Un sentiero scivoloso per gas e rinnovabili?

Un sentiero scivoloso per gas e rinnovabili?

Robin M. Mills | Amministratore delegato di Qamar Energy
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Il mercato dell'oro blu si adeguerà in fretta all'aumento di prezzo del greggio. Energie verdi e nucleare riceveranno un impulso dal taglio alla produzione petrolifera, così come le vendite di veicoli elettrici e ibridi

L’accordo OPEC per il taglio della produzione petrolifera raggiunto lo scorso novembre ha suscitato un fervido dibattito, laddove il suo impatto sul gas e sulle energie rinnovabili a livello mondiale ha destato minore attenzione. Si tratta però di un effetto di un certo rilievo, in parte perché funge da incentivo alle altre fonti di energia, ma ancor di più per ciò che ci dice, a livello di strategie a lungo termine, dei grandi produttori petroliferi.
L’accordo dell’Organizzazione del 30 novembre prevede che gran parte dei membri dell’OPEC tagli la produzione del 4,4-4,5 percento rispetto ai livelli di ottobre, per un totale di circa 1,4 milioni di barili al giorno. Restano esenti Libia e Nigeria, funestate dai disordini politici.
Per l’Iran, reduce da un periodo di sanzioni, è stato definito un tetto a un livello più elevato. Questa intesa è stata seguita, il 10 dicembre, dalla decisione senza precedenti della Russia di ridurre la produzione di 300.000 barili al giorno, mentre un altro gruppo di paesi non-OPEC – tra cui Oman, Kazakistan, Messico e altri – ha tagliato altri 300.000 barili al giorno.
Finora la conformità da parte dell’OPEC sembra buona, pari al 90 percento circa, benché ciò sia dovuto in gran parte all’Arabia Saudita, mentre la produzione russa è fondamentalmente piatta. I prezzi del greggio Brent, già aumentati da valori intorno a 40 dollari al barile durante le trattative sull’accordo, hanno subito un’impennata a circa 56 dollari al barile, attestandosi da allora intorno a quel livello.
L’obiettivo dichiarato dell’OPEC nell’adozione di questa misura è quello di invertire il pesante eccesso di offerta che aveva innescato il crollo dei prezzi a metà 2014 e che persiste da allora, prosciugando in tal modo l’eccesso di scorte. Varie previsioni, come quella dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, mostrano peraltro, quest’anno, uno spostamento del mercato verso un disavanzo. Tuttavia, secondo le stime, la ripresa dei prezzi sarà relativamente modesta, almeno nel breve periodo, a causa dell’aumento della produzione di petrolio di scisto statunitense. Da un valore minimo di 8,45 milioni di barili al giorno all’inizio di ottobre, la produzione di greggio statunitense si era già ripresa raggiungendo 8,978 milioni di barili al giorno all’inizio di febbraio, secondo dati dell’Energy Information Administration statunitense.

Un evento provvidenziale per le altre fonti?

L’aumento dei prezzi dà un po’ di sollievo temporaneo a Paesi produttori e società petrolifere sotto pressione, ma migliora anche la situazione dei concorrenti del petrolio, che possono essere raggruppati in tre categorie: gas naturale; carbone, rinnovabili e nucleare; veicoli a combustibili alternativi.
La riduzione della produzione petrolifera dell’OPEC riduce anche la sua produzione di gas associato, che in Arabia Saudita ammonta a circa 2,4 miliardi di piedi cubi al giorno. Ogni riduzione deve essere compensata dall’aumento della combustione di petrolio. Per contro, l’aumento dei prezzi del petrolio – e dei sottoprodotti dell’estrazione del gas come i condensati e i liquidi da gas naturale – comporta un incremento dell’attività di trivellazione in aree come gli Stati Uniti.
Il gas naturale compete direttamente con il petrolio in pochi impieghi, come il riscaldamento domestico, ma i clienti sono generalmente vincolati all’uno o all’altro combustibile. Solo alcuni Paesi, primo fra tutti l’Arabia Saudita, utilizzano ancora quantità di petrolio significative per la generazione di energia, e in questo caso il fatto che i prezzi siano regolamentati dal governo fa sì che le fluttuazioni sul mercato non si traducano subito in una maggiore competitività del gas.

Nel mercato dell’energia temporanea e off-grid (principalmente nel comparto dei generatori diesel) i prezzi petroliferi più elevati intensificano una tendenza già in atto, ossia il passaggio all’energia rinnovabile, tramite accumulatori o in combinazione con riserve alimentate da petrolio. In alternativa in alcuni casi, come quello degli impianti di trivellazione, si utilizza il gas laddove disponibile.

L’incremento delle quotazioni petrolifere ha un impatto immediato sul gas perché provoca un aumento del prezzo dei contratti di vendita correlati al petrolio. Una formula indicizzata al petrolio è tuttora il metodo per definire il prezzo del gas naturale liquefatto (GNL) in Asia. Se il prezzo del petrolio è più elevato, il gas diventa relativamente più costoso e se ne riduce l’attrattiva rispetto al gas con prezzi definiti su altre basi (ad esempio il prezzo del GNL statunitense definito in base all’indice Henry Hub), al carbone, all’energia rinnovabile e all’energia nucleare. Il gas è già troppo costoso per sostituire il carbone in molti mercati asiatici, come l’India.
Quindi, indirettamente, un petrolio più costoso aumenterà la quota sia del carbone che delle rinnovabili: l’impatto sul primo è immediato, poiché i generatori abbandonano le centrali elettriche a gas, mentre sulle seconde è più lento, perché serve tempo per costruire nuova capacità.
Tuttavia, a lungo termine, non c’è motivo perché il petrolio e il gas siano negoziati a un certo livello di parità fissato. Persino i contratti di vendita di gas correlati al petrolio saranno modificati così da riflettere le nuove realtà di mercato. I prezzi del gas seguono le proprie dinamiche specifiche. Di fatto, un crescente allontanamento del gas dai prezzi del petrolio incoraggia la tendenza verso la concorrenza tra gas e gas, e l’utilizzo di punti di determinazione del prezzo come l’Henry Hub statunitense, i nodi europei nord-occidentali e il nuovo indice "Sling di Singapore" per il GNL.
La produzione di gas di scisto degli Stati Uniti continua ad aumentare in modo sostenuto, il mercato globale del GNL è saturo delle forniture australiane e ora anche statunitensi, e i nuovi progetti dell’Africa orientale e del Canada possono arrivare al giusto prezzo. Ma salvo forse in Nord America e in alcuni remoti giacimenti di gas abbandonati, la disparità di prezzo non è abbastanza ampia da incoraggiare un numero maggiore di progetti di trasformazione da gas naturale a carburanti liquidi come la colossale struttura Pearl di Shell in Qatar.

Ovviamente, alcuni dei maggiori esportatori petroliferi rimangono anche grandi operatori del settore del gas, in particolare il Qatar (il principale esportatore di GNL al mondo), la Russia (il principale esportatore di gas in generale), l’Algeria e la Norvegia. L’Iran nutre l’ambizione di unirsi a loro. Fintanto che il loro gas rimarrà competitivo, questi Paesi potranno preoccuparsi meno dei prezzi petroliferi.
Infine, un petrolio più costoso aumenta l’attrattiva dei veicoli a combustibili alternativi: alimentati a gas naturale, biocombustibili, ibridi o elettricità, o forse un giorno a idrogeno. Anche i veicoli convenzionali più piccoli, o con una migliore efficienza dei consumi, avranno da guadagnarci. E si può già osservare una tendenza allo spostamento di alcune spedizioni marittime verso il GNL, per rispettare i controlli contro l’inquinamento marino.
I veicoli a batteria possono, ovviamente, funzionare con l’elettricità proveniente da qualsiasi fonte. L’aumento della domanda di elettricità sarebbe una buona notizia per il carbone (se non fosse vincolato da politiche climatiche più restrittive), il gas, le energie rinnovabili e il nucleare. Tutte potenzialmente guadagnerebbero quote di mercato a spese del petrolio. Ma i veicoli elettrici potrebbero essere introdotti in modo sinergico con le energie rinnovabili. Le loro batterie, altrimenti inutilizzate per il 95 percento del giorno mentre il conducente si trova altrove, potrebbero essere utilizzate per accumulare energia solare o eolica variabile, o proprio l’economica elettricità nucleare fuori picco.

A breve termine, l’aumento dei prezzi petroliferi a cui abbiamo assistito finora, da circa 45 a 55 dollari, avrà un impatto relativamente modesto ma positivo su tutte queste alternative.
Se nei prossimi anni i prezzi del petrolio rimarranno intorno ai livelli attuali (come indicherebbero le curve dei prezzi a termine), aumenteranno ulteriormente o torneranno a crollare, dipende dall’interazione di cinque fattori chiave: la disciplina dell’OPEC nell’aderire agli attuali tagli e nell’estendere l’accordo oltre i suoi sei mesi iniziali; la forza della ripresa della produzione di scisto statunitense; il ritmo di riduzione della produzione non-OPEC nei prossimi anni a causa dell’impatto cumulativo della carenza di investimenti; lo stato dell’economia mondiale di fronte alle mosse protezioniste; e la minaccia di instabilità o conflitti che interrompano la fornitura da uno o più dei principali Paesi produttori di petrolio.

I prezzi petroliferi ai livelli attuali probabilmente non andranno ad alterare la traiettoria energetica globale: aumento costante della quota delle energie rinnovabili e dei veicoli elettrici, nonché maggiore efficienza. Se l’OPEC continuerà a imbrigliare la produzione e i paesi non-OPEC non riusciranno a tenere il passo con la domanda, un nuovo picco dei prezzi – a livelli di 80 dollari al barile, 100 dollari o persino di più – darebbe un’accelerata all’avanzamento della conversione dei trasporti all’elettricità e al gas. Si unirebbe alle politiche climatiche in corso per incoraggiare l’intervento governativo a favore delle energie rinnovabili e delle batterie.

Nel terzo caso, ossia un nuovo crollo dei prezzi del petrolio, le prospettive di una rapida transizione a veicoli più efficienti, ibridi o elettrici, si affievolirebbero. Già gli ultimi due anni di prezzi bassi del petrolio negli Stati Uniti hanno visto un ritorno al rialzo della domanda di benzina e delle miglia percorse dai veicoli, che sembravano aver imboccato la strada verso il declino definitivo. E i prezzi bassi del petrolio possono essere importanti anche nella definizione della traiettoria dei futuri sistemi di trasporto dei colossi asiatici emergenti, in particolare la Cina e l’India: più lontani da veicoli piccoli e in gran parte elettrici e dal trasporto pubblico, e più vicini a un modello d’ispirazione americana fatto di grandi automobili alimentate a benzina o a diesel. Quasi il 40 percento delle vendite di auto nuove in Cina da settembre a novembre era rappresentato da SUV.

L'incremento delle quotazioni petrolifere ha un impatto immediato sul gas perché provoca un aumento del prezzo dei contratti di vendita correlati al petrolio. Una formula indicizzata al petrolio è tuttora il metodo per definire il prezzo del gas naturale liquefatto (GNL) in Asia.

Le energie alternative cominciano in casa

Se da un lato i paesi dell’OPEC sono alle prese con le sfide poste al loro core business dalle energie alternative, dall’altro stanno anche esaminando le opportunità in casa propria. In molti di questi, il retaggio di anni di copiosi sussidi al settore energetico è rappresentato da consumi elevati e dispendiosi. I problemi di bilancio hanno reso essenziale la riforma dei sussidi e i tentativi di migliorare l’efficienza e la produttività energetica.

La riduzione dei costi ha reso l’energia solare ed eolica altamente competitive nelle giuste località. Gli Emirati Arabi Uniti hanno assunto la leadership commissionando alcuni degli impianti solari fotovoltaici più economici al mondo; l’Arabia Saudita ha recentemente svelato alcuni progetti solari ed eolici su larga scala nell’ambito del suo Piano di trasformazione nazionale. Le quotazioni di acquisto del solare pari a 2,45-2,99 dollari al kilowattora ad Abu Dhabi e Dubai implicano la parità con i prezzi del gas a circa 3-3,60 dollari/MMBtu, ben al di sotto degli attuali prezzi del GNL o del costo per sviluppare nuove risorse interne dal costo più elevato.

Altri paesi OPEC si stanno cimentando con le energie rinnovabili su scala più ridotta. Si prevede che gli Emirati Arabi Uniti quest’anno avviino anche la generazione dal primo reattore del loro programma di energia nucleare civile da 5,6 GW. Inoltre sono in corso i primi passi per realizzare reti di ricarica delle batterie per automobili, con Tesla che a breve aprirà a Dubai la sua prima sede in Medio Oriente.

Le tecnologie per l’energia alternativa stanno anche aiutando a supportare la produzione petrolifera. L’impianto solare termico Miraah in Oman verrà reso operativo prevedibilmente entro la fine di quest’anno, generando 1.000 megawatt equivalenti di vapore per il recupero del petrolio pesante. E lo scorso mese di novembre, la joint venture Al Reyadah di Abu Dhabi ha iniziato a consegnare l’anidride carbonica catturata dagli scarichi di un’acciaieria per un miglior recupero del petrolio.

La motivazione dei paesi OPEC è quasi del tutto economica piuttosto che ambientale. Le energie rinnovabili sostituiscono i più costosi petrolio e gas, laddove l’Arabia Saudita e il Kuwait sono due dei pochi paesi al mondo che utilizzano ancora quantità rilevanti di petrolio per la generazione di energia elettrica. La combustione diretta di greggio in Arabia Saudita per alimentare gli impianti di condizionamento nella stagione estiva in alcuni casi ha superato 1 milione di barili al giorno. Ciò nonostante, pur essendo conveniente, serviranno enormi quantità di energia rinnovabile per ottenere una riduzione dei consumi: 1 milione di barili al giorno di greggio possono produrre più di 22 gigawatt di potenza, più di metà della capacità solare installata della Germania, sia di notte che con le nuvole o nelle grigie giornate invernali.

Le energie alternative inoltre offrono la speranza di diversificare l’economia e costruire un futuro oltre il petrolio e il gas. Questa era la speranza dell’iniziativa Masdar di Abu Dhabi, lanciata nel 2006, che ha costruito impianti solari, eolici e di captazione dell’anidride carbonica nel Paese e all’estero, ha costruito una città a basse emissioni di CO2 e ha investito in ricerca sulle rinnovabili. Ma oltre a sfruttare il loro eccellente potenziale solare, i principali produttori petroliferi del Medio Oriente stanno ancora cercando modi per essere inventori e sviluppatori di nuove tecnologie energetiche, piuttosto che semplici acquirenti.

La strategia a lungo termine dell'OPEC

Il dibattito dell’OPEC sulla sua strategia a lungo termine è stato in gran parte inquadrato in termini di tre questioni: l’elasticità della produzione di scisto; la minaccia delle energie alternative, in particolare dei veicoli elettrici; e la pressione per la graduale dismissione dei combustibili fossili per contrastare il cambiamento climatico. L’aumento dello scisto offre una crescita sostenuta della produzione a prezzi petroliferi moderati, almeno rispetto agli standard storici recenti, e indebolisce il ruolo dell’OPEC come arbitro dei mercati globali. Interrompere il monopolio del petrolio nel settore dei trasporti priverebbe i principali produttori petroliferi del valore aggiuntivo preteso dal loro prodotto. E, mentre il futuro della politica climatica è attualmente reso incerto dall’amministrazione Trump, in definitiva limiti più rigidi sulle emissioni di anidride carbonica sono inevitabili.

Lo scisto rappresenta un problema sia a breve che a lungo termine per i principali esportatori di petrolio, mentre i veicoli elettrici costituiscono, per ora, una minaccia più a lungo termine. Ma insieme rappresentano un puzzle strategico per l’OPEC. L’Organizzazione potrebbe ripetere ciò che fece già negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta, tagliando ripetutamente la produzione per difendere un obiettivo di prezzo a dispetto della contrazione della domanda e dell’accresciuta concorrenza dei paesi non-OPEC. Questo potrebbe risultare più facile oggi, vista la cooperazione di alcuni operatori non-OPEC e l’eredità lasciata da tre anni di brutali tagli degli investimenti nell’upstream.

In alternativa, i paesi OPEC che godono delle risorse e della stabilità politica necessarie – quindi, essenzialmente, l’Arabia Saudita, il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti, e forse l’Iraq e l’Iran – potrebbero fare uno scatto verso la crescita. Un’espansione della loro produzione manterrebbe i prezzi relativamente bassi, ma compenserebbero alcune delle perdite guadagnando quote di mercato. Questo approccio impedirebbe anche la concorrenza delle alternative al petrolio. E i produttori a basso costo venderebbero il loro petrolio fintanto che riescono, possibilmente abbandonando le risorse ad alto costo e alte emissioni di CO2, come le sabbie bituminose del Canada, irrecuperabili dal punto di vista ambientale per qualche decennio.

Per un momento, dalla fine del 2014, sembrava che la seconda strategia fosse quella adottata quanto meno dai sauditi. L’ex ministro del petrolio Ali Al-Naimi aveva messo in chiaro che il suo Paese non tornerà ad assumersi il gravoso ruolo di "swing producer" che tanto gli costò negli anni Ottanta. Ma il ritorno, nel 2016, a un approccio a breve termine di tagli della produzione ha segnato l’abbandono di questi progetti, se mai siano stati contemplati. Il peso a breve termine dei prezzi bassi si è dimostrato insopportabile, nonostante lo scetticismo dichiarato da alcuni ministri del petrolio dell’OPEC verso la possibilità di successo della strategia di taglio della produzione. Certo, i tagli per ora sono modesti. C’è ancora tempo perché l’OPEC cambi direzione entro il suo prossimo incontro programmato di maggio – sia che il mercato sembri tornare a un equilibrio sia che i tagli non stiano avendo l’effetto sperato.

Ma l’Arabia Saudita, tuttora il principale arbitro dell’OPEC, non ha fatto mosse chiare volte a estendere la propria capacità di produzione. Se non lo farà, la sua ultima arma – la capacità di sopraffare i concorrenti con un aumento della produzione – rimarrà bloccata ad un massimo assoluto di 12,5 milioni di barili al giorno, solo 2 mbg sopra i recenti record di produzione.

Il dibattito dell'OPEC sulla sua strategia a lungo termine è stato in gran parte inquadrato in termini di tre questioni: l'elasticità della produzione di scisto; la minaccia delle energie alternative, in particolare dei veicoli elettrici; e la pressione per la graduale dismissione dei combustibili fossili per contrastare il cambiamento climatico.

Cosa succederà?

L’accordo OPEC e il cambiamento di approccio dell’organizzazione renderanno il petrolio più costoso, per un po’ di tempo. Il mercato del gas si adeguerà abbastanza in fretta al relativo spostamento di prezzo. E nelle limitate aree in cui competono direttamente con il petrolio, le energie rinnovabili e il nucleare riceveranno un impulso, così come le vendite di veicoli elettrici e ibridi.

In un mondo in cui la produzione petrolifera rimane la principale fonte di ricavi ed esportazioni, ma non costituisce più il fattore trainante della crescita, i principali produttori petroliferi svilupperanno gradualmente un ruolo più esteso per le energie rinnovabili. E sebbene alcune delle supermajor, in particolare Total, siano alle prese con i biocombustibili, l’eolico, il solare e la tecnologia a batterie, nessuna delle grandi società petrolifere nazionali ha articolato un futuro "dopo il petrolio". E sia loro che i Paesi che le ospitano dovranno presto elaborare una strategia di produzione che bilanci gli introiti a breve termine, le quote di mercato a lungo termine e i vincoli sulle emissioni di anidride carbonica. Questo passaggio cruciale, molto dibattuto, rimane sfuggente.