America Latina, il volano vero sarà una nuova politica

America Latina, il volano vero sarà una nuova politica

Francisco J. Monaldi
Condividi
L'area, che da sempre ha un enorme potenziale energetico, ha avuto negli ultimi anni una performance deludente, soprattutto sul fronte della produzione del greggio. La vera opportunità di crescita sta in una amministrazione limpida, efficiente e basata sul rafforzamento degli investimenti

Le Americhe, sia quella del Nord che quella del Sud, custodiscono il maggior numero di risorse di idrocarburi al di fuori del Medio Oriente.
L’emisfero occidentale vanta il 33 percento delle riserve mondiali di petrolio, mentre il Medio Oriente ne detiene il 47 percento. Il potenziale geologico è enorme, ma le risorse restanti sono in gran parte non convenzionali (petrolio da scisti e petrolio extra-pesante) oppure si trovano in acque profonde, e di conseguenza i costi e i rischi sono più alti e la tecnologia e il know-how diventano ancora più importanti.
Negli Stati Uniti e in Canada, che detengono il 13% delle riserve mondiali di petrolio, i prezzi elevati del petrolio hanno alimentato una rivoluzione energetica che ha portato ad un notevole aumento della produzione di petrolio e gas. Negli ultimi dieci anni la produzione di petrolio è aumentata del 73 petrolio, da 9,9 milioni di barili al giorno (mbg) nel 2005 a 17,1 nel 2015. Al contrario, in America Latina, con il 20 percento delle riserve petrolifere accertate, la produzione di petrolio è diminuita del 7,2 percento, da 11,1 mbg a 10,3 mbg, e la regione ha perso più di due punti percentuali relativi alla quota di mercato mondiale. Si tratta di un risultato straordinariamente deludente, soprattutto perché è avvenuto durante uno dei momenti più favorevoli di sempre per il prezzo del petrolio. Anche utilizzando misure alternative per valutare la situazione, si arriva alla stessa inevitabile conclusione: l’industria petrolifera della regione ha sciupato una grande opportunità di crescita.
La performance sottotono dell’America Latina è stata causata in gran parte da cali della produzione in tre Paesi (Messico, Venezuela e Argentina), ed è stata in parte compensata dalla crescita in Brasile e Colombia. Tuttavia, anche il Brasile, che negli ultimi due decenni ha registrato sempre ottime performance, recentemente è apparso poco efficiente, e la sua società petrolifera nazionale naviga in acque travagliate.
Il recente crollo del petrolio ha colpito duramente l’industria petrolifera dell’America Latina, e sia gli investimenti che la produzione stanno diminuendo rapidamente in tutta la regione. Nel 2016 il calo della produzione potrebbe raggiungere i 400-500 mila barili al giorno, un brusco calo pari al 4-5 percento in un solo anno, e il Venezuela e il Messico hanno registrato i cali più drastici. Tuttavia è importante sottolineare che, anche se i problemi dell’industria petrolifera dell’America Latina sono peggiorati con il crollo dei prezzi del petrolio nel 2014, le tendenze problematiche sono precedenti a tale avvenimento. Il boom del prezzo del petrolio ha nascosto per lungo tempo tendenze insostenibili che ora si sono fatte drammaticamente evidenti.

Il potenziale geologico dell'#America #Latina è enorme, ma tante risorse sono #non-convenzionali con #costi e i #rischi alti

Se la sua geologia è così interessante, e i prezzi si sono mantenuti ad un livello tanto favorevole per più di un decennio, qual è esattamente la causa delle difficoltà dell’industria petrolifera della regione? La risposta è la seguente: politiche petrolifere poco efficaci, fasi di nazionalismo delle risorse, e una non adeguata gestione delle società petrolifere nazionali.
Le fasi di un cieco nazionalismo delle risorse hanno rappresentato una caratteristica ricorrente dell’industria petrolifera della regione, danneggiando il potenziale di lungo termine del settore. Durante gli anni del boom, 2003-2014, Argentina, Bolivia, Ecuador e Venezuela, hanno rinegoziato i contratti e/o nazionalizzato il settore petrolifero. Il Messico è rimasto un monopolio di stato chiuso e inefficiente, sprecando una grande opportunità per attrarre investimenti privati nell’industria petrolifera. Anche se il Brasile non ha cambiato i contratti con effetto retroattivo, ha reso i futuri progetti in acque profonde molto meno interessanti. Anche in Colombia, l’unico importante produttore di petrolio che non ha peggiorato le condizioni contrattuali, l’ambiente politico generale si è fatto meno favorevole per gli investitori nel settore petrolifero. Si può dire, in una certa misura, che gli investitori stranieri siano stati vittime del boom dei prezzi e dei loro successi nell’aumentare la produzione e le riserve, in particolare nei Paesi esportatori di petrolio.
Come conseguenza delle tendenze problematiche in cui versa l’industria petrolifera della regione, una nuova ondata di liberalizzazioni è iniziata a farsi strada anche prima del crollo del prezzo del petrolio; e come previsto, tale tendenza si è notevolmente rafforzata a causa dei problemi finanziari che devono affrontare questi Paesi e le loro società petrolifere nazionali in seguito al crollo dei prezzi. Tuttavia, i costi in termini di reputazione per strutture istituzionali così incerte renderebbero ancora più difficile attrarre investimenti e sviluppare il pieno potenziale della regione.
Un altro motivo fondamentale che ha determinato la situazione di sottosviluppo dell’industria petrolifera della regione ha a che fare con l’inefficienza, la mancanza di investimenti e la corruzione, che hanno afflitto i principali operatori, le società petrolifere nazionali (NOC). Il Brasile, il Messico e il Venezuela rappresentano insieme 3 barili su 4 prodotti nella regione e detengono più del 90 percento delle riserve, e di conseguenza ciò che accade in questi tre Paesi è fondamentale per capire il futuro dell’offerta mondiale di petrolio. Le loro società petrolifere nazionali sono le maggiori della regione e tra le maggiori del mondo. PDVSA (Venezuela), Pemex (Messico), e Petrobras (Brasile) sono attualmente in pesanti difficoltà finanziarie, aggravate dalla caduta del prezzo del petrolio, ma tutte queste società avevano imboccato già da tempo una strada insostenibile. PDVSA è stata smembrata da Hugo Chávez, quando egli decise di licenziare la maggior parte dei suoi alti dirigenti e del suo staff tecnico. Da allora la produzione è in calo, anche se il Paese possiede le maggiori riserve di petrolio nella regione. Pemex, fino a poco tempo fa una società monopolistica del settore petrolifero, ha effettuato investimenti insufficienti per decenni, e ciò ha portato ad un brusco calo delle riserve e ad un crollo della produzione a partire dal 2005. Gli esuberi di personale, la corruzione e la politicizzazione hanno rappresentato problemi storici per Pemex, come lo sono ora, in una misura senza precedenti, per PDVSA. Petrobras, per lungo tempo un simbolo di orgoglio nazionale per il Brasile, una delle poche società petrolifere nazionali in grado di intraprendere progetti in acque profonde, è stata coinvolta in un enorme scandalo di corruzione che ha scosso il sistema politico del Paese.

Venezuela un Paese in crisi

In Venezuela, l’apertura del settore petrolifero, avvenuta con successo, ha paradossalmente contribuito a creare le condizioni che hanno poi portato alla nazionalizzazione del petrolio, mentre la stagnazione del settore, a sua volta, sta conducendo a nuovo pragmatismo finalizzato ad affrontare il declino economico. Negli anni Novanta del secolo scorso, di fronte a prezzi bassi del petrolio, crisi fiscali ricorrenti e significative esigenze di investimento, il Venezuela ha aperto il settore petrolifero agli investimenti privati per i progetti più rischiosi e meno redditizi. Questo è stato un grande passo avanti rispetto alla nazionalizzazione del 1975, che rese la società di proprietà statale PDVSA un produttore monopolistico. L’apertura ha attratto investimenti significativi da parte dei principali operatori internazionali, tra cui Exxon, Shell, BP, Chevron, Total, ed Eni portando ad un notevole aumento della produzione di oltre un milione di barili al giorno (pari a oltre il 40 percento dei livelli di produzione attuali).
Nel 1998 Chávez è stato eletto presidente grazie alla retorica della nazionalizzazione delle risorse, proprio quando i prezzi avevano toccato il fondo, ma non ha cambiato i contratti petroliferi esistenti fino al 2005, dopo che tutti i grandi investimenti erano stati già effettuati ed i prezzi avevano oscillato in modo significativo. Il lungo e conflittuale processo di espropriazione che ne seguì ha aumentato significativamente la quota del governo sui profitti. Ha influenzato inoltre negativamente la reputazione e l’attrattiva del Venezuela, ritardando tutti i principali nuovi investimenti e generando elevati costi opportunità in termini di produzione futura e passata. Ultimamente, poiché la produzione ha vacillato e il regime ha avuto disperato bisogno di maggiori entrate, il realismo ha spinto il governo a offrire agli investitori termini migliori e maggiori garanzie. Anche se gli investitori hanno continuato a restare molto cauti, il cambiamento di atteggiamento del governo venezuelano era palpabile. Il pragmatismo (oggi meglio descritto come disperazione) è diventato più evidente dopo il crollo dei prezzi, a causa della necessità urgente di aumentare gli investimenti e la produzione.

PDVSA , che era considerata una delle società petrolifere nazionali meglio gestite al mondo, ha subito una importante battuta d’arresto nel 2003, quando Chavez ha licenziato la maggior parte dei suoi dirigenti e del personale tecnico a seguito di una lotta di potere che portò ad un grande sciopero nel settore. Da allora la società non si è mai pienamente ripresa. Ha un numero limitato di risorse umane qualificate ed è stata in grado di evitare il collasso della produzione facendo leva sugli imprenditori stranieri e sulle joint venture in un ambiente caratterizzato da prezzi favorevoli. Tuttavia il numero dei dipendenti è cresciuto di tre volte, mentre la produzione per dipendente è rapidamente scesa al livello più basso di sempre (fino a livelli simili a quelli di Pemex). Inoltre, la produzione gestita interamente da PDVSA è crollata di oltre la metà rispetto al picco del 1998 ed è stata solo in parte compensata dalle joint venture con partner stranieri.

Il governo ha abusato delle risorse di PDVSA. L’indebitamento finanziario della società è aumentato dai 3 miliardi di dollari USA del 2006 ai 44 miliardi di oggi e i debiti nei confronti dei fornitori sono superiori ai 20 miliardi di dollari. La società ha inoltre richiesto ingenti prestiti alla Banca centrale per coprire le spese operative in valuta locale. Nel complesso la situazione di PDVSA, che era da ritenersi critica già prima del crollo dei prezzi, è ormai disperata, a meno che i prezzi del petrolio non tornino a crescere. Solo una profonda riorganizzazione della società e uno sfruttamento intensivo di partnership con il settore privato possono invertire il suo declino.

La performance sottotono dell'America Latina è stata causata in gran parte da cali della produzione in tre Paesi (Messico, Venezuela e Argentina), ed è stata in parte compensata dalla crescita in Brasile e Colombia

Messico: il crollo della produzione porta le riforme e il crollo dei prezzi le accelera

Il Messico ha rappresentato un’eccezione nel contesto dominato dalle liberalizzazioni degli anni Novanta. Ragioni storiche e ideologiche possono spiegare questa sua eccezionalità, ma il fattore principale alla base della mancanza di riforme è che la produzione del Messico continuava ad aumentare anche senza nuovi investimenti importanti. Il grande giacimento di Cantarell, che ha prodotto più di due milioni di barili al giorno nel suo periodo di massima attività (cioè quasi i due terzi della produzione del Paese), ha permesso al governo di imporre tasse eccessive e nascondere le grandi inefficienze della società petrolifera monopolistica Pemex. I costi futuri della mancanza di investimenti non sono stati presi in considerazione dalla leadership politica e ancor meno dall’opinione pubblica in generale, e di conseguenza non si è avvertita alcuna fretta nel dare avvio alle riforme.
Quando la produzione di Cantarell ha iniziato a crollare nel 2005, la necessità di riforme è diventata più evidente, ma i prezzi elevati del petrolio l’hanno resa un problema meno urgente. Tuttavia, poiché le spese in conto capitale di Pemex sono aumentate di cinque volte ma sono appena riuscite a rallentare il calo della produzione, la necessità di nuove riforme è tornata a farsi sentire con forza. La produzione di Cantarell è diminuita dell’85 percento rispetto al suo picco massimo. Con l’elezione di Peña Nieto, gli intoppi istituzionali sono diminuiti e la riforma è finalmente stata approvata. Il Messico, come il Venezuela in passato, sta avviando i progetti più rischiosi e/o marginali, alcuni dei quali richiedono grandi investimenti e tecnologie complesse. Pemex ha conservato la maggior parte delle riserve accertate e tutte le aree con costi di appalto elevati e a basso rischio. Finora il primo round di offerte di aree petrolifere ha avuto un impatto limitato. Sono state assegnate poche zone interessanti, e alcune offerte sono risultate eccessivamente elevate, generando incertezza sulla portata degli investimenti che saranno concretamente effettuati. Nel dicembre del 2016 è prevista l’asta di aree in acque profonde. Tale asta rappresenterebbe di gran lunga l’evento più rilevante del settore; tutti si attendono che la riforma upstream possa finalmente dimostrarsi rilevante con l’assegnazione alle grandi società petrolifere di aree ad alto potenziale.

A differenza del Venezuela, il Messico sta costruendo strutture istituzionali molto più robuste per sostenere le riforme. Il Paese è inoltre anche molto più integrato nell’economia mondiale rispetto ai Paesi limitrofi in Sud America. Questi fattori potrebbero garantire una vita più lunga per il ciclo degli investimenti. Tuttavia, se in futuro ci saranno incentivi per gli espropri, prezzi elevati del petrolio, importanti scoperte, e grandi investimenti sommersi, non si può escludere la possibilità di una modifica parziale della riforma, soprattutto in considerazione della sempre forte ideologia nazionalista in Messico. In effetti, il popolare candidato di sinistra alla presidenza, Lopez Obrador, ha minacciato di bloccare la riforma se verrà eletto nel 2018.
Nel 2015 Pemex ha registrato per la prima volta una perdita al lordo delle imposte e ha dovuto tagliare gli investimenti in maniera massiccia. Per comprendere la portata dei tagli, basti pensare che il numero di piattaforme petrolifere in funzione è sceso da 44 nel mese di gennaio 2015 ad appena 16 nel luglio 2016 (un calo del 64 percento). Le agenzie di rating hanno abbassato il rating del debito di Pemex. Il governo è stato costretto ad iniettare capitali per consentire a Pemex di pagare fornitori e pensioni. Ha inoltre migliorato il suo regime fiscale, per limitare ulteriormente le sofferenze finanziarie, e ha sostituito la leadership della società imponendo di tagliare i costi, vendere beni, e collaborare con aziende private. Il nuovo CEO Jose A. Gonzalez Anaya, un economista molto stimato, si è mosso rapidamente in modo da sfruttare le opportunità offerte dal nuovo quadro normativo e spingere la riforma persino più avanti di quanto inizialmente previsto, concentrando la limitata capacità di investimento di Pemex nelle aree più redditizie, e nello stesso tempo condividendo in una partnership, trasferendo o vendendo le attività non core. Tuttavia gli ostacoli alla riforma di Pemex rimangono enormi, in particolare per un presidente debole come Peña Nieto.

A differenza del Venezuela, il Messico sta costruendo strutture istituzionali molto più robuste per sostenere le riforme energetiche. Il Messico è anche molto più integrato nell'economia mondiale rispetto ai Paesi limitrofi in Sud America

Brasile: è ancora il Paese del futuro?

Anche se il Brasile è ancora un importatore netto di petrolio, ha più che quadruplicato la sua produzione nel corso degli ultimi due decenni, raggiungendo i livelli di produzione del Messico e del Venezuela. Questo successo è in gran parte il risultato della liberalizzazione del settore petrolifero avvenuta negli anni novanta, quando Petrobras, la società petrolifera nazionale, è stata in parte privatizzata e il settore petrolifero si è aperto agli investimenti stranieri. In quanto importatore netto, il Paese era ansioso di massimizzare la propria produzione e, fino a poco tempo fa, non si era mai concentrato sullo sfruttamento delle rendite fiscali. Tuttavia la scoperta di enormi riserve off-shore in acque profonde ha cominciato a cambiare gli incentivi statali. A differenza delle sue controparti in Sud America, il Brasile non ha nazionalizzato o forzato la rinegoziazione dei contratti. Tuttavia ha aumentato la quota di partecipazione statale per i futuri progetti offshore. Ha inoltre nominato Petrobras in qualità di operatore e ha avviato una politica ambiziosa per aumentare il contenuto locale degli investimenti. Inoltre la partecipazione di azionisti privati in Petrobras è diminuita quando il governo ha scambiato riserve di petrolio con quote societarie, con una mossa che molti analisti considerano una forma di esproprio.
Perciò, anche se il Brasile è stato considerato un modello per le politiche di regolamentazione del petrolio, gli effetti del suo successo e la prospettiva di diventare un esportatore netto di petrolio hanno anche portato ad una versione più moderata del nazionalismo delle risorse. Tutto ciò ha già avuto ripercussioni negative sugli investimenti e la produzione, che non hanno raggiunto i loro obiettivi nel corso degli ultimi anni. Il piano di investimenti di Petrobas del 2014 prevedeva una produzione di 4,2 milioni di barili al giorno entro il 2020. L’ultimo piano di investimenti ha ridotto la previsione a 2,8 milioni di barili al giorno e tale cifra potrebbe essere ulteriormente rivista al ribasso.
Lo scandalo corruzione che riguarda i rapporti di Petrobras con i propri fornitori, conseguenza della politicizzazione del programma di finanziamenti locali, è stato un duro colpo per l’azienda e per il governo, e sta avendo ancora ripercussioni importanti sugli investimenti. La maggior parte degli appaltatori locali è stata coinvolta. Nei primi mesi del 2016 la capitalizzazione di mercato di Petrobas è crollata fino ad arrivare al 10 percento del valore massimo registrato nel 2008.
Alcuni timidi segnali suggerivano che l’amministrazione Rouseff stesse per tornare su posizioni più pragmatiche, in particolare a seguito della mancanza di interesse da parte degli investitori nel corso dell’ultima asta per le aree offshore e a causa del recente crollo del prezzo del petrolio. Dopo che il processo di impeachment per Rouseff è stato avviato, il presidente ad interim Michael Temer ha fatto sapere che sosterrà una riforma del quadro legislativo per dare un ruolo più importante al settore privato nelle aree offshore e che rivedrà le norme relative ai contenuti locali. Nonostante ciò, dal momento che il Brasile sta diventando un esportatore netto e i governi federali e regionali si trovano di fronte a una crisi fiscale, i rischi di una pressione fiscale sul settore del petrolio potrebbero aumentare.

L'industria del petrolio in America Latina potrebbe avere davanti a sè un future luminoso, dato che vanta il maggior numero di risorse al di fuori del Medio Oriente, ma oltre alle politiche disfunzionali, ci sono altri rischi da prendere in considerazione: come, nel breve termine, I prezzi bassi del petrolio

Il futuro del settore petrolifero dell'America Latina

L’America Latina è stata tradizionalmente più incline a cicli di nazionalismo delle risorse e di liberalizzazioni rispetto ad altre regioni del mondo, forse a causa della combinazione di democrazie basate su fazioni, debolezza dello Stato di diritto, e stridenti disuguaglianze. Nel caso le circostanze dovessero tornare ad essere propizie, le ideologie centrate sulla nazionalizzazione delle risorse potrebbero ritornare forti. Dopo un periodo di investimenti significativi che aumentano la produzione e le riserve in maniera sostanziale, la modifica delle norme potrebbe nuovamente diventare un argomento di interesse. Al contrario, un prolungato periodo di bassi prezzi del petrolio potrebbe condurre ad un maggiore pragmatismo e a liberalizzazioni. In generale, gli importatori netti o i Paesi che mostrano sia produzione che riserve in calo e un portafoglio di progetti ad alto rischio, potrebbero essere spinti ad aprirsi maggiormente. Le istituzioni che incoraggiano i governi ad adottare approcci a lungo termine, che limitano la loro capacità di rinegoziare opportunisticamente i contratti già sottoscritti, potrebbero ridurre gli effetti di tali volatili incentivi. Per attirare investimenti privati sarebbero utili sia delle agenzie di regolamentazione indipendenti, così come dei regimi fiscali e contrattuali progressivi ed efficaci in grado di tassare i grandi profitti. Una prospettiva nazionale pragmatica richiede una notevole partecipazione del settore privato per contribuire a sviluppare le risorse non convenzionali e di frontiera, con un quadro normativo forte, che sia in grado di riscuotere le rendite e fornire incentivi al fine di sviluppare il pieno potenziale del settore.
È probabile che le società petrolifere nazionali rimangano i principali attori della regione, in quanto sono presenti in quasi tutti i Paesi produttori di petrolio in via di sviluppo, ma se non verranno significativamente riformate il potenziale della regione resterà parzialmente inutilizzato. È necessario operare una ristrutturazione di queste società per concentrarsi sui partner e sulle aree upstream redditizie e a basso rischio, oppure abbandonare del tutto lo sviluppo delle aree non core e delle zone di frontiera. La loro governance societaria deve essere rafforzata, fornendo loro autonomia finanziaria e operativa, ma garantendo maggiore responsabilità e l’esistenza di un vincolo di bilancio rigido. Avere azionisti privati non è una panacea, come dimostra il caso Petrobras, ma potrebbe ancora rappresentare uno strumento utile per disciplinare la gestione e ridurre la politicizzazione.
L’industria del petrolio in America Latina potrebbe avere davanti a sé un futuro luminoso, dato che vanta il maggior numero di risorse al di fuori del Medio Oriente, ma oltre alle politiche disfunzionali, ci sono altri rischi da prendere in considerazione. Nel breve termine il rischio più importante è un ambiente caratterizzato da prezzi del petrolio bassi, che rende non competitivi i progetti ad alto costo. Nel lungo termine, l’industria petrolifera regionale, come il resto del mondo, si troverà di fronte ai rischi derivanti dai cambiamenti climatici e dalle politiche per ridurne l’impatto, così come al rischio che il petrolio perda il suo ruolo di carburante principale per i trasporti.
I Paesi che dipendono dal petrolio, come il Venezuela e l’Ecuador, potrebbero trovarsi a lottare per sopravvivere, se non cambiano strada. Altri Paesi come l’Argentina, il Brasile, la Colombia e il Messico, anche se meno colpiti, potrebbero soffrire a causa dell’importanza economica del settore petrolifero e a causa delle loro società petrolifere nazionali.

 

Apri Oil Book Brasile