezzi. A febbraio, un barile di greggio diluito (grado API 16), una miscela di petrolio extra-pesante (grado API 8) e il 20-30% di un prodotto o petrolio più leggero, era venduto a 15 dollari, un prezzo molto basso. Con prezzi del genere, la produzione non risultava particolarmente allettante, anche senza considerare le imposte governative. La stima del costo totale medio di produzione supera i 20 dollari al barile con il tasso di cambio ufficiale. Il costo operativo è pari a circa 13 dollari e, utilizzando un tasso di cambio ridotto e più ragionevole, questa cifra può scendere a 8-10 dollari. Con un WTI a 30 dollari al barile (in media circa 23 dollari per il paniere di esportazione venezuelano), la produzione coprirebbe appena i costi e non consentirebbe nemmeno di pagare la royalty pari al 33%. Con un WTI a 40 dollari, la produzione venezuelana sarebbe economicamente sostenibile, ma offrirebbe risorse finanziarie e risorse nette in valuta estera molto limitate per un Paese che dipende dal petrolio per oltre il 90% delle esportazioni e il 50% delle entrate fiscali.

I problemi dell'industria petrolifera venezuelana non sono una questione recente e sono stati soltanto aggravati dal crollo dei prezzi del petrolio. Negli ultimi 10 anni la produzione ha subito un calo di oltre 0,5 milioni di barili al giorno. Le esportazioni nette si sono ridotte anche di più. I prodotti petroliferi nazionali del Venezuela godono di importanti finanziamenti e il Paese sovvenziona anche le vendite in alcuni Stati della regione, pertanto monetizza soltanto circa i 2/3 della produzione. La produzione convenzionale sta vivendo un calo ancora più rapido e il meno redditizio greggio non convenzionale pesante riesce a compensarlo soltanto in parte. La produzione gestita da PDVSA ha subito un crollo e più di 1/3 della produzione totale è attualmente nelle mani di joint venture. Negli ultimi 10 anni l'indebitamento finanziario della società è schizzato dai 3 miliardi di dollari nel 2006 agli attuali 44 miliardi di dollari, senza alcun aumento significativo degli investimenti e un numero costante di piattaforme in attività. L'espropriazione di Exxon e Conoco potrebbe comportare pagamenti per ulteriori 7 miliardi di dollari (arbitrati ICSID). La produzione per dipendente è crollata vista la triplicazione del numero dei dipendenti e il calo della produzione. Chiaramente queste tendenze sarebbero state insostenibili anche con l'innalzamento dei prezzi del petrolio.

Il nuovo pragmatismo: sarà sufficiente?

Le tendenze descritte in precedenza hanno spinto il Venezuela a offrire alle compagnie petrolifere straniere importanti opportunità di investimento nel Paese solo pochi anni dopo la parziale nazionalizzazione del settore petrolifero. La fine del ciclo di investimento, derivante dall'apertura petrolifera degli anni '90, ha reso necessario il ricorso a un nuovo e importante ciclo di investimento. A partire dal 2009 sono state stipulate nuove joint venture con importanti operatori del settore, tra cui Chevron, CNPC, Rosneft, Eni e Repsol, ma pochissimi investimenti si sono concretizzati. Le condizioni non erano particolarmente allettanti, PDVSA aveva problemi esecutivi e di liquidità e i rischi correlati apparivano significativi.

Con la nomina nel 2014 di Eulogio Del Pino in qualità di CEO di PDVSA e Ministro del Petrolio, è stata presa una posizione molto più pragmatica, avvalorata dal crollo del prezzo del petrolio. Del Pino ha firmato nuovi contratti di controllo operativo e dei flussi monetari con i partner delle joint venture convenzionali, offerto condizioni migliori dal punto di vista fiscale (nonostante alcune abbiano tardato a concretizzarsi) e istituito una strategia di miscelazione del petrolio extra-pesante a costi inferiori. Ha ridotto le sovvenzioni per le spedizioni nella regione e di recente ha fatto lo stesso con le sovvenzioni interne per la benzina (che tuttavia sono ancora imponenti). Ha concesso l'impiego di un tasso di cambio notevolmente inferiore per i partner delle joint venture al fine di acquisire capitale e ridurre il costo in dollari della produzione del petrolio. Inoltre, si è adoperato per istituire una politica più pragmatica in materia di gas naturale, agevolando l'implementazione del progetto PERLA e proponendo l'esportazione del gas a Trinidad, che vanta un'infrastruttura di GNL molto all'avanguardia. In 2 anni la produzione di petrolio extra-pesante è aumentata di oltre 200.000 barili al giorno: un aumento significativo, più della metà del quale è avvenuto per opera di società straniere. Ciò nonostante il crollo del prezzo del petrolio ha ridotto le possibilità di attrazione degli investimenti dall'estero. PDVSA non dispone di molta liquidità ed è molto in arretrato con i pagamenti in favore di partner e appaltatori, pertanto non ha il capitale necessario per sostenere la partecipazione del 60% di cui è titolare nelle joint venture petrolifere. Inoltre, come indicato in precedenza, sebbene la produzione di petrolio extra-pesante consenta appena di coprire i costi, il governo ha tardato a mantenere la promessa di riduzione della percentuale di royalty.

Cosa si prospetta per il futuro? In caso di risalita dei prezzi, il Venezuela potrà mettere in atto una riforma più incisiva della politica petrolifera e raggiungere una stabilità politica; il Paese può diventare una calamita per gli investimenti e sfruttare appieno l'incredibile potenziale inutilizzato nei settori del petrolio e del gas. Non sarà semplice perché restano molti ostacoli, ma una cosa è certa: questo atteggiamento più pragmatico potrebbe condurre a una significativa riapertura dei settori del petrolio e del gas in qualsiasi scenario politico futuro. Resterà questo scenario almeno fino a quando il prossimo boom petrolifero non darà nuovo vigore al "nazionalismo delle risorse" (anche se si spera che sia stata imparata la lezione).