Primavere senza regole

Primavere senza regole

Nathan J. Brown
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Malgoverno, repressione e debolezza economica hanno inasprito le tensioni in un'area dove solo l'Egitto sembra in questo momento poter esibire una sia pur debole impostazione democratica

Nonostante gli osservatori internazionali tendano a definire i recenti sviluppi in Medio Oriente “la fine di Sykes-Picot” (considerando in modo vagamente ardito l’accordo bilaterale del 1916 tra Francia e Gran Bretagna come il compendio della riorganizzazione dell’Asia Minore dopo la Prima guerra mondiale), è evidente che una teoria del genere appaia una forzatura. La maggior parte delle frontiere e degli Stati istituiti quasi un secolo fa sono ancora intatti, ma qualcosa è stato scardinato, ovvero l’ordine instauratosi nella regione dopo gli anni ’60, in virtù del quale quasi tutti i regimi mediorientali si rispettavano vicendevolmente per quanto riguarda la gestione degli affari interni – e quasi tutti gli attori esterni alla regione seguivano l’esempio. Inoltre, anche la capacità dei poteri esterni di dettare i termini della diplomazia regionale – sempre più apparente che effettiva – sembra essere svanita. L’eco dei tumulti politici che ne sono derivati è stata avvertita in tutto il mondo e non sembra destinata a placarsi nell’immediato futuro. In questo clima di tensione, l’attuale regime in Egitto si vuole presentare, sia a livello nazionale che internazionale, come un baluardo di stabilità. Agli occhi degli egiziani, la dura repressione messa in atto è indispensabile per contrastare le minacce interne ed evitare che il Paese precipiti nel caos e nella guerra civile come avvenuto in Libia, Yemen e Siria. Agli occhi dei regimi amici, questo governo rappresenta un alleato nella lotta contro l’estremismo e il disordine. Eppure, alla prova dei fatti, l’Egitto sembra aver imboccato la stessa via del resto della regione. Certo si sta muovendo con molta più cautela e probabilmente non arriverà mai alla sanguinosa anarchia che caratterizza alcune delle società confinanti, ma resta il fatto che proprio le politiche che secondo i governanti dovrebbero salvare l’Egitto da questo oscuro destino in realtà acuiscono un trend già negativo.

La via tortuosa verso la stabilità regionale

Per quanto abbia permesso ad alcuni conflitti di inasprirsi e possa essere apparso profondamente ingiusto, l’ordine che ha regnato nella regione a partire dagli anni ‘60 ha dato prova di eccezionale stabilità. I regimi arabi dimostravano un forte rispetto reciproco negli affari interni e le lotte ideologiche che avevano caratterizzato la precedente generazione (su temi quali nazionalismo, imperialismo, socialismo, monarchismo e repubblicanesimo) sono state sedate. Le posizioni hanno iniziato a divaricarsi sulla questione palestinese, e nel momento in cui l’Egitto ha sottoscritto un trattato di pace con Israele, nel 1979, ha subito l’ostracismo della regione, per poi essere riaccolto nella comunità araba nel decennio successivo. A livello internazionale, la Guerra fredda ha influito sulla diplomazia mediorientale: la rivalità tra russi e americani ha diviso la regione, ma senza mai minarne l’ordine. Con il crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno assunto un ruolo predominante, coordinando azioni contro l’Iraq per la difesa collettiva, monopolizzando la diplomazia arabo-israeliana e instaurando una serie di relazioni bilaterali pro-sicurezza che hanno segnato l’ordine regionale. Naturalmente, non sono mancati ostacoli e rivalità: i gruppi radicali palestinesi a cavallo fra anni ‘60 e anni ’70, la guerra civile che si è abbattuta sul Libano nel 1975, la rivoluzione iraniana del 1970, con il messaggio ideologico che ha veicolato, l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq nel 1990, le non poche contestazioni islamiste interne degli anni ‘90 degenerate in un’opposizione radicale generale da parte di Al-Qāʿida sul finire del decennio; e infine, la nascita del cosiddetto “fronte della resistenza” (insieme a Iran, Siria, Hezbollah in Libano e Hamas in Palestina) nel nuovo millennio. Ognuna di queste sfide, tuttavia, è stata vinta o arginata dai regimi al potere. Intendiamoci, la parola ''ordine'' non deve far perdere di vista le défaillance e l’incapacità di affrontare alcuni dei nervi scoperti dell’area: l’inasprimento della questione palestinese, le divisioni religiose e politiche sempre più profonde, le problematiche derivanti dal modello economico rentier e dai retaggi del socialismo e la progressiva alienazione popolare nei confronti di strutture di governo inaffidabili. Tutte questioni che per decenni il sistema di equilibri regionali è riuscito a mantenere sotto controllo, o che comunque non hanno rappresentato una minaccia concreta all’ordine predominante.

Il disfacimento dei regimi e il fenomeno delle primavere arabe

All’inizio degli anni 2000, l’ordine costituito inizia a vacillare. L’invasione americana in Iraq segna un punto di svolta fondamentale sotto vari aspetti: se in un primo momento puntava a cambiare, più che a contenere, un regime, si è conclusa con lo smantellamento di uno Stato. Per rimanere a galla nel disordine che ne è scaturito, gli iracheni si sono aggrappati a un’identità settaria, etnica e locale – sviluppo che ha reso quasi impossibile ripristinare la coesione nazionale. Inoltre, l’evento ha scatenato attori sub-nazionali e alimentato la militarizzazione della società, sconfinando negli Stati nazionali e nell’internazionalizzazione della politica irachena. Ma soprattutto, il conflitto è stato un azzardo che ha provocato l’inevitabile effetto non solo di compromettere il sostegno accordato agli Stati Uniti in vista di un loro ambizioso ruolo nella regione, ma anche di rivelare che il contributo statunitense all’ordine regionale non era poi così influente come si pensava. Le sollevazioni del 2011 hanno inferto un altro duro colpo al sistema. Il malcontento serpeggiante nei confronti dei governi, represso, ignorato e schivato per oltre una generazione, si è improvvisamente trasformato in proteste di massa contro i regimi in essere. Pur non avendo rappresentato la vera scintilla alla base delle rivolte, la nuova situazione internazionale – il declino dell’America, il moribondo processo di pace fra arabi e israeliani, il caos e il settarismo in Iraq – ha fatto emergere l’impotenza dei regimi di fronte alle sfide globali. Gli errori decisivi, però, sono maturati all’interno: l’inaffidabilità del governo, il nepotismo e la corruzione hanno fatto sì che, anche nei momenti di grande prosperità, molti si siano sentiti esclusi, senza contare la presenza di servizi di sicurezza violenti e di alti funzionari (persino i governanti) che sembravano trattare l’autorità pubblica come una proprietà privata. Il risvolto davvero sconcertante delle sommosse della primavera araba non è stato lo scontento generale – già noto da anni agli osservatori più attenti –, bensì il fatto che quello scontento abbia spinto così tante persone ad agire. E in alcune nazioni è stato altrettanto sorprendente notare come le autorità statali più influenti non abbiamo saputo o voluto offrire il proprio sostegno ai regimi in difficoltà. Il grosso dei governi mediorientali è sopravvissuto alle agitazioni del 2011. Tre società (Libia, Yemen e Siria) sono andate incontro alla guerra civile; una (l’Iraq) è tornata indietro sui pur pochi passi compiuti verso la reintegrazione; altre ancora (in particolare il Bahrain, e potenzialmente l’Egitto stesso) sono affondate nella repressione e nell’autoritarismo.

Gli elementi che hanno capovolto l'ordine precostituito

L’effetto combinato di vicende nazionali e internazionali ha minato il vecchio ordine regionale, sostituendolo con uno inedito. La realtà attuale è definita da quattro elementi, nessuno dei quali preso singolarmente (e men che meno insieme agli altri) può essere definito “ordine”. Innanzitutto, gli interlocutori internazionali sono esausti e non sono in grado di organizzare la regione in modo ragionato. Ammesso che le loro competenze siano sempre state sopravvalutate, ora le debolezze del loro intervento sono sotto gli occhi di tutti. Il disordine però non è collegato solo alla fine di un sistema unipolare. Oltre alla natura multipolare della regione, stupisce anche la quasi totale assenza di strutture a sostegno di una diplomazia inclusiva. Al culmine della Guerra Fredda, gli schieramenti nemici disponevano di varie strutture che consentivano loro di mantenere rapporti diplomatici, anche se di natura conflittuale. La diplomazia non è mai venuta meno. Invece, nel moderno Medio Oriente, una qualunque crisi internazionale implica sforzi immani anche solo per avviare un dialogo multilaterale e far incontrare le parti coinvolte – senza che comunque si giunga ad affrontare effettivamente il problema in questione. Il fatto che i portavoce non siano disposti a stare nella stessa stanza con un avversario rende questi sforzi inevitabilmente vani. Secondo: il concetto di rispetto reciproco è stato rimpiazzato da una nuova politica, in base alla quale i regimi si sentono autorizzati a superare senza ritegno i confini nazionali per dare sostegno alle forze che maggiormente possono difendere i loro interessi. Gli Stati in crisi non sono gli unici bersagli allettanti di queste interferenze trans-nazionali; dopotutto, è normale che i disordini interni richiamino l’attenzione e spingano i regimi a far pendere la bilancia dalla parte degli alleati. Il punto è che queste ingerenze si verificano anche in Stati solidi come l’Egitto, dove vari interlocutori regionali (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar) cercano da sempre di sostenere con convinzione i governanti per i quali simpatizzano. Il terzo elemento – secondario per la politica internazionale e assente in molte nazioni (non tutte) da decenni – è il settarismo, ormai esasperato e diffusosi a macchia d’olio, al pari delle divisioni ideologiche (soprattutto di natura politica e religiosa). Non che la faziosità e la religione contassero poco per la politica interna prima di questi ultimi dieci anni; semplicemente, non era detto che avessero una connotazione politica. A livello di politica interna, gli Stati potevano contare su sistemi religiosi ufficiali che si facevano carico di dirimere le questioni di fede per conto della società. In genere, le minoranze riconosciute avevano la facoltà di gestire in autonomia i luoghi di culto e il diritto di famiglia. Alcuni istituti religiosi – ad esempio, le reti scolastiche sciite – si spingevano oltre i confini, ma non avevano implicazioni politiche. La maggior parte delle problematiche religiose erano di competenza degli Stati e, quando coinvolgevano la sfera politica, rispettavano le regole internazionali. Oggi non è più così, da quando la rivalità tra sunniti e sciiti sta esasperando la regione. Quarto e ultimo punto, gli Stati esercitano ancora una certa autorità sulla politica regionale: le scissioni settarie e ideologiche, per quanto concrete e in continua espansione, non sostituiscono l’azione degli Stati, che in realtà le sfruttano. L’Iran e l’Arabia Saudita, due dei protagonisti della scena politica mediorientale, sostengono fazioni in Iraq, Siria e altre zone e le posizioni pro o contro la Fratellanza musulmana hanno trovato spazio nelle dispute internazionali. Nel recente colpo di stato in Turchia, ad esempio, l’opinione delle parti rispetto al tentativo e alla conseguente repressione è stata influenzata non solo dalla valutazione delle politiche di Recep Tayyip Erdoğan, ma anche da considerazioni interne (l’Egitto si è schierato sulla base dell’orientamento turco rispetto alla Fratellanza musulmana egiziana – difesa dalla Turchia – e al Presidente al-Sisi – che ha rovesciato la Fratellanza con un colpo di Stato). Gli Stati non sono diventati irrilevanti, ma scelgono le loro politiche in base alle divisioni settarie e ideologiche, senza alcun tentativo di mediazione.

Il caso egiziano

In questo delicato contesto, il regime che ha preso il potere in Egitto dopo il 2013 cerca di proporsi al popolo e alla comunità internazionale come un’eccezione, quasi uno scudo. I governanti trasmettono l’immagine di un sistema democratico supportato dalla maggioranza dei cittadini. Dopo anni di tumulti, finalmente è tornata la stabilità. Stando alle dichiarazioni ufficiali, la lotta non è semplice né conclusa. La repressione in Egitto è necessaria per evitare che il Paese affronti una guerra civile come la Libia o la Siria. Un’azione che si fonda sulla risposta al terrorismo messa in atto dalle democrazie consolidate, che sta ripristinando l’autorità delle istituzioni statali per portare alla prosperità economica e che vuole fare dell’Egitto un partner vitale per qualsiasi iniziativa tesa a prevenire il caos e la violenza nella regione. Il ritratto sembra invitante ma, a tre anni dalla deposizione della Fratellanza musulmana, risulta ancora meno convincente di quando è stato designato, agli albori del nuovo regime. Le credenziali democratiche di questo governo si fondano nell’iter procedurale che ha portato all’elezione del Presidente con una consultazione sbilanciata e alla formazione del Parlamento sulla base di norme che limitavano lo spazio politico e scoraggiavano la candidatura dei partiti. La scena intellettuale egiziana è vivace ma contenuta, e anche quella politica è circoscritta, dato che le forze più organizzate non hanno la libertà di agire e di influenzare le politiche pubbliche. Il Paese sembra regredito a una crescita alimentata dallo Stato. Il settore privato può operare, ma il potere è in mano ai militari e il Governo dimostra di temere il malcontento sociale adottando politiche di sussidi e tassi di cambio che non saranno sostenibili a lungo termine, ma che d’altra parte non si sa come correggere. L’opposizione interna di gruppi dissidenti, in alcuni casi violenta ma comunque su scala ridotta, è stata affrontata come una minaccia alla sicurezza e ancora una volta i militari e l’intelligence hanno avuto un ruolo fondamentale nella lotta a quella che appare una escalation. Purtroppo, le iniziative per la sicurezza non sono corroborate da una strategia politica risoluta, in grado di placare l’insoddisfazione delle popolazioni che potrebbero offrire riparo ai ribelli, almeno sul Sinai. La gestione di eventi traumatici – che impedisce alla stampa di mettere in discussione la versione ufficiale – può tenere a bada le conseguenze negative nell’immediato, ma non certamente risolvere la situazione nel lungo termine. Gli enti statali, e in particolare i servizi di difesa, sembrano agire senza sorveglianza o responsabilità. La strada intrapresa dal Paese in materia di politica, economia e difesa, dunque, non sembra delle più promettenti. Il lento declino economico, il malcontento interno e la governance poco efficace sono non solo difficili da correggere, ma anche aggravati dalle politiche e dalle pratiche del regime. La leadership può anche dichiarare di aver impedito la stessa deriva che si è osservata in Libia, Siria, Iraq e Yemen, ma d’altro lato non ha da offrire solide regole amministrative, stabilità e prosperità – ma solo un lento declino e, in ultima analisi, un’inquietudine sempre più diffusa. L’Egitto sta seguendo il trend della regione. L’unica, magra consolazione è che lo sta facendo a un ritmo molto più rallentato.